martedì 21 gennaio 2020

Fede e alimentazione - (mio intervento alla riunione AC 21-1-20 su tema Dar da mangiare agli affamati)


Fede e alimentazione
 -
(mio intervento alla riunione AC 21-1-20 su tema Dar da mangiare agli affamati)

1.  L’alimentazione  è necessaria per la vita, quella degli esseri umani come quella di ogni altro organismo biologico. Dal punto di vista delle culture umane, essa si esprime in vari tipi di diete, a seconda degli ambienti naturali e sociali di riferimento. La parola dieta  ci viene dal greco antico, in cui suonava dìaita  richiamando l’idea di ripartizione, e non riguardava solo il mangiare e il bere, ma anche il modo  in cui il corpo era impegnato, l’attività fisica e il riposo, la veglia e il sonno; questo per mantenerlo in buona salute.  La dieta è un fatto culturale, in quanto scaturisce da una certa società: è in società che apprendiamo che cosa, quando, quanto, come e con chi mangiare e bere, come cucinare, e come regolarci con il mangiare e bere in relazione alle attività in cui siamo impegnati. La zoologia ci dice che è in particolare  proprio tra i mammiferi carnivori sociali che la dieta crea  società. La dieta carnivora è infatti particolarmente nutriente e nutre in breve tempo, mentre gli erbivori devono passare molto tempo a brucare o a staccare parti vegetali nutrienti da alberi e arbusti. I mammiferi carnivori sociali cacciano le prede in gruppo, dividendosi i compiti, e poi, una volte che le hanno catturate, le mangiano anche in gruppo, stabilendo un ordine di precedenze in base alle relazioni nel gruppo. Gli esseri umani, originati verosimilmente da mammiferi erbivori, sono divenuti, a conclusione di un’evoluzione che si pensa durata circa quattro milioni di anni, onnivori, e hanno inserito nella loro dieta anche la carne di animali uccisi. Questa dieta anche carnivora, insieme allo sviluppo dell’attitudine a costruire società sempre più complesse a seguito degli sviluppi neurologici, cooperò alla socialità della dieta degli esseri umani e al fare della loro dieta un potente fattore di coesione sociale. La dieta venne così ritualizzata, in particolare definendo cibi e bevande ammessi o vietati, modi di cucinare e di trasformare o ottenere per trasformazione in altro modo gli alimenti e le bevande (ad esempio per fare vino o formaggi e lo stesso pane di frumento). Ci si raduna per consumare il pasto e l’essere ammessi ad un pasto è segno di amicizia: la convivialità, che nel progredire dei tempi non fu più legata ad una dieta carnivora, ed anzi molte alte spiritualità, come quelle di alcuni ordini monastici, prevedono diete vegetariane. Alcuni alimenti, infine, hanno assunto fin dall’antichità un particolare significato rituale nelle culture Mediterranee, in particolare il pane di frumento e il vino. Alle diete vennero attribuiti quindi anche significati propriamente religiosi. La liturgia più importante dei cristiani è una cena, in cui si consuma pane e vino. Per i cattolici essa è la Messa e il pane e il vino ritualmente consacrati sono considerati il Corpo e il Sangue di Cristo: ciò seguendo uno degli ultimi insegnamenti di Gesù, il quale comandò di fare così in sua memoria. Egli definì sé stesso pane di vita sceso dal Cielo  e acqua viva, che, bevuta, disseta definitivamente. Agàpe,  che di solito traduciamo con  amore, è il lieto e benevolente convivio con Gesù come ospite e alimento e tutta l’umanità come invitata al suo tavolo, dal quale nessuno è escluso e  in cui ce n’è per tutti.
 Fare agàpe  è il comandamento più importante per i cristiani:

 Maestro, nella Legge, quale è il grande comandamento? Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo è simile a quello: Amerai il prossimo tuo come te stesso». [Vangelo secondo Matteo 22, 36-39].

Dove la parola del testo greco che traduciamo con “Amerai” è Ἀγαπήσεις [si legge Agapèseis], la quale ha la stessa radice di agàpe. Dunque:  “Amerai!”, nel senso di “Farai agàpe!”, un amore fattivo, che nutre e include, e include nutrendo, e includendo e nutrendo produce pace.
2.  In ambienti religiosi, sento spesso parlare di fame nel mondo  in termini di quantità di cibo che non giungono agli affamati e che invece vanno sprecate tra coloro i quali ne hanno in abbondanza. Quindi poi la soluzione sarebbe quella di trasferire parte del cibo di quelli che ne hanno di più a quelli che non ne hanno, ma poi questo si fa in misura insufficiente, perché è il mercato che fa le parti e chi non ha da contraccambiare ne rimane fuori. Si dona così una minima parte del superfluo di ciò che sovrabbonda ad altri. In effetti, il problema non è il cibo, ma l’agàpe. L’agàpe è Dio, come è scritto: ὁ μὴ ἀγαπῶν οὐκ ἔγνω τὸν θεόν, ὅτι ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν - Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è agàpe  [dalla prima lettera di Giovanni 4,8]. L’agàpe  è un grande prodigio e insieme un grande dono, è soprannaturale perché in natura non c’è, in natura la necessità di cibo è soddisfatta mediante una lotta incessante, l’agàpe è Dio che si dona a noi e ci cambia, fa fare pace dove si era condannati alla sopraffazione reciproca, è il Miracolo di pani e dei pesci, quando ce ne fu per tutti e il cibo sovrabbondò, mentre all’inizio sembrava pochissimo. Ma se agàpe  è Dio, allora  essa richiede una conversione: e non si tratta tanto di convertirsi per  credere  nel senso di sapere  dando per certo, perché in  queste cose  si crede solo affidandosi, e non si è mai veramente e per sempre certi, e questa è l’unica sapienza che veramente  vale in materia, ma di  amore fattivo, quello che accoglie e si prende cura, mette a tavola e nutre non come a un ristorante, ma come a un banchetto di nozze, nel quale gioia e cibo e bevande si mescolano, rianimano, consolano, rincuorano, sorreggono per il futuro, in particolare per la vita comune degli sposi. Il primo miracolo di Gesù fu quando mutò l’acqua in vino a Cana! Ne capii il vero senso solo quando seppi di attendere la mia primogenita. Agàpe  è generare!
  Il cibo non condiviso non fa veramente bene. Nel pasto non si cerca solo nutrimento fisico, ma anche sostegno morale, tanto che ci pare triste mangiare da soli. Tanto profondo in noi è il sentimento della socialità dell’alimentarsi! E il cibo in eccesso fa male quanto quello che difetta. E’ questa l’antica saggezza della dietologia greca, parte della medicina. Anche lo stabilire la giusta quantità la dieta è cultura. Nelle società più ricche si curano le malattie che derivano dagli eccessi alimentari, ma anche dalla cattiva qualità degli alimenti. In Occidente spesso mangiamo troppo e male e forse con l’eccesso cerchiamo di compensare la scarsa soddisfazione di alimentarci senza  agàpe, sostanzialmente da soli, dove l’unica relazione è tra noi e il cibo, null’altra, e si sta a tavola come gli animali degli allevamenti in batteria di fronte alle loro mangiatoie. Dove di cibo ce n’è meno, a volte è l’agàpe  a compensare, come in certe società tribali che ci paiono primitive, ma in cui c’è ancora il gusto della socialità del pasto, e si mangia volendosi bene, e sembra che, volendosi bene, il cibo nutra meglio e di più. I poveri del mondo non chiedono solo cibo, ma cibo e agàpe, che, insieme,  significano non solo sazietà, ma felicità,  gioia. Gioia: della quale siamo tutti in fondo mendicanti.
  Ora, riferendosi a tutto ciò a cui ho accennato, si parla oggi di  conversione integrale, che è appunto quella che non si limita a manifestare convinzioni morali o intellettuali, ma opera e cambia il mondo, a cominciare da se stessi.  Non si tratta di dare  di più, quindi di cose che passano di mano, ma di cambiare,  noi stessi e le nostre abitudini personali e sociali, per produrre il miracolo dell’agàpe,  perché  ce ne sia per tutti e il cibo nutra e non avveleni, si tratta di persone che si accolgono reciprocamente, e accogliendosi si salvano reciprocamente nel corpo e nello spirito. Conversione integrale  per una salvezza integrale.
  Ecco come nel Documento finale  del recente Sinodo dei vescovi dell’Amazzonia si presenta la cosa:
«Vi è necessità di una  conversione integrale  per ascoltare il grido della terra e dei poveri. Una Chiesa incarnata, samaritana, maddalena, mariana, che soccorre amorevolmente, riconcilia e si riconcilia, genera.
[…]
E’ necessaria una profonda conversione personale, sociale e strutturale. La Chiesa deve  disimparare, imparare e reimparare per abbracciare una spiritualità di ecologia integrale, per promuovere la cura del creato. Definiamo il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l'ambiente: si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell'armonia dell'ambiente, in trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature  e in azioni contro la virtù della giustizia. Occorre: attuare la promozione dell'ecologia integrale a livello parrocchiale e in ciascuna giurisdizione ecclesiastica; adottare abitudini responsabili che rispettino e valorizzino i popoli della Terra, le loro tradizioni e la loro saggezza; ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili e l'uso della plastica, modificare le nostre abitudini alimentari (consumo eccessivo di carne e pesce/frutti di mare) mediante stili di vita più sobri; promuovere l'educazione all'ecologia integrale a tutti i livelli; promuovere nuovi modelli economici e iniziative che favoriscano una qualità di vita sostenibile.»[sintesi mia]
Amen
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli