giovedì 7 novembre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 12


Note per un tirocinio di democrazia 12

  La democrazia si impara praticandola, quindi partecipando a società che incorporano i suoi valori, o, almeno, i suoi principali valori. Questo comporta che non la si possa imparare nelle scuole medie e in ambienti come quelli parrocchiali, che non sono strutturati in modo democratico, a meno che non si introducano specifiche occasioni sociali per farlo, quindi costituendo, all’interno di quelle istituzioni,  gruppi che consentano una pratica democratica. La ragione è questa: nei libri si può apprendere la storia di esperienze democratiche, del loro difficoltoso affermarsi e del loro travagliato mantenimento, sempre minacciato dall’arbitrio di minoranze sbrigative e violente, e i principi secondo i quali le esperienze democratiche storiche hanno cercato di strutturarsi, ma  è tutt’altro discorso far vivere nuove  esperienze democratiche nei tempi in cui si vive, perché cambia il contesto, l’ambiente sociale di riferimento, e anche i valori che in essi si sono affermati e, in genere, si contendono la fedeltà della gente. Quando una democrazia può dirsi  nuova? Nuova non è solo la democrazia che si progetta, ma quella in cui si vive nell’oggi. La democrazia vive nella e dell’interazione sociale, ed essa si rinnova ad ogni momento: quando si alziamo dopo il sonno iniziamo ad interagire socialmente, a partire dalle realtà di prossimità, ad esempio la famiglia, in cui si vive, gli utenti del servizio di trasporto pubblico, la scuola o l’ambiente di lavoro, la parrocchia per i cattolici che la frequentano, ed è in quei momenti che costruiamo una  nuova  realtà democratica,  cercando di influire secondo valori democratici su quell’interazione sociale, o costruiamo altri  modi di esercizio del potere pubblico, collettivo, e anche, quindi, eventuali varianti di esperienze che ancora mantengono carattere democratico.
  La prima realtà che si sperimenta costituendo una qualsiasi società, ad ogni livello, ed anche quelle dei bimbi, è quella del conflitto di interessi e della competizione per risorse scarse. Nelle primordiali società umane, che esprimevano comportamenti che si osservano anche negli altri Primati ominidi, il contrasto veniva risolto con la violenza, quindi a seguito di lotte, in particolare tra maschi dominanti. Questa modalità di imposizione ed esercizio del potere è alla base delle antiche monarchie. Essa tuttora permea profondamente le società umane contemporanee e diviene più evidente quando riescono ad imporsi figure politiche di maschi dominanti, il cui potere appare indissociabile dall’esercizio della violenza, intesa come forzatura di prassi sociale prima condivise per affermare un nuovo potere di tipo personalistico e tendenzialmente totalitario. La fiducia nella capacità di ordinamento sociale dei maschi dominanti è all’origine del sistema di potere clericale che, abbastanza obsoleto, ancora è quello che regge la Chiesa cattolica. Esso si basa sull’istituzione di una gerarchia di maschi e, dal regno del papa Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, è molto personalizzato sulla persona del Papa regnante, come mai era successo prima degli anni ’80 del secolo scorso. Nel complesso questa organizzazione è  sacralizzata, nel senso che la si intende voluta dal Cielo e non suscettibile di critica almeno nei suoi fondamenti, ma, nei suoi tratti caratteristici, è frutto di un lungo sviluppo culturale che ha finito per concretizzarsi, dando al potere ecclesiastico l’immagine che ha ora, dall’Undicesimo secolo. Fino al primi vent’anni del Novecento ha risolto i conflitti sociali con il metodo della violenza, anche fisica fino a che ha retto il patto di coalizione con le potenze europee e con quelle da esse derivati a seguito di colonizzazione europea e nel Regno che i Papi mantennero fino al 1870 dell’Italia centrale, e solo morale dopo, con delibere di cancellazione sociale dei dissenzienti, vale a dire scomuniche. I processi democratici che hanno interessato anche la nostra Chiesa dagli anni Sessanta del secolo scorso hanno iniziato a cambiare questo modo di esercizio del potere, dando luogo, anche a livello di base, a forme di partecipazione dei fedeli in forma democratica alla vita sociale. Da questo punto di vista è stato molto importante l’aver consentito l’accesso agli studi di teologia, nelle università religiose, ai laici e alle donne, laiche e non. Ma ancora manca una esplicita teologia sulla democrazia, anche dopo che, nel 1991, con l’enciclica Il Centenario – Centesimus annus  del papa Wojtyla – Giovanni Paolo 2° è venuto a cadere il sospetto di potenziale eresia religiosa che l’aveva più o meno sempre accompagnata. Esso di solito ancora si manifesta quando, trattando di che cosa debba intendersi per libertà, si inizia con il mettere le mani avanti pontificando su che cosa non debba intendersi per libertà, scoprendo, in definitiva, che poi rimane veramente poco e, a volte, concludendo orgogliosi, che, per un cristiano,  la vera libertà è rinunciare alla propria libertà. E non ci si mostra consapevoli della contraddizione di una libertà che ci sarebbe stata donata solo per rinunciarvi. In realtà questa rinuncia all’esercizio della libertà, che viene presentata come manifestazione delle virtù evangeliche della mitezza e dell’obbedienza, è stata la condizione per l’affermarsi della tirannia del potere della gerarchia clericale come la si è intesa praticamente fino all’altro ieri, e come  è ancora scritta nel vigente codice di diritto canonico. Tra i valori evangelici che sono riferibili alla politica, vi è quello dell’attività di governo come servizio, che certamente appare incompatibile con qualsiasi forma di tirannia, anche sacralizzata. E, in effetti, questa forma di esercizio di potere in religione non appare manifestata nell’esperienza terrena del Maestro e nemmeno nella varie organizzazioni che i dettero le prime nostre comunità di fede. Non era questo, ad esempio, il modo in cui una figura centrale come quella di Paolo di Tarso esercitava il suo ministero di apostolo. Indubbiamente, però, l’episcopato monarchico sacralizzato venne affermandosi piuttosto presto e già se ne trova esplicita traccia negli insegnamenti altre  figure molto importante delle origini come Ignazio di Antiochia, vissuto tra il  Primo e il Secondo secolo e vescovo dall’anno 70, e il nostro Clemente romano, vissuto nel Primo secolo e vescovo di Roma dal 92. I problemi che si pensava di risolvere con l’episcopato monarchico assoluto e sacralizzato furono quelli dell’indisciplina delle comunità dei fedeli e dei presbiteri, che sembrò incontenibile se non mediante l’istituzione di un’autorità superiore e indiscutibile. Nei processi democratici, anche se indubbiamente devono fare i conti con lo stesso problema si cerca di superarlo in altro modo, in particolare mediante il dialogo tra persone che partecipano con pari dignità sociale all’esercizio del potere, nel contesto di un esteso sistema di valori condiviso. Il mondo sociale molto complesso in cui oggi siamo immersi  è retto prevalentemente da diverse varianti di sistemi democratici: sono tali tutti quelli in cui è ammessa una certa partecipazione dei cittadini, in regime di parità sociale, ai processi politici, senza che necessariamente debbano essere considerati  democratici  solo i sistemi di democrazia liberale che prevalgono attualmente in gran parte dell’Europa e delle Americhe, e in altre parti della Terra che li hanno presi ad esempio. Sarebbe difficile, invece, immaginare che un imperatore mondiale  possa veramente aver ragione di un sistema sociale globalizzato che ha reso veramente interdipendenti società che nel complesso conta tra i sette e gli otto miliardi di persone. Insomma: i sistemi monarchici assoluti, sacralizzati o non, appaiono obsoleti, incrostazione del passato, e la questione attuale non è più di scegliere tra essi e forme democratiche, ma tra diverse forme di democrazie, e, in particolare, tra sistemi che consentano in maniera più o meno ampia alle masse di porre limiti effettivi a coloro che, di volta in volta, di solito come partecipi di strati sociali dominanti, vengono legittimati all’esercizio del potere.
  Un limite molto importante, e quindi espressione di un valore democratico rilevante, nelle società democratiche è quello temporale: non vengono ammessi poteri di governo che non abbiano limiti nel tempo, una scadenza, dopo la quale debbano avere una conferma o cessare.
 Anni fa, il Papa regnante, intendendo riferirsi alle strutture di vertice di certe associazioni religiose, dichiarò che non era giustificato che esse avessero carattere carismatico e che quindi non avessero scadenze nel tempo. Infatti, effettivamente l’esperienza storica è che, senza limiti in estensione, quanto a competenza, intensità e tempo di esercizio, ogni potere tende a corrompersi e, in particolare, all’abuso. Quest’idea manifesta la profondità dell’inculturazione dei processi democratici anche nella nostra confessione, ma, naturalmente, ho osservarsi che chi predicò in tal modo non manifestò anche di voler applicare al suo proprio potere il medesimo principio. Questo segnala un altro problema del quale si fa esperienza in ogni esperienza sociale, a qualsiasi livello: la sofferenza che si prova all’idea di dover  lasciare qualsiasi forma di potere che, in qualche modo, ci elevi sugli altri e ce li ponga nelle nostra mani. L’etica della democrazia porta ad accettare la regola dell’alternanza al potere come rimedio per i suoi abusi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli