Note per un tirocinio
di democrazia 12
La democrazia si impara praticandola, quindi partecipando a società che
incorporano i suoi valori, o, almeno, i suoi principali valori. Questo comporta
che non la si possa imparare nelle scuole medie e in ambienti come quelli
parrocchiali, che non sono strutturati in modo democratico, a meno che non si
introducano specifiche occasioni sociali per farlo, quindi costituendo, all’interno
di quelle istituzioni, gruppi che
consentano una pratica democratica. La ragione è questa: nei libri si può
apprendere la storia di esperienze democratiche, del loro difficoltoso
affermarsi e del loro travagliato mantenimento, sempre minacciato dall’arbitrio
di minoranze sbrigative e violente, e i principi secondo i quali le esperienze
democratiche storiche hanno cercato di strutturarsi, ma è tutt’altro discorso far vivere nuove esperienze democratiche nei tempi in cui si
vive, perché cambia il contesto, l’ambiente sociale di riferimento, e anche i
valori che in essi si sono affermati e, in genere, si contendono la fedeltà
della gente. Quando una democrazia può dirsi nuova? Nuova non è solo la democrazia che si progetta, ma quella in cui si
vive nell’oggi. La democrazia vive
nella e dell’interazione sociale, ed essa si rinnova ad ogni momento: quando si
alziamo dopo il sonno iniziamo ad interagire socialmente, a partire dalle realtà
di prossimità, ad esempio la famiglia, in cui si vive, gli utenti del servizio
di trasporto pubblico, la scuola o l’ambiente di lavoro, la parrocchia per i
cattolici che la frequentano, ed è in quei momenti che costruiamo una nuova
realtà democratica, cercando di influire secondo valori
democratici su quell’interazione sociale, o costruiamo altri modi di esercizio del
potere pubblico, collettivo, e anche, quindi, eventuali varianti di esperienze
che ancora mantengono carattere democratico.
La prima realtà che si sperimenta costituendo una qualsiasi società, ad
ogni livello, ed anche quelle dei bimbi, è quella del conflitto di interessi e
della competizione per risorse scarse. Nelle primordiali società umane, che
esprimevano comportamenti che si osservano anche negli altri Primati ominidi,
il contrasto veniva risolto con la violenza, quindi a seguito di lotte, in
particolare tra maschi dominanti. Questa modalità di imposizione ed esercizio
del potere è alla base delle antiche monarchie. Essa tuttora permea
profondamente le società umane contemporanee e diviene più evidente quando
riescono ad imporsi figure politiche di maschi dominanti, il cui potere appare
indissociabile dall’esercizio della violenza, intesa come forzatura di prassi
sociale prima condivise per affermare un nuovo potere di tipo personalistico e
tendenzialmente totalitario. La fiducia nella capacità di ordinamento sociale
dei maschi dominanti è all’origine del sistema di potere clericale che,
abbastanza obsoleto, ancora è quello che regge la Chiesa cattolica. Esso si
basa sull’istituzione di una gerarchia di maschi e, dal regno del papa Karol
Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, è molto personalizzato sulla persona del Papa
regnante, come mai era successo prima degli anni ’80 del secolo scorso. Nel
complesso questa organizzazione è sacralizzata, nel senso che la si intende
voluta dal Cielo e non suscettibile di critica almeno nei suoi fondamenti, ma,
nei suoi tratti caratteristici, è frutto di un lungo sviluppo culturale che ha
finito per concretizzarsi, dando al potere ecclesiastico l’immagine che ha ora,
dall’Undicesimo secolo. Fino al primi vent’anni del Novecento ha risolto i
conflitti sociali con il metodo della violenza, anche fisica fino a che ha
retto il patto di coalizione con le potenze europee e con quelle da esse
derivati a seguito di colonizzazione europea e nel Regno che i Papi mantennero
fino al 1870 dell’Italia centrale, e solo morale dopo, con delibere di
cancellazione sociale dei dissenzienti, vale a dire scomuniche. I processi
democratici che hanno interessato anche la nostra Chiesa dagli anni Sessanta
del secolo scorso hanno iniziato a cambiare questo modo di esercizio del
potere, dando luogo, anche a livello di base, a forme di partecipazione dei
fedeli in forma democratica alla vita sociale. Da questo punto di vista è stato
molto importante l’aver consentito l’accesso agli studi di teologia, nelle
università religiose, ai laici e alle donne, laiche e non. Ma ancora manca una
esplicita teologia sulla democrazia, anche dopo che, nel 1991, con l’enciclica Il Centenario – Centesimus annus del papa Wojtyla – Giovanni Paolo 2° è venuto
a cadere il sospetto di potenziale eresia religiosa che l’aveva più o meno
sempre accompagnata. Esso di solito ancora si manifesta quando, trattando di
che cosa debba intendersi per libertà,
si inizia con il mettere le mani avanti pontificando su che cosa non debba intendersi per libertà, scoprendo, in
definitiva, che poi rimane veramente poco e, a volte, concludendo orgogliosi,
che, per un cristiano, la vera libertà è rinunciare alla propria
libertà. E non ci si mostra consapevoli della contraddizione di una libertà
che ci sarebbe stata donata solo per rinunciarvi. In realtà questa rinuncia all’esercizio
della libertà, che viene presentata come manifestazione delle virtù evangeliche
della mitezza e dell’obbedienza, è stata la condizione per l’affermarsi della
tirannia del potere della gerarchia clericale come la si è intesa praticamente
fino all’altro ieri, e come è ancora
scritta nel vigente codice di diritto canonico. Tra i valori evangelici che
sono riferibili alla politica, vi è quello dell’attività di governo come servizio, che certamente appare
incompatibile con qualsiasi forma di tirannia, anche sacralizzata. E, in
effetti, questa forma di esercizio di potere in religione non appare
manifestata nell’esperienza terrena del Maestro e nemmeno nella varie
organizzazioni che i dettero le prime nostre comunità di fede. Non era questo,
ad esempio, il modo in cui una figura centrale come quella di Paolo di Tarso
esercitava il suo ministero di apostolo. Indubbiamente, però, l’episcopato
monarchico sacralizzato venne affermandosi piuttosto presto e già se ne trova
esplicita traccia negli insegnamenti altre figure molto importante delle origini come
Ignazio di Antiochia, vissuto tra il Primo e il Secondo secolo e vescovo dall’anno
70, e il nostro Clemente romano,
vissuto nel Primo secolo e vescovo di Roma dal 92. I problemi che si pensava di
risolvere con l’episcopato monarchico assoluto e sacralizzato furono quelli dell’indisciplina
delle comunità dei fedeli e dei presbiteri, che sembrò incontenibile se non
mediante l’istituzione di un’autorità superiore e indiscutibile. Nei processi
democratici, anche se indubbiamente devono fare i conti con lo stesso problema
si cerca di superarlo in altro modo, in particolare mediante il dialogo tra
persone che partecipano con pari dignità sociale all’esercizio del potere, nel
contesto di un esteso sistema di valori condiviso. Il mondo sociale molto
complesso in cui oggi siamo immersi è
retto prevalentemente da diverse varianti di sistemi democratici: sono tali
tutti quelli in cui è ammessa una certa partecipazione dei cittadini, in regime
di parità sociale, ai processi politici, senza che necessariamente debbano
essere considerati democratici solo i sistemi di democrazia liberale che
prevalgono attualmente in gran parte dell’Europa e delle Americhe, e in altre
parti della Terra che li hanno presi ad esempio. Sarebbe difficile, invece,
immaginare che un imperatore mondiale possa veramente aver ragione di un sistema
sociale globalizzato che ha reso veramente interdipendenti società che nel complesso
conta tra i sette e gli otto miliardi di persone. Insomma: i sistemi monarchici
assoluti, sacralizzati o non, appaiono obsoleti, incrostazione del passato, e
la questione attuale non è più di scegliere tra essi e forme democratiche, ma
tra diverse forme di democrazie, e, in particolare, tra sistemi che consentano
in maniera più o meno ampia alle masse di porre limiti effettivi a coloro che,
di volta in volta, di solito come partecipi di strati sociali dominanti,
vengono legittimati all’esercizio del potere.
Un
limite molto importante, e quindi espressione di un valore democratico
rilevante, nelle società democratiche è quello temporale: non vengono ammessi
poteri di governo che non abbiano limiti nel tempo, una scadenza, dopo la quale
debbano avere una conferma o cessare.
Anni fa, il Papa regnante, intendendo
riferirsi alle strutture di vertice di certe associazioni religiose, dichiarò
che non era giustificato che esse avessero carattere carismatico e che quindi
non avessero scadenze nel tempo. Infatti, effettivamente l’esperienza storica è
che, senza limiti in estensione, quanto a competenza, intensità e tempo di
esercizio, ogni potere tende a corrompersi e, in particolare, all’abuso. Quest’idea
manifesta la profondità dell’inculturazione dei processi democratici anche
nella nostra confessione, ma, naturalmente, ho osservarsi che chi predicò in
tal modo non manifestò anche di voler applicare al suo proprio potere il
medesimo principio. Questo segnala un altro problema del quale si fa esperienza
in ogni esperienza sociale, a qualsiasi livello: la sofferenza che si prova all’idea
di dover lasciare qualsiasi forma di
potere che, in qualche modo, ci elevi sugli altri e ce li ponga nelle nostra
mani. L’etica della democrazia porta ad accettare la regola dell’alternanza al
potere come rimedio per i suoi abusi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli