Note per un tirocinio di democrazia 11.2
Dalla conclusione di queste note n.11.1:
«Questo non
toglie che, nel quadro di un tirocinio di democrazia attuato in parrocchia, e
anche nella formazione dei più piccoli, possano essere organizzate e
sperimentate, per capire e imparare la democrazie forme di partecipazione alla
gestione delle attività e dei servizi, per vedere che cosa accade e che cosa si
è capaci di fare. In quel modo si
scoprirebbe che anche a quel livello si ripresenterebbero tutte le forme di
esercizio di potere politico storicamente sperimentate, a partire dalla
monarchia fondata sul potere
del più forte, passando per oligarchie di notabili (anziani, i più colti, i più
abbienti), fino ad assistere alla costruzione di forme di democrazia più
partecipata da tutti.»
Aggiungo
quanto segue.
11.2. In quegli
esperimenti di democrazia, si assisterebbe probabilmente alla delega di
mansioni a singoli o gruppi in certe questioni, organizzando una ripartizione
di competenze, per cui, ad un certo punto, l’esigenza di fare ordine per
prevenire e decidere controversie sul da farsi e sui limiti dei poteri in tal
modo costituiti spingerebbe a generare, a scrivere insieme, un documento formale, fondativo, nel cui
preambolo forse si sentirà il bisogno di scrivere qualcosa sul senso dell’esperienza sociale che si sta
vivendo, quindi, in sostanza, una Costituzione.
Coloro che avranno attribuite, in quell’organizzazione,
alcune responsabilità di decisione sperimenteranno i problemi, ma anche l’ebrezza,
del potere, e forse anche il desiderio di prolungarne l’esercizio, come anche
subiranno e patiranno l’opposizione dei dissenzienti, espressa nelle forme
stabilite, ma anche al di fuori di esse, ad esempio con accordi riservati,
mormorazioni, anche calunnie strumentali tese a screditare chi decide. Al
termine del tempo stabilito per il suoi incarico, forse si dispiaceranno di non
potere portare a compimento ciò che, con il loro contributo determinante, si
stava cercando di realizzare, e proveranno a chiedere una deroga alle regole
che stabiliscono limiti di tempo al loro potere. Cercheranno allora di accreditarsi
cercando di dimostrare che la deroga è giustificata in base al valore
che guidava il loro esercizio del
potere, e, insomma, che esigenze
superiori, e addirittura superne collegate direttamente alla fede religiosa,
con una incipiente sacralizzazione del loro comando, la impongono. I dissenzienti, però, gli ricorderanno allora
che quella pretesa è abusiva, che non “sta
scritto” da nessuna parte, in particolare nella Costituzione deliberata, che egli debba dominare oltre il termine
convenuto. Allora chi vuole mantenere il comando oltre i limiti convenuti
tenterà di coalizzare i suoi fedeli contro quegli altri, cercando di costituire
un blocco contro di loro e contro le regole, mettendo i
dissenzienti di fronte all’alternativa secondo la quale o si è d’accordo per la deroga o “quella è la porta”. E a quel punto coloro che sono in tal modo
ricattati ricorderanno a quegli altri che quel potere di ammettere e di escludere
non è stato loro attribuito e quindi viene usurpato. Ma se gli alleati di chi
se lo arroga hanno forza prevalente, gli altri soccomberanno e si troveranno
fuori, mentre l’esperienza sociale a cui partecipavano assume progressivamente
un diverso aspetto, da tutti i punti di vista, perché da democratica diviene
totalitaria o oligarchica, e su certe cose non si può più discutere.
Ipotesi di scuola? Come sa chi ha fatto vita
associativa, non è così, ma sono eventi che ciclicamente si presentano
ordinariamente. Si riesce a rimanere insieme con soddisfazione, perché più si è
e più aumenta la soddisfazione di
trovarsi insieme, perché lo stare insieme motiva e appaga e genera ciò che
viene definito mondo vitale della persona, se i problemi vengono superati
mantenendo tutti insieme, nonostante i diversi
orientamenti, quando quindi si ripudia la tentazione di escludere i
dissenzienti. Nel dialogo non si rinuncia all’essenziale e si beneficia del
risultato del lavoro collettivo, che potenzia le capacità del singolo; si
mediano le rispettive posizioni e ciascuno forse rinuncia, almeno per il momento, a qualcosa
di non essenziale, o collabora per un risultato che differisce un po’ da quello
che aveva in mente, ma che comunque è superiore a ciò che individualmente era
in grado di conseguire.
Nella pratica della democrazia si affrontano dunque le
questioni del metodo e quelle degli interessi, che sono diverse
da quelle dei valori e delle regole,
ma sono molto importanti anch’esse.
Ci si mette in società, o si accetta di
integrarsi nelle società in cui ci si è ritrovati, ad esempio per nascita,
perché i nostri interessi individuali o di gruppo di solito esigono un lavoro
collettivo, la cooperazione, per essere soddisfatti, ma nelle concrete
relazioni sociali quegli interessi a volte non si integrano e a volte
addirittura confliggono, e dai vari metodi utilizzati per mettere ordine nel
loro confrontarsi e integrarsi scaturiscono le posizioni di dominio e di
subalternità sociale, le quali manifestano le caratteristiche del regime politico delle società di
riferimento.
Tra i Primati, l’Ordine dei viventi al quale secondo la
classificazione della biologia appartiene anche la nostra specie, le forme di
organizzazione sociale che si osservano tra gli Ominidi, che comprendono i viventi che biologicamente
ci sono più simili, sono in genere basate su gruppi composti da maschi dominanti, maschi in posizione di
subalternità ai primi, femmine subalterne
a tutti i maschi con la loro prole. I rapporti gerarchici tra i maschi
vengono regolali tramite lotte violente o talvolta anche solo con la minaccia
della violenza, con condotte di esibizione aggressive. Possiamo considerare
questa la forma primordiale di organizzazione delle società umane,
caratterizzata dall’affermazione sociale su base violenta.
Nelle società dei bimbi, non appena si ha l’età per relazioni sociali
extrafamiliari, si osserva qualcosa di simile, così come anche in certe società
contemporanee che consideriamo primitive, nelle quali però un posto importante
è riservato agli anziani, in quanto portatori di sapienza tradizionale, e
talvolta anche alle donne.
Da quanto ho descritto deriva che uno dei problemi principali che si
presentano nella costruzione delle società umane è quello della violenza, che
entra in gioco a)nel definire le gerarchie sociali; b) nel mantenere l’ordine
sociale voluto dai ceti dominanti; e c) nella soddisfazione degli interessi e
nella distribuzione delle risorse, con l’avvertenza che in quest’ultimo caso
essa ha un ruolo ambivalente, perché se troppo intensa e generalizzata rende
infelice per diseguaglianza la società di riferimento e ne minaccia l’integrità,
suscitando rivolte nei ceti sfavoriti.
In ogni società, anche la più semplice, si sperimenta il contrasto di
interessi e l’impiego di forme di violenza di varia intensità per regolare i
conti tra gli individui e i gruppi in contrasto. Nel contenimento della
violenza sociale, perché non diventi distruttiva, entrano in gioco valori e
regole, che nel complesso portano in genere a limitarne l’impiego, attuando metodi
di risoluzione dei conflitti di
interesse che sfruttano più le opportunità offerte dalla mediazione, facendo leva su ciò che
è condiviso, comune, che su
quelle della coercizione, quindi
sulla violenza. Una delle più antiche giustificazioni del diritto è che esso
serve perché i cittadini non corrano alle armi.
In democrazia, come ai tempi nostri la si intende, si cerca di contenere
al massimo grado l’impiego della violenza sociale e questo è uno dei suoi valori, che complessivamente viene riassunto in quello della pace,
il quale a sua volta ha molto a che
fare con i metodi, che in democrazia non sono indifferenti. Nel dialogo democratico si rifugge dal porre
agli interlocutori l’alternativa di sottomettersi o di andarsene e si cerca di capire, oggettivamente, e di comprendere, dal punti di vista
soggettivo, il loro punto di vista,
anche se parzialmente o totalmente divergente su temi in discussione. Poiché in
religione non si fa in genere, almeno da noi, formazione democratica, questo
viene piuttosto difficile nelle nostre prassi sociali, anche, ad esempio, a
livello parrocchiale. E, poiché si ha a che fare con questioni di fede, è forte
la tentazione di esercitare violenza, in genere solo morale per fortuna, per
dirimere le questioni. Tuttavia, anche se si tratta solo di pressione morale,
essa non per questo non è dolorosa per chi la subisce e ne viene
umiliato. Quando questa pressione viene
portata da un potere costituito in nome della fede, quel potere tenta di sacralizzarsi, sottraendosi in tal modo
a qualsiasi critica. Il che complica molto le conseguenze di questo modo di
fare, perché chi, indotto a sottomettersi o andarsene, sceglie di andarsene,
non sopportando certe imposizioni, è
spinto anche ad allontanarsi dalla fede religiosa che è stata assunta a
pretesto per la sacralizzazione del potere che l’ha escluso. Vi è tuttavia un
orientamento religioso che vede nell’intransigentismo,
vale a dire nell’opposto del metodo
democratico, una manifestazione di un atto di fede. Preciso che questa è stata a
lungo la posizione del Papato verso il processo di unificazione nazionale
italiane e verso le dinamiche politiche del Regno d’Italia. E “Atti
di fede” venivano definiti nella Spagna travagliata dall’Inquisizione
cattolica le condanne per eresia,
seguite nei casi ritenuti più gravi da esecuzioni capitali nei modi più atroci.
Per alcuni autori il compito principale della politica è proprio quello
della gestione della violenza sociale. La dottrina sociale cattolica gliene
assegna molti altri, volti al benessere sociale e all’elevazione delle persone
umane. Ma comunque esso è importante, in particolare per una confessione
religiosa che storicamente ha espresso violenza politica su larga scala, ed è anche al centro della formazione
democratica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.