mercoledì 6 novembre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 11.2


Note per un tirocinio di democrazia 11.2

Dalla  conclusione di queste  note  n.11.1:
«Questo non toglie che, nel quadro di un tirocinio di democrazia attuato in parrocchia, e anche nella formazione dei più piccoli, possano essere organizzate e sperimentate, per capire e imparare la democrazie forme di partecipazione alla gestione delle attività e dei servizi, per vedere che cosa accade e che cosa si è capaci di fare.  In quel modo si scoprirebbe che anche a quel livello si ripresenterebbero tutte  le forme di esercizio di potere politico storicamente sperimentate, a partire dalla monarchia  fondata sul potere del più forte, passando per oligarchie di notabili (anziani, i più colti, i più abbienti), fino ad assistere alla costruzione di forme di democrazia più partecipata da tutti.»
Aggiungo quanto segue.
11.2. In quegli esperimenti di democrazia, si assisterebbe probabilmente alla delega di mansioni a singoli o gruppi in certe questioni, organizzando una ripartizione di competenze, per cui, ad un certo punto, l’esigenza di fare ordine per prevenire e decidere controversie sul da farsi e sui limiti dei poteri in tal modo costituiti spingerebbe a generare, a scrivere insieme,  un documento formale, fondativo, nel cui preambolo forse si sentirà il bisogno di scrivere qualcosa  sul senso dell’esperienza sociale che si sta vivendo, quindi, in sostanza, una Costituzione.
  Coloro che avranno attribuite, in quell’organizzazione, alcune responsabilità di decisione sperimenteranno i problemi, ma anche l’ebrezza, del potere, e forse anche il desiderio di prolungarne l’esercizio, come anche subiranno e patiranno l’opposizione dei dissenzienti, espressa nelle forme stabilite, ma anche al di fuori di esse, ad esempio con accordi riservati, mormorazioni, anche calunnie strumentali tese a screditare chi decide. Al termine del tempo stabilito per il suoi incarico, forse si dispiaceranno di non potere portare a compimento ciò che, con il loro contributo determinante, si stava cercando di realizzare, e proveranno a chiedere una deroga alle regole che stabiliscono limiti di tempo al loro potere. Cercheranno allora di accreditarsi cercando di dimostrare che la deroga è giustificata  in base al valore  che guidava il loro esercizio del potere, e, insomma, che esigenze superiori, e addirittura superne  collegate direttamente alla fede religiosa, con una incipiente sacralizzazione  del loro comando, la impongono.  I dissenzienti, però, gli ricorderanno allora che quella pretesa è abusiva, che non “sta scritto” da nessuna parte, in particolare nella Costituzione deliberata, che egli debba dominare oltre il termine convenuto. Allora chi vuole mantenere il comando oltre i limiti convenuti tenterà di coalizzare i suoi fedeli contro quegli altri, cercando di costituire un blocco  contro di loro e contro le regole, mettendo i dissenzienti di fronte all’alternativa secondo la quale o si  è d’accordo per la deroga  o “quella  è la porta”.  E a quel punto coloro che sono in tal modo ricattati ricorderanno a quegli altri che quel potere di ammettere e di escludere non è stato loro attribuito e quindi viene usurpato. Ma se gli alleati di chi se lo arroga hanno forza prevalente, gli altri soccomberanno e si troveranno fuori, mentre l’esperienza sociale a cui partecipavano assume progressivamente un diverso aspetto, da tutti i punti di vista, perché da democratica diviene totalitaria o oligarchica, e su certe cose non si può più discutere.
  Ipotesi di scuola? Come sa chi ha fatto vita associativa, non è così, ma sono eventi che ciclicamente si presentano ordinariamente. Si riesce a rimanere insieme con soddisfazione, perché più si è e più  aumenta la soddisfazione di trovarsi insieme, perché lo stare insieme motiva e appaga e genera ciò che viene definito mondo vitale  della persona, se i problemi vengono superati mantenendo  tutti insieme, nonostante  i diversi orientamenti, quando quindi si ripudia la tentazione di escludere i dissenzienti. Nel dialogo non si rinuncia all’essenziale e si beneficia del risultato del lavoro collettivo, che potenzia le capacità del singolo; si mediano le rispettive posizioni e ciascuno forse  rinuncia, almeno per il momento, a qualcosa di non essenziale, o collabora per un risultato che differisce un po’ da quello che aveva in mente, ma che comunque è superiore a ciò che individualmente era in grado di conseguire.
  Nella pratica  della democrazia si affrontano dunque le questioni del metodo  e quelle degli  interessi, che sono diverse da quelle dei valori  e delle regole, ma sono molto importanti anch’esse.
 Ci si mette in società, o si accetta di integrarsi nelle società in cui ci si è ritrovati, ad esempio per nascita, perché i nostri interessi individuali o di gruppo di solito esigono un lavoro collettivo, la cooperazione, per essere soddisfatti, ma nelle concrete relazioni sociali quegli interessi a volte non si integrano e a volte addirittura confliggono, e dai vari metodi utilizzati per mettere ordine nel loro confrontarsi e integrarsi scaturiscono le posizioni di dominio e di subalternità sociale, le quali manifestano le caratteristiche del regime politico delle società di riferimento.
  Tra i Primati, l’Ordine  dei viventi al quale secondo la classificazione della biologia appartiene anche la nostra specie, le forme di organizzazione sociale che si osservano tra gli  Ominidi,  che comprendono i viventi che biologicamente ci sono più simili, sono in genere basate su gruppi composti da maschi dominanti,  maschi in posizione di subalternità ai primi, femmine subalterne a tutti i maschi con la loro prole. I rapporti gerarchici tra i maschi vengono regolali tramite lotte violente o talvolta anche solo con la minaccia della violenza, con condotte di esibizione aggressive. Possiamo considerare questa la forma primordiale di organizzazione delle società umane, caratterizzata dall’affermazione sociale su base violenta.
  Nelle società dei bimbi, non appena si ha l’età per relazioni sociali extrafamiliari, si osserva qualcosa di simile, così come anche in certe società contemporanee che consideriamo primitive, nelle quali però un posto importante è riservato agli anziani, in quanto portatori di sapienza tradizionale, e talvolta anche alle donne.
  Da quanto ho descritto deriva che uno dei problemi principali che si presentano nella costruzione delle società umane è quello della violenza, che entra in gioco a)nel definire le gerarchie sociali; b) nel mantenere l’ordine sociale voluto dai ceti dominanti; e c) nella soddisfazione degli interessi e nella distribuzione delle risorse, con l’avvertenza che in quest’ultimo caso essa ha un ruolo ambivalente, perché se troppo intensa e generalizzata rende infelice per diseguaglianza la società di riferimento e ne minaccia l’integrità, suscitando rivolte nei ceti sfavoriti.
  In ogni società, anche la più semplice, si sperimenta il contrasto di interessi e l’impiego di forme di violenza di varia intensità per regolare i conti tra gli individui e i gruppi in contrasto. Nel contenimento della violenza sociale, perché non diventi distruttiva, entrano in gioco valori e regole, che nel complesso portano in genere a limitarne l’impiego, attuando  metodi  di risoluzione dei conflitti di interesse che sfruttano più le opportunità offerte dalla mediazione, facendo leva su ciò che  è condiviso, comune, che su quelle della coercizione, quindi sulla violenza. Una delle più antiche giustificazioni del diritto è che esso serve perché  i cittadini non corrano alle armi.
  In democrazia, come ai tempi nostri la si intende, si cerca di contenere al massimo grado l’impiego della violenza sociale e questo  è uno dei suoi valori, che complessivamente viene riassunto in quello della  pace,  il quale a sua volta ha molto a che fare con i metodi,  che in democrazia non sono indifferenti.  Nel dialogo democratico si rifugge dal porre agli interlocutori l’alternativa di sottomettersi o di andarsene e si cerca di  capire, oggettivamente,  e di  comprendere, dal punti di vista soggettivo,  il loro punto di vista, anche se parzialmente o totalmente divergente su temi in discussione. Poiché in religione non si fa in genere, almeno da noi, formazione democratica, questo viene piuttosto difficile nelle nostre prassi sociali, anche, ad esempio, a livello parrocchiale. E, poiché si ha a che fare con questioni di fede, è forte la tentazione di esercitare violenza, in genere solo morale per fortuna, per dirimere le questioni. Tuttavia, anche se si tratta solo di pressione morale, essa  non per questo non  è dolorosa per chi la subisce e ne viene umiliato.  Quando questa pressione viene portata da un potere costituito in nome della fede, quel potere tenta di sacralizzarsi, sottraendosi in tal modo a qualsiasi critica. Il che complica molto le conseguenze di questo modo di fare, perché chi, indotto a sottomettersi o andarsene, sceglie di andarsene, non sopportando certe imposizioni,  è spinto anche ad allontanarsi dalla fede religiosa che è stata assunta a pretesto per la sacralizzazione  del potere che l’ha escluso. Vi è tuttavia un orientamento religioso che vede nell’intransigentismo,  vale a dire nell’opposto del metodo democratico, una manifestazione di un  atto di fede. Preciso che questa è stata a lungo la posizione del Papato verso il processo di unificazione nazionale italiane e verso le dinamiche politiche del Regno d’Italia.  E “Atti di fede” venivano definiti nella Spagna travagliata dall’Inquisizione cattolica  le condanne per eresia, seguite nei casi ritenuti più gravi da esecuzioni capitali nei modi più atroci.
  Per alcuni autori il compito principale della politica è proprio quello della gestione della violenza sociale. La dottrina sociale cattolica gliene assegna molti altri, volti al benessere sociale e all’elevazione delle persone umane. Ma comunque esso è importante, in particolare per una confessione religiosa che storicamente ha espresso violenza politica su larga scala,  ed è anche al centro della formazione democratica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.