Note per un tirocinio di democrazia 11.1
1. La democrazia come ai
tempi nostri la si intende (e non la si
è sempre intesa così), è un sistema
di valori, che esprime anche, a vario livello, delle regole, per ordinare la
società di riferimento secondo quei valori. Poiché i valori, essendo produzione
culturale di una società, tendono a variare nel tempo secondo i mutamenti sociali,
è possibile che in un sistema di regole di una società siano presenti regole
non più attuali, in quanto prodotte al tempo di altre concezioni valoriali.
Poiché le società tendono ad ordinarsi secondo valori attuali, in esse si osserva
sempre una continua produzione o aggiornamento del sistema di regole secondo il
quale sono ordinate. Questo fatto, però, non deve sorprendere, né scoraggiare
nell’adesione ad un’etica sociale, perché è profondamente umano e ciò che importa,
e che va considerato, è che uno dei valori principali della democrazia è il
ripudio della tirannia sociale esercitata da poteri illimitati, individuali o
collettivi, motivo per il quale si vuole che ogni potere abbia le sue regole.
In questo senso, anche il sistema delle
regole di una società è un valore in un regime democratico.
Una regola è anche la manifestazione di un potere, che può essere quello
di un gruppo sociale che se lo arroghi esercitando violenza sociale, come
accade nel dominio attuato dai gruppi criminali o in alcuni tipi di eventi
politici rivoluzionari, o nel caso del
dominio di un esercito invasore sulle società nemiche conquistate e cadute nel suo dominio, o quello
di un’autorità costituita che agisce per legittimazione datale dalle regole
vigenti che disciplinano il suo potere, ma anche, ed è una forma di produzione
di regole molto importante e diffusa, il potere di pressione sociale derivante
da consuetudini sociali collettive, quindi modi di agire ritenuti doverosi
socialmente sebbene non consacrati in alcun atto formale (sono di questa
origine, ad esempio, le regole in materia di pubblica decenza e quelle della
moda).
Anche la produzione delle regole, in democrazia, in quanto esercizio di
un potere sociale, ha le sue regole, sul modo in cui le regole possono essere
stabilite o modificate, sulla loro estensione e sul loro contenuto.
Un limite generale molto importante, del quale
di solito non si ha consapevolezza o non se ne ha a sufficienza, è quello della
ragionevolezza delle regole. In una democrazie non tutto può
essere comandato, e quindi divenire contenuto di regole, e ciò anche se il
comando proposto riesce ad ottenere un
consenso molto vasto, e addirittura totalitario: la volontà collettiva, che di
solito viene riferito ad un popolo,
inteso come la parte della società che ha voce in capitolo nella costruzione
delle regole (e che comunque, una volta imposte, ne diviene soggetto), trova sempre, finché un regime mantiene carattere
democratico, il limite della ragionevolezza dei contenuti delle regole sociali,
ed esso è un valore che si fa discendere dal valore dell’uguaglianza
in dignità e, innanzi tutti, dal principio
che ogni persona abbia, e abbia diritto di averla riconosciuta, una sua
dignità inviolabile. Comandi irragionevoli la colpiscono e sminuiscono.
Quando nelle carte costituzionali degli stati si scrive di sovranità del popolo, o espressioni simili, non si vuole affermare
che il popolo, in quanto sovrano, possa dare alla regole sociali
qualsiasi contenuto, come pretendevano i sovrani delle antiche dinastie europee
spodestate o ridimensionate dai processi democratici, ma solo che il potere
pubblico di vertice è, e deve essere, esercitato collettivamente,
ripudiando ogni pretesa di singoli, dinastie o altri gruppi sociali, di
arrogarselo al di fuori delle procedure e dei limiti propri del regime
democratico. Nella nostra Costituzione questo è scritto, precisando che, sì, la sovranità appartiene al popolo, ma
che, anche riguardo al potere del popolo,
esso va esercitato nelle forme e nei
limiti della Costituzione. Un potere che dee riconoscere forme
e limiti non è più sovrano, nel
senso in senso inteso dagli antichi monarchi, nel senso di non ammettere alcun
potere sopra di sé: la democrazia ha quindi abolito la sovranità in tal senso,
mettendo anche i poteri supremi, al massimo livello, sotto il dominio dei
principi e, quindi, dei valori. Tra
questi ultimi il principio di ragionevolezza.
Di conseguenza, una democrazia che comandasse
qualcosa di irragionevole commetterebbe una violazione dei suoi
principali valori, espressione di quello supremo dell’uguaglianza in dignità delle persone umane, e, se ciò accadesse su
larga scale e non trovasse rimedi nell’ordinamento giuridico e sociale di
riferimento, il regime cesserebbe di essere una democrazia, anche se ne
mantenesse le apparenze. A quel punto vuote
apparenze.
Nelle democrazie contemporanee evolute, vi sono organi istituzionali che
anche al massimo livello, hanno la funzione di rimuovere le regole che violino
i principi generali stabiliti per la loro legittimità, in particolare quando
violino valori che, in quanto supremi, sono definiti in principi
costituzionali, regole molto importanti, di sistema, che di solito si trovano
scritti nelle Costituzioni degli stati. Al massimo livello, queste istituzioni
si chiamano Corti Costituzionali o Corti Supreme, o hanno denominazioni
simili, e hanno struttura e procedure di tipo giudiziario, quindi contenzioso,
nelle quali dei giudici si trovano davanti a pretese contrapposte e devono
applicare regole formalizzate che occorre, prima di tutto, interpretare, per applicare al caso concreto in decisone. Le
decisioni di questi giudici supremi prevalgono anche sulle decisioni degli
organi eletti dal popolo ed esprimono la sovranità dei principi supremi,
detti in quanto supremi di
sistema, sul potere politico dei popoli e, il principio, che in democrazia
neppure il potere dei popoli e dei loro eletti è illimitato. Le ideologie
politiche non democratico sono solitamente bene riconoscibili facendo
attenzione a come la pensano su questo tema: se ritengono che il potere di un’autorità
che in qualche modo derivi dal popolo, per elezione o plebiscito (quando si
vota su un certo specifico tema per approvare o respingere, non per nominare un’autorità;
o quando si vota per confermare il potere di un’autorità già eletta in modo da
renderlo più resistente ai limiti di sistema), non debba trovare limiti, sono
portatori di concezioni non democratiche, e questo anche se si arrogano il
titolo di democratici.
Anche
il potere delle Corti Costituzionali non è illimitato, perché è vincolato a
valori, regole di procedura, di competenza, di contenuto. Il suo proprio campo
di competenza è il giudizio del contrasto tra norme di sistema, espressione di
principi-valori, ed atti di altri pubblici poteri deliberati ai massimi
livelli, come sono le leggi. Le
decisioni delle Corti Costituzionali devono essere motivate, quindi consistono
non solo in una decisione sul tema specifico loro proposto ma anche nelle
argomentazioni razionali che la sorreggono: è centrale, quindi, nell’esercizio
di questo potere di controllo il valore e il principio della ragionevolezza.
2. Il valore delle limitazione di ogni potere è stato il prima ad
affermarsi storicamente nello sviluppo di processi democratici, giù in epoche
antiche, e prima che le ideologie democratiche, anche a seguito dell’inculturazione
da parte dei cristianesimi, fossero pervase da altri valori sociali, come
quello dell’uguaglianza in dignità di ogni persona umane, e quello da esso
derivante della ragionevolezza delle regole sociali.
Quello della pari dignità delle persone umane
iniziò ad affermarsi, nel quadro di processi rivoluzionari, nel Settecento, a
seguito delle nuove concezioni sociali elaborate dal movimento culturale detto
dell’Illuminismo. Quel valore ha poi
subito una progressiva espansione fino ai tempi nostri, in cui lo si vorrebbe
applicare ad ogni persona umana, a prescindere dal sistema politico in cui è
nata ed è stata riconosciuta come attore sociale. Ad esso certamente possono
trovarsi radici nella fede dei cristiani, nella quale gli
esseri umani sono detti non solo creature,
ma anche figli di un unico Padre celeste, e quindi, come
tali, anche fratelli. Tuttavia l’idea di uguaglianza
in dignità delle persone dal punto di vista politico, non solo religioso, non rientrò nelle prassi di governo anche
nelle potenze cristianizzate, nelle quali, ad esempio, fu praticato a lungo lo
schiavismo e l’asservimento sociale delle donne e dei ceti dei lavoratori
impiegati nel lavori ritenuti più umili.
Quando il cristianesimo, dal Quarto secolo, fu
posto a base dell’ideologia politica dell’Impero romano in cui si era diffuso,
i cristiani assimilarono molti dei costumi politici all’epoca vigenti, in
particolare in merito all’idea di sovranità,
e così continuarono a fare anche in seguito, anche se i sovrani appartenenti
alla dinastie dominanti cristianizzate presero a giustificare il proprio potere
politico con il fatto di esercitare sulle popolazioni cadute nel loro dominio
un potere paterno, o simile a quello
di un vescovo, sulla base di un mandato,
talvolta definito consacrazione, ricevuto dal Padre celeste.
Questo è stata anche l’origine dell’attuale configurazione politica del Papato
romano, che nel Primo Millennio assunse il titolo, che era stato arrogato dagli
imperatori romani divinizzati pre-cristiani, di Pontefice Massimo, e nel
Secondo Millennio quello di Vicari di
Cristo.
Questo modo di giustificare il proprio potere politico come esercizio di
un mandato ricevuto dal Cielo è definito
“sacralizzazione” di quel potere, e
comporta che il potere sacralizzato sia sottratto a qualsiasi critica, sotto
pena di condanna religiosa, e, sotto tale aspetto, non ammetta più alcun limite
sociale o critica sociale.
La democrazia non ammette alcuna sacralizzazione del potere politico,
vale a dire del governo della società di riferimento. Non l’ammetta
essenzialmente perché irragionevole, data l’uguaglianza in dignità degli esseri
umani, e, in particolare, perché controproducente. Infatti l’esperienza storica
ha dimostrato che ogni potere (anche quello religioso)
sottratto alla critica sociale con qualsiasi giustificazione tende sempre a
corrompersi, e, in particolare, ad abusare,
in particolare a danno degli stati di popolazione socialmente subalterni e,
come tali, più deboli, meno capaci di reazioni di resistenza.
Il contrario della “sacralizzazione”
è la “secolarizzazione”, che
significa ammettere e consentire la
critica sociale di ogni potere, anche al massimo livello, dove si si situano di solito poteri che vengono
presentati come sacralizzati e, come tali, sottratti ad ogni critica.
La sacralizzazione è anti-democratica solo quando si applica ai poteri
di governo politico, non quando, ad esempio riguarda prerogative in religione,
quelle inerenti al sacerdozio o all’episcopato, o al ministero del pastore in
altre concezioni religiose, con riferimento alla liturgia e alla predicazione.
Questo è il motivo per il quale gli elementi sacrali che persistono in alcune monarchie
contemporanee, come in Giappone o in Inghilterra, non confliggono con le
democrazie che reggono quei popoli. Non basta quindi affermare l’origine
sacrale di un certo potere per definire politicamente
sacralizzate le sue deliberazioni, occorre che quel certo potere pretenda
di imporsi, su basi sacrali, nell’ambito prettamente politico, nel governo di
una società, ad esempio di uno stato, per diritto e volontà divini, pretendendo
come tale di sottrarsi ad ogni critica politica.
Sarebbe sbagliato definire, ad esempio, sacralizzato il potere di un parroco nel governo di una
parrocchia, al di fuori dell’ambito liturgico e della predicazione, perché egli
non pretende di esercitarlo per mandato divino, come quando celebra Messa o
svolge una omelia, ma peri incarico amministrativo del suo Vescovo. Il suo
potere non è certamente esercitato in modo democratico, ma potrebbe esserlo
senza problemi sacrali, e infatti
elementi di democrazia sono stati introdotti, sono possibili quindi, anche se
in concreto non sempre attuati o attuati nella loro massima possibile
estensione. Il governo di una parrocchia potrebbe effettivamente essere
organizzato in altra maniera, e in particolare democraticamente, con una più
ampia partecipazione dei fedeli alle decisioni, senza alcun problema religioso,
ma incontrerebbe, spesso, il serio problema della limitatissima acculturazione
democratica dei fedeli, per carenze formative specifiche.
Questo non toglie che, nel quadro di un tirocinio di democrazia attuato
in parrocchia, e anche nella formazione dei più piccoli, possano essere
organizzate e sperimentate, per capire e imparare la democrazie forme di
partecipazione alla gestione delle attività e dei servizi, per vedere che cosa
accade e che cosa si è capaci di fare.
In quel modo si scoprirebbe che anche a quel livello si
ripresenterebbero tutte le forme di esercizio di potere politico
storicamente sperimentate, a partire dalla monarchia fondata sul potere del più forte, passando
per oligarchie di notabili (anziani, i più colti, i più abbienti), fino ad
assistere alla costruzione di forme di democrazia più partecipata da tutti.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.