mercoledì 16 ottobre 2019

Onnipotenza


Onnipotenza

  Le scienze moderne ci mostrano la natura come il risultato di un’interazione di forze di diverso tipo. Nessuna di esse ci viene presentata come onnipotente, ma la scoperta degli universi è ancora in corso e nulla si può veramente escludere. In base alle osservazioni e alle congetture formulate vengono continuamente aggiornate le rappresentazioni della natura in cui siamo immersi. Il movimento culturale del positivismo, sviluppatosi nel corso dell’Ottocento, riteneva che nulla fosse veramente inconoscibile, le scienze contemporanee non ne sono più convinte, si sono rassegnate a cercare di dare e di aggiornare una versione quanto più accurata e affidabile della realtà, senza pretendere di più, si sono rassegnate a non poter veramente conoscere tutto, quindi a rinunciare alla loro onnipotenza. Questo corrisponde anche alla nostra visione religiosa, per la quale l’onnipotenza non è degli esseri umani, ed è superbia insensata rivendicarla. Ogni potente sarà rovesciato dal suo trono, prima o poi: questa l’esperienza che si fa nella natura e nella storia. Nelle religioni degli antichi anche gli dei, esseri soprannaturali in cui erano impersonate le forze della natura e della storia, non erano onnipotenti. Anche loro, quindi, avevano una storia, fatta di interazioni con loro simili, con la natura e con gli esseri umani. Potevano essere sconfitti e addirittura annientati. Nella nostra fede dobbiamo invece spiegare l’onnipotenza. E’ un problema, nel senso che essa va contro all’esperienza comune. Di più: dobbiamo spiegarla tenendo conto della Passione e Morte del Signore.
  Nel 1967 il complesso dei Nomadi  incise la canzone di Francesco Guccini Dio è morto che ha questo testo:

Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano
Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate
Lungo le strade da pastiglie trasformate
Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città
Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
E un dio che è morto
Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell'estate, dio è morto
Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell'eroe
Perché è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto
Nel mondo che faremo, Dio è risorto

  Significava che gli idoli della società di quel tempo (che in gran parte sono ancora attuali) stavano cadendo insieme ai loro seguaci, dimostrando così che seguendoli si andava a finire male, ma che c’era una speranza, rappresentata da un Dio risorto. Ci fu un grande scandalo, non tanto per la critica sociale della canzone, all’epoca la ribellione andava di moda, ma per l’affermazione della morte di un dio. Non fu inteso che nel testo si faceva riferimento a due immagini della divinità, una delle quali asservita alla civiltà dei consumi e alla violenza politica, l’altra no. L’idea di Dio che muore e risorge è nella nostra fede, ma è sua specifica caratteristica che, in questa narrazione, a morire sia proprio un uomo del quale si afferma che sia anche Dio. La morte quindi, in quest’ottica, è vera morte, come quella propria di ogni essere umano. Una morte non causata dal decorso di eventi naturali, come può essere quella dovuta a malattia, ma da un giudizio umano su quella pretesa divinità, condannata come criminale e come tale trattata. Nella nostra narrazione di fede, infatti, Il Dio-uomo fu giustiziato.
  Nell’antichità avere la protezione un dio significava salvezza, fortuna, vittoria. Anche nelle concezioni bibliche più antiche si parte da quest’idea. Rispetto ad altri sistemi religiosi, il favore di Dio si otteneva però seguendo norme di giustizia, un complesso di leggi poste a fondamento di un patto. Quindi poi i rovesci della sorte, non solo ad esempio le sconfitte in battaglia ma anche le malattie gravi, venivano presentati come punizioni per infedeltà a quel patto da parte dei singoli o della società. Nella nostra fede questa convinzione viene messa in secondo piano, anche se non del tutto abbandonata. La resa dei conti è però trasposta alla fine dei tempi. Questo perché si accentua molto la presentazione  della giustizia come misericordia, che porta a superare la legge. Su di essa, si insegna, si verrà giudicati, non sull’osservanza di una norma formale. Al centro di tutto vi è l’amore – agàpe che continuamente cerca di ricostituire una trama sociale misericordiosa, cercando di inglobare anche coloro che si presentano come nemici o comunque violatori delle leggi. Alla Passione e  Morte si dà questo significato religioso: l’offerta della vita per ricostituire l’amore  - agàpe, con un valore infinito perché fatta da Dio.   La storia delle nostre collettività di fede è quella dei tanti tentativi di impersonare  nella pratica sociale queste concezioni. In realtà, finora, non si è mai riusciti a superare la legge e la violenza sociale che essa necessariamente implica. Si è giunti addirittura a configurare al modo di uno stato la chiesa come fatto sociale. La nostra Chiesa, ad esempio, nel secolo scorso si è dotata di un vero e proprio codice, raccolta sistematica e ordinata di norme, delle sue principali norme di legge,  riformulato nel 1983. La legge viene data per ordinare una società in cui non tutti seguono il bene: implica sempre una certa violenza contro i suoi violatori, anche se violenza legittima. Deriva dalla debolezza degli esseri umani e dalla loro incoercibile indisciplina. Ma come la mettiamo con l’onnipotenza divina? Un dio che ha necessità di una difesa di legge presidiata da pene irrogate ed eseguite dagli esseri  umani, non è onnipotente. Ma, si dice, ci è stata data la libertà e dunque anche quella di violare leggi giuste. Ma com’è che poi questo male riesce ciclicamente ad avere la meglio nelle società? Dove si vede che c’è una Provvidenza che dirige tutto per il meglio nonostante il male? Il problema rimane e, in particolare, si presenta quando si cerca di organizzare ogni tipo di formazione religiosa, dai più piccoli ai più grandi, cercando di spiegare il male, specialmente quello incolpevole, da un punto di vista religioso. E si cerca di dare diverse spiegazioni, una delle quali invita a ringraziare il Cielo anche per il male, perché, in definitiva, è voluto per noi per una qualche ragione che a noi rimane però oscura, a nostro ammaestramento e via dicendo, e dunque non è veramente male: una concezione che non mi convince e che presenta un certo carattere disumano, perché il dolore è profondamente umano e, ad un certo punto, si vorrebbe così addirittura muovere un rimprovero al sofferente di non accettare il suo dolore come un bene. Uno dei tratti caratteristici della vita del Maestro  è stato invece quello di venire in soccorso dei sofferenti, anche se stranieri e violatori delle leggi  di giustizia (peccatori). Questa appunto la sua misericordia.
  Nelle filosofie cristianizzate  e nelle teologie del passato si è cercato di fornire una giustificazione credibile al fatto che, in definitiva, il mondo va come va nonostante  l’onnipotenza divina, insomma per dare coerenza a un insieme in cui essa sfugge e appare irrealistica.  E' la teodicea, il tentativo di spiegare l'apparente impotenza di un Dio onnipotente. L’esperienza storica è infatti che tutto il male che si poteva immaginare poi è stato fatto e che, addirittura, non si può essere certi che si finisca persino peggio. E per di più il male, anche il male estremo, è stato fatto anche da potenze cristianizzate! L’unica luce che nella storia ci viene è nei tempi della conversione, dei quali troviamo tanti esempi anche nella Bibbia, pur in mezzo alla truce violenza che caratterizza tante sue narrazioni e invocazioni (certi salmi non li leggiamo nemmeno più, o non più per intero, nella liturgia ordinaria per tutti i fedeli, tanta brutalità contengono). Perché  è pur vero che, nell'orrido di quella storia che va come va,  si realizza effettivamente il miracolo dell’amore-agàpe, quando si decide che è venuto il momento di abbandonare la violenza e di dar seguito agli impegni di fede secondo l’insegnamento del Maestro. Per  come la vedo io, questo potrebbe essere utilmente al centro delle attività di formazione religiosa, perché l’amore-agàpe  è esperienza sociale effettivamente realizzabile ma che occorre apprendere  anche nella pratica, insieme ai principi di giustizia misericordiosa che lo caratterizzano, e alle condizioni spirituali che richiede, perché quel miracolo accade nell’unità con il Cielo, e in questo senso è dono  e grazia. Per il resto mi limiterei a riconoscere che non è compito nostro far quadrare i conti con la questione dell’onnipotenza divina, e la teodicea è un compito possibile solo a Dio stesso, la teologia non giungendo a risultati completamente convincenti,  quindi che c’è molto che non arriveremo mai a sapere nonostante gli sforzi dei nostri sapienti, e non ci si può fare nulla, ma nemmeno dobbiamo disperarci, perché, per quanto animati dalla fede rimaniamo pur sempre esseri limitati,  e questo del resto anche secondo le concezioni scientifiche contemporanee che appaiono produrre risultati prodigiosi pur avendo rinunciato a dare una spiegazione definitiva su tutto. Quello che però si sa è che il miracolo dell’amore – agàpe  è possibile, è effettivamente possibile,  lasciandosi ispirare dalla fede, e questo si è dimostrato finora un potente fattore di salvezza sociale e consolazione e anche un buon principio di organizzazione sociale, pur se non è prevedibile che in quest’ultimo campo si riesca a fare a meno del tutto della coercizione, della violenza sociale contro i renitenti. Del resto, anche il Papa ha i suoi gendarmi nello stato di quartiere che possiede qui a Roma.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli