Riunione di AC del 15-10-19
- traccia sul tema della Città degli esseri umani
èche cosa è la città?
èquali città menzionate nella Bibbia vi vengono in mente?
èBabilonia:
Regione storica dell’Asia Anteriore, situata
nella fertile pianura tra il Tigri e l’Eufrate [Mesopotamia] compresa fra
il Golfo
Persico e una linea che corre
a nord dell’odierna Baghdad; a O si estendeva fino al confine persiano, a SE
fino all’Elam. Conosciamo la sua storia dal 2350 a.C.
Babele o Babilonia
grande città antica, situata in Mesopotamia, nella regione di Babilonia, a
circa 80 chilometri dall’attuale Baghdad. Fu nel dominio dei Sumeri, degli
Amorei, degli Ittiti, degli Assiri, di
dinastie locali, dei Persiani e infine
fu conquistata da Alessandro Magno nel Quarto secolo a. C., epoca della quale,
nel corso dei due secoli successivi, cadde progressivamente in rovina. Il suo
periodo più fiorente fu sotto il sovrano Nabucodonosor 2°, che vi regnò nel Sesto secolo a. C. . Sotto il suo
regno parte della popolazione della Giudea venne deportata nella città. Nel 538 a. C. il re persiano
Ciro, dopo aver conquistato la città, consentì alle popolazioni deportate di
far ritorno nei luoghi di origine. Il suo nome, in accadico, una lingua
semitica parlata nella città, significava Porta di Dio, ma nella culture che produssero la nostra Bibbia era
considerata come la Città del Male, simbolo di peccato e di oppressione. In questo senso ad essa ci si riferisce nel libro dell’Apocalisse,
anche se si pensa che se ne parlasse per intendere l’antica Roma, con il cui
potere le collettività cristiane delle origini ebbero un travagliato rapporto.
ll problema della grande città è nel suo
irriducibile pluralismo sociale che consente l’allentamento dei legami etnici e
l’espandersi di costumi dissoluti nel contatto con altre culture. L’etica
ebraica idealizza una società pastorale e contadina, egualitaria e acefala,
fondata su forti vincoli di famiglia di tipo tribale, guidata da capi
carismatici suscitati da Dio a seconda delle esigenze del momento, in
particolare per fronteggiare un oppressore straniero o per richiamare il popolo
alla fedeltà all’alleanza.
èLa Gerusalemme celeste
Bibbia (Dossetti, Eucaristia e città, 2011)
Nell’Antico Testamento città si dice ‘ir e significa un insediamento umano
chiuso, cintato. Nella cultura ebraica antica non aveva un significato
politico, come nella cultura greca. La città viene vista sfavorevolmente, come
sede di peccato. Caino è presentato come costruttore di Città (Gen 4, 16-17).
C’è anche l’episodio della costruzione della torre di Babele, una sfida al
Cielo. La stessa Gerusalemme fu segno di contraddizione, infedele, malgrado i
richiami dei profeti. La conquista dellla città ad opera del sovrano babilonese
Nabucodonosor viene vista come una punizione per queste infedeltà.
Dossetti, cit.: «E’ nella linea di tutto il
nuovo testamento la presentazione apocalittica dell’impero romano, e della
città di Roma/Babilonia, come potenza diabolica
simboleggiata da una bestia che si trova nel libro dell’Apocalisse. Con
essa vi può esser solo conflitto irriducibile. da Roma scrive l’apostolo Pietro
descrivendo una fraternità di eletti in
mezzo a una città blasfema e persecutrice (1Pt 5,13: «Vi saluta la comunità che
vive in Babilonia e anche Marco, figlio mio») La Gerusalemme terrena respinge Gesù, lì Gesù viene giustiziato
dagli occupanti romani su istigazione dei capi religiosi della città e di parte
del suo popolo. Non resta che la Gerusalemme
che viene dall’alto e che viene annunciata nel libro dell’Apocalisse, l’ultimo
della Bibbia cristiana. Nell’ottica neotestamentaria il suo avvento però è solo
opera di Dio, non viene preparato o affrettato dagli esseri umani, a cui
compete solo la fedeltà alla Parola, l’annunzio di essa e la pazienza. Quando verrà il Regno sarà non il
coronamento della storia, ma il suo troncamento, in un battere d’occhio (1Cor 15.52). La nuova Gerusalemme, scesa
dall’alto, non ha nulla a che vedere con una città terrena, Dio la illuminerà e
renderà possibile un convivio soave ed eterno dei fratelli di tutti i tempi e
del mondo angelico con Dio.
Nel
pensiero di Agostino d’Ippona, vissuto tra il Quarto e il Quinto secolo la Città di Dio, gloriosa, ha un itinerario
temporale, coesiste con la Città del
Diavolo, e attende con perseveranza, per la sua fede, il giudizio finale, a
seguito del quale conquisterà l’ultima vittoria e la pace totale. Le due città sono caratterizzate da generi di
vita. l’una è formata da quelli che vogliono vivere secondo la carne, l’altra
da quelli che vogliono vivere secondo lo spirito: hanno quindi connotati etici.
Scrive Agostino [La città di Dio, libro
14,28]: «Due amori hanno costruito due
città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città
terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste».
è C’è un rimedio possibile
contro i rischi della città degli uomini?
Il pensiero sociale cristiano, e in esso la
Dottrina sociale della Chiesa cattolica, ritiene di sì.
La
considerazione della città si modificò
radicalmente, rispetto ai primi tempi, da quando il cristianesimo, da Quarto
secolo divenne fondamento dell’ideologia politica dell’Impero romano, suo
antico persecutore. I regni cristiani
dovettero quindi organizzare civiltà politiche, farsi costruttori di città, in
senso politico, etico e anche materiale. L’immagine della città si fa dunque
anche politica. Si ragiona sul
miglior modo di organizzare il governo della società. I sovrani cristiani, e il
Papa romano tra essi, concepiscono sé stessi come luogotenenti della volontà
divina. Si sviluppano dottrine specificamente politiche, ad esempio nell’opera
di Agostino d’Ippona che ho citato. Dalla fine del Settecento, con
l’affermarsi delle democrazie moderne, in questo lavoro vennero coinvolti in
misura sempre maggiore gli stessi governati, che da sudditi si elevarono a
cittadini.
Nel Cinquecento,
il riformatore tedesco Martin Lutero, dopo aver visitato Roma papale, la
descrisse come «più scandalosa e abominevole di qualunque Sodoma,
Gomorra o Babilonia».
Nella
seconda metà dell’Ottocento il Papato romano, soprattutto nel confronto/scontro
con il nuovo Regno d’Italia, egemonizzato da forze di orientamento liberale e
anticlericale, spinse le masse a organizzarsi politicamente per l’azione
sociale: da qui quella che va sotto il nome di Dottrina sociale della Chiesa, l’ultimo documento della quale è l’enciclica
Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa
Francesco, nella quale si danno principi organizzativi a livello globale.
Giuseppe Lazzati (1909-1986), in La
città dell’uomo, Ave, 1984, ragionò sui doveri politici dei cristiani.
Ritenne
che tra i cristiani non si avesse sufficiente coscienza del posto che la politica, il governo delle
società, quindi anche delle città quali comunità politiche, assume per il
cristiano e il suo valore in rapporto al Regno di Dio. Criticò il disinteresse,
la diffidenza e il rifiuto della politica. Per spiegare la politica ai cristiani
sostituì il termine politica con l’espressione
“costruire la città dell’uomo a misura d’uomo”.
Con città intese ogni aggregato umano, piccolo o grande. E realtà di relazioni tra persone. Nel costruire si parte
dall’essere umano e si mira all’essere umano, perché cresca nelle relazioni
sociali. La costruzione sociale è
lavoro collettivo, che esige di impegnarsi insieme con la coscienza di ciò che
si fa, esige la partecipazione di tutti i cittadini,
le persone in relazione nella città. E’ necessario pensare un’ideologia intesa come progetto che guida l’azione politico
sociale, mediando tra i convincimenti ultimi, i valori etico-sociali e la
prassi politico sociale di singoli e dei gruppi. Secondo la Costituzione
dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano 2° Luce per le genti (31), è specifica vocazione dei laici creare il
regno di Dio trattando le cose del loro tempo e ordinandole secondo la volontà
di Dio. In questo lavoro bisogna operare
tenendo conto che le cose create e le
stesse società hanno leggi e valori propri che l’uomo gradatamente deve
scoprire, usare e ordinare (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo La gioia e la speranza 36). Il mondo è
quindi il luogo di santificazione dei laici (Paolo 6°).
Lazzati: “una volta poste in essere dall’atto
creatore di Dio e secondo le leggi in esse poste da quell’atto creatore, [le
cose del tempo] in forza di esse sussistono così che scoprirle, ordinarle a
servizio dell’uomo è cogliere il loro linguaggio e, lo si voglia o no, è rendere
omaggio a Dio” [cfr Galileo Galilei, vissuto nel Seicento].
Che compito hanno il clero e la sua gerarchia in questo?
Vi fu un’evoluzione della dottrina sociale dall’enciclica Le novità del 1891, il primo documento della Dottrina sociale della Chiesa cattolica moderna e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). All’inizio i laici venivano considerati solo esecutori delle disposizioni politiche del Papato. Da ultimo li si considera anche collaboratori nella formulazione dei principi, in quanto esperti delle leggi sociali e delle cose create. La distinzione netta tra cose della società, del tempo, in questo senso temporali, campo principale dei laici, e quelle dell’etica religiosa, campo principale del clero e della sua gerarchia, non è mai stata così netta come la teologia la vorrebbe. In particolare si è sempre avuta una costante e persistente ingerenza del Papato e dei vescovi nella politica nazionale, da una parte, e, nell’era dello sviluppo della democrazia in Italia, nel corso dell’Ottocento, una costante partecipazione dei preti ai processi politici.
Si può collaborare con i non cristiani?
La collaborazione per la politica è diversa da
quella per l’evangelizzazione, il suo fine è di cercare insieme, cristiani o
no, la maggiore pienezza di ogni valore veramente umano, a cui tutti gli
uomini, sia pure inconsapevolmente aspirano. L’identità cristiana, proprio
perché deriva da Cristo, il mediatore per eccellenza, consiste nell’essere mediazione, non certo nel senso di menomazione, ma nel senso di concepire
quell’identità situandola nella storia.
E’ necessaria una formazione
Occorre aiutare i cristiani a formarsi e
coltivare una cultura capace di farli stare nella
città da attori e non da spettatori. Bisogna acquisire competenza. Il clero
non può supplire del tutto i laici nel lavoro che è loro proprio e nemmeno ne
ha la competenza.