mercoledì 30 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 9


Note per un tirocinio di democrazia 9

  La democrazia, come ai tempi nostri la si intende, è un sistema di valori che rende possibili mutamenti incruenti degli ordinamenti delle società umane, in particolare il cambiamento delle loro regole istituzionali e di convivenza, in modo da assecondare gli sviluppi culturali che si producono inevitabilmente nelle popolazioni e le esigenze collettive. Va precisato che, quando in discorsi del genere si parla di cultura, non ci si riferisce a quella erudita, intesa come complesso di conoscenze letterarie e scientifiche ma:

 Secondo la definizione di Edward Burnett Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
Se ne trova un'altra definizione al n.53 della costituzione  Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
    Con il termine generico di « cultura » si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l'uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l'andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano.
  Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale e la voce « cultura » assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano. Così pure si costituisce l'ambiente storicamente definito in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà.

 Quindi: cultura come modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori.
  L’antropologia e la storia ci insegnano che le società umane sono costantemente cambiate, e piuttosto velocemente, dal punto di vista delle loro culture. Molto più lenti sono stati i cambiamenti  fisiologici degli esseri umani. E tutto sommato, da questo punto di vista, non differiamo molto dagli altri mammiferi, ancor meno dai primati, e pochissimo dagli esseri umani di 200.000 anni fa.  Gli aspetti culturali più duraturi sono stati certamente quelli legati alla nostra fisiologia. Sotto questo aspetto, le differenze che ci separano dalle origini delle nostre collettività di fede, ad esempio in materia di alimentazione e di riproduzione sono minime; sono rilevantissime quelle che invece riguardano altri aspetti culturali, anche molto importanti.
 I cambiamenti delle società umane sono innanzi tutto legati alla nostra fisiologia, per la quale il tempo della nostra vita è limitato e le generazioni si susseguono. Tutte le culture umane si sono confrontate con questo aspetto della nostra vita e ne hanno elaborato spiegazioni, che in vario modo sono entrate a far parte del patrimonio culturale delle società di riferimento. L’idea del cambiamento come caratteristica delle nostre società è tra le più durature, in quanto appunto legata alla nostra fisiologia. Anche nell’immaginare le potenze soprannaturali che si ritiene determinino in vario modo la nostra vita si è trasposta questa idea del cambiamento, per cui, in sostanza, anche gli dei sono stati raffigurati, pensati, con una loro storia. Essi, in particolare, nelle narrazioni che li riguardano, agiscono, producono degli effetti, dei cambiamenti, interagiscono tra loro e con gli umani. L’idea di una divinità immota, una e assolutamente stabile nella sua perfezione, che ad un certo punto si affacciò nell’antica filosofia greca, è di difficile gestione pratica, e, in definitiva, ci riesce difficile anche solo pensarla, perché è completamente estranea alla nostra esperienza. Ciò che rientra nella sapienza pratica comune a tutti è stato per ora confermato anche nell’ambito delle scienze naturali, che si sono sempre trovate, finora, ad osservare oggetti che mutano.
  L’agire collettivo, per collaborare per superare i nostri limiti individuali fisiologici, che è uno degli aspetti fondamentali, naturali, delle nostre vite, perché siamo viventi sociali, che quindi organizzano e governano società, richiede però una certa stabilità delle organizzazioni sociali: a ciò servono le regole sociali. Esse scaturiscono dalle società come loro prodotto culturale  e solo in parte sono progettate e imposte da un’autorità superiore; sono moltissime quelle che derivano da consuetudini o accordi. Sono di quest’ultimo tipo quelle, piuttosto rigide, che osserviamo spontaneamente nel vestire e quelle altre, anch’esse piuttosto rigide, della lingua. Non c’è nessuna legge dello stato che prescriva come parlare e scrivere in una certa lingua. Eppure il linguaggio ha regole, di tipo consuetudinario, che derivano dalla sua pratica, che vengono anche riassunte nelle grammatiche  e allora assumono sembianza di leggi. “Come si scrive?”, “Come si dice?”, “Non si scrive così!”: sono espressioni che ci sono familiari. Proprio l’osservazione degli sviluppi storici del linguaggio, ci consente di capire l’evoluzione culturale, i cambiamenti culturali / Observationis iustus ex historico processu ad lingua, efficit ut probe intellegatur ex theoria evolutionis culturalis, culturae mutationes. Con l’aiuto del traduttore Google ho scritto la stessa frase in italiano moderno e in latino standard. A Roma parliamo italiano moderno e ai tempi  di quando gli apostoli Pietro e Paolo vi arrivarono si parlava il latino di quell’epoca: il primo è l’evoluzione del secondo. L’italiano può essere definito latino moderno e il latino italiano antico. La relazione tra le due lingue consente a chi sa l'italiano di intendere qualcosa della frase latina che ha lo stesso senso di quella in italiano, anche se non sa di latino. L’uso ha cambiato le regole del linguaggio nel tempo, trasformando il latino in italiano. Le regole del linguaggio sono state modellate dall’uso e quest’ultimo è un elemento culturale che ha seguito i cambiamenti sociali. L’italiano moderno ingloba anche lasciti culturali di altre società, ad esempio di quelle germaniche e di quelle arabe. Derivano dall’arabo le parole algebra, cifra, zucchero. In latino zucchero (in arabo  sokkar) si diceva saccharum, da cui diverse parole in italiano, tra le quali le più frequentemente ricorrenti nel linguaggio comune mi paiono essere saccarina, saccarosio,  perché saccaride, saccarifero, saccarificare, saccarimetro, saccaroide, saccarometria ecc. appartengono a gerghi specialistici. Com’è che ora usiamo l’arabo  zucchero invece di un’evoluzione del latino saccharum? In realtà la faccenda è più complessa e mostra lasciti culturali interessanti, perché saccharum  deriva dal greco antico sàccaron, che deriva anch'esso dall’arabo sokkar, che a sua volta deriva dal persiano shakar  e dal sanscrito (un’antica lingua indiana) sarkara. L'italiano moderno zucchero non deriva dal latino saccharum, ma entrambe hanno come progenitrici l'arabo sokkar e un'antichissima parola indiana, sarkara, attraverso il persiano shakar. E' una traccia della compenetrazione tra la nostra cultura e quelle greca, persiana e indiana, e quindi di antiche e prolungate interrelazioni culturali (i cambiamenti culturali richiedono tempo, generazioni, per prodursi).  Ecco dunque che i cambiamenti che ci si aspetta nelle società umane non derivano solo dal succedersi delle generazioni nel trascorrere del tempo, ma anche dalle relazioni interculturali tra società diverse che si accostano, si conoscono e fanno pratica l’una dell’altra, acquisendo l’una dall’altra ciò che appare utile, funzionale alla vita sociale.
  Ebbene, la questione del valore delle regole sociali, della loro interpretazione e corretta attuazione, del loro rapporto reciproco  e di quello  con i valori sociali di riferimento è di quelle centrali nelle narrazioni evangeliche, come anche nelle democrazie come oggi le intendiamo, secondo le quali le regole sono funzionali a valori umanitari, e questo è appunto il principale lascito politico del cristianesimo che inglobano. Essa è strettamente connessa a processi di evoluzione culturale, quindi ai cambiamenti che si sono prodotti nel tempo e nell'interazione tra diverse culture. L’evoluzione culturale del cristianesimo e la sua inculturazione nelle democrazie contemporanee, come in precedenza nelle monarchie sovrane europee,  sono  infatti il risultato di uno spettacolare processo di molteplici fusioni culturali e anche di stirpe, a seguito di intense correnti migratorie, per il quale noi europei siamo oggi come siamo, con l’aspetto fisico che abbiamo, parliamo come parliamo e pensiamo come pensiamo. 
  Sciogliere questo complesso risultato umano e sociale di interrelazioni è impossibile: non è possibile retrocedere nella storia, né fermarla. E' possibile solo, con l'azione sociale, influire sui suoi sviluppi futuri. 
  Dal passato possiamo trarre ispirazione, ma non possiamo inscenarlo nuovamente: sarebbe comunque un passato nuovo, un passato alternativo, immaginato oggi come passato, ma sostanzialmente nuovo. I cambiamenti sociali sono irreversibili, quando sono profondi come quelli che ci hanno prodotti. 
  Questo vale anche in religione, ad esempio per coloro che vorrebbero immaginare di rivivere i tempi apostolici, di vivere la fede come nel Primo secolo, ritenendo che le regole più antiche siano quelle più autorevoli e, in tal modo, vorrebbero superare, e in definitiva rifiutare,  oltre duemila anni della nostra fede. 
  Il problema centrale, nella nostra fede come in democrazia, è invece quello della relazione tra regole  e valori, nei veloci mutamenti culturali e sociali dei nostri tempi. Su di esso il cristianesimo ha ancora molto da dire, in un ambiente sociale che manifesta incertezze  nell'affrontarlo e che, in particolare, appare non riuscire a tramandare alle nuove generazioni i valori della democrazia, per cui anche le sue regole sembrano essere divenute obsolete.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli