giovedì 31 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 10.1


Note per un tirocinio di democrazia 10.1

 In genere la democrazia viene presentata ai più giovani come:
        a)un sistema di norme di comportamento di 
           buona  creanza  civica;
         b) che devono essere obbedite;
c) in quanto deliberate da maggioranze di rappresentanti dei cittadini maggiorenni e non interdetti dai pubblici uffici eletti con procedure  di voto libero affidabili, quindi non compromesse dolosamente da chi raccoglie e conta i voti.
 In realtà questo modo di spiegare la democrazia non ne coglie il suo aspetto essenziale che è la critica sociale, regole comprese, sulla base di valori. La democrazia come attualmente la intendiamo, e la intendiamo in modo molto diverso da ogni esperienza che si definì democratica o in cui noi riconosciamo elementi democratici attuata prima del Settecento, nacque come rivoluzionaria, per rovesciare regole vigenti, in base alle quali veniva valuta l’onestà dei sudditi, sulla base di valori di giustizia sociale. Sono appunto questi  valori  l’essenziale dei processi democratici contemporanei e le democrazie contemporanee ci appaiono come sistemi politici per realizzare in modo incruento cambiamenti sociali, per adeguare le regole vigenti a quei valori. Ma questi ultimi sono un prodotto sociale e, come tali, poiché le società umane sono, tutte, nessuna esclusa, soggette a mutamenti nel tempo, sono una conquista da rinnovare di generazione in generazione, ma non solo, anche da ripensare in ogni loro tratto secondo le condizioni esistenti, per cui certamente ogni società esprime un complesso di valori, per cui questi ultimi variano da società a società, ma accade anche che i valori cambino nel trascorrere del tempo e delle generazioni, e nel rimescolamento sociale, entro ogni società. A questo lavoro di inculturazione dei valori partecipano tutti gli attori sociali, quindi non solo gli adulti e/o il loro rappresentanti istituzionali, ma veramente  tutti, compresi bambini e ragazzi, e compresi anche coloro che, pur interagendo con una società in cui sono immersi, non hanno ancora avuto riconosciuta la condizione di cittadini e quindi il diritto di voto e di candidarsi a cariche pubbliche. Questo complesso di individui, se considerati nella loro partecipazione alla costruzione dei valori, vengono pensati come persone: persona è appunto l’individuo nelle sue relazioni sociali, e in una concezione religiosa anche con il Cielo. La parola persona  ci viene direttamente dal latino, senza alcuna modifica, e nel latino era la traduzione della parola del greco antico ipostasi,  usato nella teologia antica che pensò i dogmi sulla nostra concezione della divinità per indicare la vita divina nelle sue relazioni e distinzioni. La persona umana  è l’individuo, ogni individuo, visto nella sua socialità e, insieme, nella sua irriducibile unicità, per cui egli non solo vive socialmente  ma ha anche una  dignità sociale, definita inviolabile  nelle concezioni democratiche contemporanee, e inviolabile  dalla società intorno e da ogni suo potere. Questa  inviolabilità  della persona umana le consente di partecipare al processo di costruzione, critica, ricostruzione dei valori, con influssi sulle corrispondenti regole. Questa concezione è il risultato dell’inculturazione di importanti valori  cristiani  in quelli democratici: lavoro che si è fatto dalla fine del Settecento, non da epoca più antica, e che si è fatto, purtroppo, subendo il durissimo contrasto della gerarchia cattolica, fino, praticamente, all’altro ieri  in una prospettiva storica. Ciò che il card. Walter Kasper ha definito nell’intervento che ho citato, come tragedia  e  fallimento.  Quella concezione della democrazia venne infatti legittimata nella nostra confessione religiosa solo con l’enciclica Il Centenario - Centesimus annus,  diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla, in occasione del centesimo anniversario dalla prima enciclica della dottrina sociale moderna, la Le Novità – Rerum Novarum  del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°. Il motivo di questo contrasto è la millenaria pretesa del Papato di monopolizzare la creazione e custodia dei valori. Essa è stata in qualche modo attenuata solo a seguito della deliberazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le Genti – Lumen Gentium, avvenuta durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
  A quegli anni risale la riscoperta del dibattito religioso anche tra i  non specialisti  del documento A Diogneto, scritto che si ritiene risalente al 2° secolo della nostra era, che ha al centro della sua esposizione i valori sociali manifestati dai cristiani di quell’epoca e della cultura di riferimento dell’autore (ignoto) del testo (che si ritiene vivesse in Alessandria d’Egitto). I cristiani vengono definiti anima  della società in cui erano immersi e partecipi, non separati al modo di una setta. Questo modo di presentare le comunità cristiane contiene anche un’aspra e generalizzata critica della rimanente società intorno, vista come corpo, dedita alla tirannia della carne, quindi a vizi e piaceri, dissoluta. L’autore, che per altro viveva in tempi di cicliche persecuzioni anti-cristiane, si manifesta incapace di praticare l’arte evangelica del riconoscere anche i valori degli altri, e cito come esempio di ciò che intendo la parabola del Samaritano misericordioso. Possibile che il mondo intorno fosse tutto dissolutezza? Il documento al capitolo 10° contiene chiari elementi di critica sociale, che ci consentono di immaginare i contraddittori della comunità cristiana alla quale era indirizzato:
«Infatti la felicità non sta nell’opprimere il proprio prossimo, nel voler prevalere su più deboli, nell’essere ricchi e fare violenza agli inferiori, né con un simile comportamento si può imitare Dio, anzi tali azioni sono estranee alla sua maestà.»
  Un sistema di valori e una critica sociale che appare scaturire direttamente dalla comunità dei fedeli, senza la mediazione di un’autorità religiosa, che pure, all’epoca di verosimile redazione del documento, era già strutturata intorno ad un episcopato monarchico, sebbene in un clima sociale che ci appare molto più vivace e libero rispetto ai secoli seguenti, nei quali la nostra fede divenne (anche) un affare di stato.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli