Note per un tirocinio
di democrazia 10.1
In genere la democrazia viene presentata ai
più giovani come:
a)un
sistema di norme di comportamento di
buona creanza civica;
buona creanza civica;
b)
che devono essere obbedite;
c) in quanto
deliberate da maggioranze di rappresentanti dei cittadini maggiorenni e non
interdetti dai pubblici uffici eletti con procedure di voto libero affidabili, quindi non
compromesse dolosamente da chi raccoglie e conta i voti.
In realtà questo modo di spiegare la
democrazia non ne coglie il suo aspetto essenziale che è la critica sociale,
regole comprese, sulla base di valori.
La democrazia come attualmente la intendiamo, e la intendiamo in modo molto
diverso da ogni esperienza che si definì democratica o in cui noi riconosciamo
elementi democratici attuata prima del Settecento, nacque come rivoluzionaria,
per rovesciare regole vigenti, in base alle quali veniva valuta l’onestà dei
sudditi, sulla base di valori di
giustizia sociale. Sono appunto questi valori l’essenziale dei processi democratici
contemporanei e le democrazie contemporanee ci appaiono come sistemi politici
per realizzare in modo incruento cambiamenti sociali, per adeguare le regole
vigenti a quei valori. Ma questi
ultimi sono un prodotto sociale e, come tali, poiché le società umane sono,
tutte, nessuna esclusa, soggette a mutamenti nel tempo, sono una conquista da
rinnovare di generazione in generazione, ma non solo, anche da ripensare in
ogni loro tratto secondo le condizioni esistenti, per cui certamente ogni
società esprime un complesso di valori, per cui questi ultimi variano da
società a società, ma accade anche che i valori cambino nel trascorrere del
tempo e delle generazioni, e nel rimescolamento sociale, entro ogni società. A
questo lavoro di inculturazione dei valori partecipano tutti gli attori
sociali, quindi non solo gli adulti e/o il loro rappresentanti istituzionali,
ma veramente tutti, compresi bambini e ragazzi, e
compresi anche coloro che, pur interagendo con una società in cui sono immersi,
non hanno ancora avuto riconosciuta la condizione di cittadini e quindi il
diritto di voto e di candidarsi a cariche pubbliche. Questo complesso di
individui, se considerati nella loro partecipazione alla costruzione dei
valori, vengono pensati come persone:
persona è appunto l’individuo nelle sue relazioni sociali, e in una concezione
religiosa anche con il Cielo. La parola persona
ci viene direttamente dal latino,
senza alcuna modifica, e nel latino era la traduzione della parola del greco
antico ipostasi, usato nella teologia antica che pensò i dogmi sulla
nostra concezione della divinità per indicare la vita divina nelle sue
relazioni e distinzioni. La persona umana
è l’individuo, ogni individuo, visto nella sua socialità e, insieme, nella sua
irriducibile unicità, per cui egli non solo vive
socialmente ma ha anche una dignità
sociale, definita inviolabile nelle concezioni democratiche contemporanee, e
inviolabile dalla società intorno e da ogni suo potere.
Questa inviolabilità della persona umana le consente di partecipare
al processo di costruzione, critica, ricostruzione dei valori, con influssi sulle corrispondenti regole. Questa concezione è il risultato dell’inculturazione di
importanti valori cristiani
in quelli democratici: lavoro che si è fatto dalla fine del Settecento,
non da epoca più antica, e che si è fatto, purtroppo, subendo il durissimo
contrasto della gerarchia cattolica, fino, praticamente, all’altro ieri in una
prospettiva storica. Ciò che il card. Walter Kasper ha definito nell’intervento
che ho citato, come tragedia e fallimento. Quella concezione della democrazia venne
infatti legittimata nella nostra confessione religiosa solo con l’enciclica Il Centenario - Centesimus annus, diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla, in
occasione del centesimo anniversario dalla prima enciclica della dottrina
sociale moderna, la Le Novità – Rerum Novarum
del papa Vincenzo Gioacchino Pecci -
Leone 13°. Il motivo di questo contrasto è la millenaria pretesa del Papato di
monopolizzare la creazione e custodia dei valori.
Essa è stata in qualche modo attenuata solo a seguito della deliberazione della
Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce
per le Genti – Lumen Gentium, avvenuta durante il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965).
A quegli anni risale la riscoperta del dibattito religioso anche tra i non specialisti del documento A Diogneto, scritto che si ritiene risalente al 2° secolo della
nostra era, che ha al centro della sua esposizione i valori sociali manifestati
dai cristiani di quell’epoca e della cultura di riferimento dell’autore
(ignoto) del testo (che si ritiene vivesse in Alessandria d’Egitto). I
cristiani vengono definiti anima della società in cui erano immersi e partecipi,
non separati al modo di una setta. Questo modo di presentare le comunità
cristiane contiene anche un’aspra e generalizzata critica della rimanente
società intorno, vista come corpo,
dedita alla tirannia della carne,
quindi a vizi e piaceri, dissoluta. L’autore, che per altro viveva in tempi di
cicliche persecuzioni anti-cristiane, si manifesta incapace di praticare l’arte
evangelica del riconoscere anche i valori degli altri, e cito come esempio di
ciò che intendo la parabola del Samaritano misericordioso. Possibile che il
mondo intorno fosse tutto dissolutezza? Il documento al capitolo 10° contiene
chiari elementi di critica sociale, che ci consentono di immaginare i
contraddittori della comunità cristiana alla quale era indirizzato:
«Infatti la felicità non sta nell’opprimere il
proprio prossimo, nel voler prevalere su più deboli, nell’essere ricchi e fare
violenza agli inferiori, né con un simile comportamento si può imitare Dio,
anzi tali azioni sono estranee alla sua maestà.»
Un sistema di valori e una critica sociale che appare
scaturire direttamente dalla comunità dei fedeli, senza la mediazione di un’autorità
religiosa, che pure, all’epoca di verosimile redazione del documento, era già
strutturata intorno ad un episcopato monarchico, sebbene in un clima sociale
che ci appare molto più vivace e libero rispetto ai secoli seguenti, nei quali
la nostra fede divenne (anche) un affare di stato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli