Note per un tirocinio
di democrazia 10.2
1. La parola valore ha molti significati. In religione, filosofia
e politica è un principio orientativo dell’azione individuale o sociale che realizza un miglioramento nella
vita e che perciò è desiderabile attuare. Di solito, quando se ne parla in
religione e politica si fa riferimento all’azione sociale e a un complesso
coordinato di valori che ne costituisce l’etica,
vale a dire le convinzioni su ciò che è bene e male, in un contesto in cui si
ricerca e si vuole attuare il bene e contrastare il male. Un valore può essere
descritto, quindi spiegato, ci si può costruire sopra una dottrina, un’esposizione
coerente e coordinata di concetti, ma
prima occorre che sia scoperto, vissuto
e condiviso. Nelle questioni di valori
la pratica viene sempre prima della teoria. Questo è appunto il metodo che
troviamo attuato nelle narrazioni evangeliche. Nella formazione religiosa che
si fa nelle nostre comunità di fede si inverte il processo: prima si spiega e
poi si cerca di attuare, saltando il tempo della scoperta e della condivisione
sulla base di un vissuto. Questo perché in religione i valori sono stati
organizzati in una dottrina e, sulla base di questa, in regole e queste ultime si vogliono immutabili nella e dalla prassi. Questo processo è molto antico, se ne
hanno tracce già sul finire del Primo secolo, nel quale, in ambiente culturale
ellenistico, nel quale si parlava in greco antico e si era sotto l’influsso
delle grandi filosofie di quella cultura, si iniziò a concettualizzare i valori
cristiani. Esso andò di pari passo alla formazione di un clero e di un potere
istituzionale basato su episcopati monarchici. Per capire questa
evoluzione è molto interessante
informarsi sui cristianesimi delle origini. Ne troviamo traccia in alcuni libri
biblici che cataloghiamo nel Nuovo Testamento, per distinguerli da quelli che
condividiamo con l’antica tradizione ebraica, ma per individuarle occorre l’aiuto
di esperti. Il pluralismo delle origini si riscontra, ad esempio, in questo
brano della prima Lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso [1 Cor 15,3-7], un
documento molto antico che si ritiene scritto tra il 55 e il 56:
Prima di tutto vi ho trasmesso l’insegnamento che anch’io
ho ricevuto: *Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella *Bibbia, ed è
stato sepolto. È risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è
apparso a Pietro. Poi è apparso ai dodici *apostoli, 6quindi a più di cinquecento *discepoli riuniti insieme. La
maggior parte di essi è ancora in vita, mentre alcuni sono già morti. In
seguito è apparso a Giacomo, e poi a tutti gli apostoli.
in cui gli esperti pensano di riconoscere due
ambienti religiosi, uno in Galilea intorno a Pietro e l’altro a Gerusalemme,
intorno a Giacomo, detto il fratello del
Signore, e due gruppi di apostoli, il primo, quello dei Dodici, intorno a
Pietro, che praticava la predicazione itinerante, e un altro intorno a Giacomo,
che era più legato ai precetti dell’ebraismo antico. Dai documenti del Nuovo
Testamento in cui si parla dell’opera di Paolo di Tarso è riconoscibile un
terzo ambiente sociale, estremamente importante perché tutti i cristianesimi
nostri contemporanei derivano da quello, ed è l’ambiente degli ellenisti, degli
ebrei emigrati in società inculturate dall’ellenismo che parlavano greco. Tutti
gli scritti del Nuovo Testamento ci sono pervenuti in greco antico. L’apostolo
Paolo, originario della città ellenizzata di Tarso, sulla costa meridionale
dell’Asia Minore, apparteneva a questo ambiente sociale. Di solito si tende a
sopravvalutarne l’influsso personale nella costruzione della nostra religione,
addirittura arrivando a contrapporlo al Maestro. Egli non esercitò mai il
potere che poi fu proprio dei vescovi territoriali e dei patriarchi nello
sviluppo di un’organizzazione del clero. In realtà la nostra religione è il
frutto di un lavoro collettivo molto più vasto e, innanzi tutto, di una pratica comunitaria e individuale della fede, che
successivamente ottenne anche una
sistemazione dottrinale e, in quest’ultima evoluzione, hanno avuto un ruolo
molto importante il clero e le autorità civili che, dal Quarto secolo, promossero
i Concili dai quali ci vennero le definizioni fondamentali dei nostri dogmi
religiosi. Arrivati a questo punto, il processo di inculturazione dei nostri
valori di fede, che comporta sempre prassi,
scoperta, costruzione collettiva, condivisione si trovò sempre a fare i conti con le dottrine sulla fede, che,
con l’inculturazione della dottrina sullo stato dei romani da parte del
cristianesimo, divennero affare di stato, e ne venne anche piuttosto
ostacolata, e ciò particolarmente nel Secondo Millenni, travagliato da un
efferato sistema di polizia ideologica organizzato dal Papato romano dopo la
sua trasformazione in impero religioso su base sacrale. Tutte le esperienza di
rinnovamento religioso su base di prassi virtuose ebbero problemi, che, ad
esempio, troviamo nel racconto della
vita di Francesco d’Assisi. Anche in quest’ultimo caso le prassi ebbero la
meglio sulla dottrina e portarono in definitiva a una riforma, nel senso di
cambiamento di mentalità. Ad altri andò peggio, e anche molto peggio. Di solito
tra i cattolici si tende a minimizzare, ma non si dovrebbe, perché sotto questi
aspetti la storia delle Chiese cristiane è orrenda, molto oltre quanto il
fedele comune riesce di solito a immaginare. Ma in queste vicende tragiche si
trattò sempre, a ben intendere, di questioni
di potere, e ogni potere è disposto a tutto pur di perpetuarsi ed
estendersi. Il mite Maestro di Galilea, per quello che risulta dalle narrazioni
evangeliche, non comandò mai nulla di simile. Nella Bibbia però, nella parte
che ricevemmo dall’antico ebraismo, cose simili abbondano, a dimostrazione che
si tratta di una costante dell’umanità, per rimediare alla quale si pensò anche
a valori diversi.
2. Nella seconda metà del Novecento in Europa, e nelle
parti del mondo influenzate dagli europei, ad esempio perché sedi storiche di
colonizzazioni europee anche se poi emancipatesi, si produssero importanti
mutamenti culturali in materia di valori, reagendo all’esperienza tragica della
Seconda Guerra mondiale e ragionando sul conflitto di valori che ne era stato alle origini e sulla
base delle profonde trasformazioni sociali derivate da altri processi e cause.
Tra queste anche l’affermazione di nuove culture democratiche. Queste
trasformazioni culturali coinvolsero anche i cristianesimi, che, ad uno sguardo
retrospettivo sincero, si erano dimostrati insufficienti, essendo stati tutto
sommato irrilevanti proprio in materia di valori, tenendo conto, ad esempio,
che l’immane sterminio su base razziale e politica e l’origine del conflitto
mondiale, nell’intento di asservire, nel senso di rendere schiava, l’Europa ad uno dei suoi stati, erano stati
decisi ed attuati da uno stato che dominava un popolo di antica tradizione cristiana,
che, in definitiva, non ci aveva visto nulla di malvagio, arrivando a
progettare e organizzare una Chiesa protestante dei tedeschi cristiani, intesa come consenziente al programma di
riforma nazista (nel 1933, con lo stato tedesco già egemonizzato dai nazisti il
Papato concluse un Concordato).
Con il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) infine
si cercò di liberalizzare un nuovo lavoro collettivo sui valori e, innanzi
tutto, pratiche collettive, comunitarie, che consentissero una nuova inculturazione,
in particolare suscitando energie tra i laici per una rinnovata azione sociale.
Questo senza modificare sostanzialmente l’organizzazione del potere del clero.
Il movimento effettivamente si produsse, in particolare negli anni ’70, in cui
si progettarono importanti riforme della formazione religiosa di base, il
rinnovamento della catechesi. Ma il ruolo delle comunità nell’inculturazione
religiosa venne progressivamente inteso più che altro come un rafforzamento
della pressione sugli individui perché seguissero l’etica normativamente
imposta dal clero, senza possibilità di grande autonomia. Ciò che i preti non
riuscivano più ad ottenere sulla base del loro potere sacrale, avrebbero dovuto
cercare di produrre le comunità, nelle quali doveva attuarsi la prima
formazione, esercitando una pressione sociale e impersonando in tal modo la
forza della tradizione. Questo aprì la strada ai movimenti reazionari, che mostravano
di condividere quell’impostazione, anche se non sempre in modo sincero, e la
complicò ai movimenti laicali, come quello dell’Azione Cattolica, che invece
cercavano anche di inculturare valori democratici e, su quella base, costruire
la scoperta e condivisione di quelli religiosi. Nel corso del lungo regno del papa
Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, di
fronte all’emergere di istanze democratiche in ambito religioso, si decise di
sospendere il processo, lasciando campo libero solo alle esperienze che non le
manifestavano. Questo ha poi portato all’attuale irrilevanza della dottrina
sociale della Chiesa cattolica nella società italiana contemporanea, per
carenza di forze laicali sufficiente acculturate ai valori democratici. Già nel
2005 i vescovi italiani avevano chiara comprensione del problema e ne
trattarono in un documento denominato Lettera
ai fedeli laici - Fare di Cristo il cuore del mondo diffuso
dalla Commissione episcopale per i
laicato il 27-3-2005.
L’insufficiente acculturazione alla democrazia del clero, e la
persistente diffidenza del Papato nei suoi confronti, non consentì di procedere
a nulla di nuovo nel campo. In sostanza il cantiere della produzione e condivisione in materia di valori non partì mai, e i
laici nelle nostra comunità non contano nulla, non decidono nulla e sono al più
concepiti come ausiliari del clero.
Quindi poi non producono nulla in materia di valori, con ciò che è
conseguito in materia politica e che ora, giustamente, spaventa i vescovi. Ma,
finora, il timore di perdere il controllo dei processi democratici ha prevalso
su tutto.
Anche nell’enciclica Laudato si’, un documento molto avanzato dal punto di vista
sociale, la democrazia non c’è, anche se viene trattata l’ecologia sociale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli