Note per un tirocinio
di democrazia – 6 –
Valori e regole sono un prodotto sociale e ci limitano.
Infatti, quando parliamo di libertà,
facciamo sempre riferimento a ciò che è ammesso nel nostro ambiente sociale di
riferimento nel suo sistema di valori e regole.
In particolare, il quadro delle regole definisce ciò che è vietato e comporta
sanzioni, e quindi come ci si deve comportare per non subirle, ma anche ciò
che, date certe condizioni, è prescritto di fare, anche qui sotto pena di
sanzioni. Quello dei valori esprime ciò che è socialmente desiderabile. Le
regole servono per ordinare la società e collaborare
per una convivenza più produttiva per tutti e vengono formulate nel quadro di
un sistema di valori. Regole e valori
fanno parte della cultura di una società, vale a dire l’insieme delle
concezioni e costumi condivisi nella vita collettiva.
Non sono però solo le regole e i valori
a limitarci, ma anche i rapporti di
forza sociale, come individui e come gruppi, le conoscenze socialmente
condivise su storia e natura, quindi su come va il mondo in cui si vive, e le
nostre capacità fisiologiche naturali, in particolare quelle essenziali per la
vita di relazione, vale a dire i sensi e le caratteristiche del sistema
nervoso, dal quale scaturisce la mente, e da essa poi si manifestano la
coscienza di sé e lo spirito (nel senso di facoltà intellettiva, non nel senso
soprannaturale in cui se ne parla in religione).
In definitiva, cultura e fisiologia ci
limitano, ma, poiché siamo viventi sociali, che quindi superano i loro limiti
fisiologici con lo sviluppo culturale delle loro collettività, facendone
società e governandole, viviamo queste limitazioni come naturali e, quanto a
quelle determinate dalla cultura sociale, anche come necessarie e vantaggiose
per superare, con un’azione collettiva coordinata, i nostri limiti di specie.
Soffriamo per carenza di libertà solo quando
le regole sociali vengono in confitto con i valori socialmente condivisi, e quindi ci è impedito
di conseguire ciò che è desiderabile, o, almeno, di provare a farlo.
La sofferenza si fa più acuta quando a mancare sono i beni
indispensabili addirittura per la sopravvivenza, che possono riassumersi in
particolare in pane, casa, lavoro,
istruzione di base, in quest’ordine, ma anche per mantenere un accettabile
livello di dignità sociale. Uno schiavo, ad esempio, potrebbe non mancare dei
primi, ma certamente la sua dignità sociale non è paragonabile a quella del suo
padrone, che certamente ha un suo valore ed è
un valore perché è socialmente
desiderata. Ma lo stesso può dirsi di alcune categorie di lavoratori
particolarmente sfruttati. Per certi versi, la loro condizione può divenire
addirittura peggiore di quella degli schiavi, perché si tratta di persone che,
non appartenendo a nessuno, non hanno nemmeno chi abbia veramente a cuore la
loro sopravvivenza e, in definitiva, sono schiavi del bisogno.
Una società si presenta come armonica
quando le sue regole non impediscono ai più di realizzare i loro valori socialmente condivisi. In una società disarmonica accade invece il contrario
e presso sorge una pressione politica
dei gruppi svantaggiati per ottenere un mutamento delle regole. Ad essi si
contrappongono i gruppi favoriti dalle regole vigenti, che di solito sono anche quelli
che controllano le procedure per la loro creazione, integrazione, modifica o
abrogazione. Essi cercano di giustificare la loro posizione di privilegio, e
uno dei modi in cui storicamente lo si è fatto è proclamare che l’ordine
vigente che li favorisce e li mantiene al comando, quindi il loro stesso
potere, è voluto da un dio. Questa è la sacralizzazione
del potere politico, per renderlo
indiscutibile, pena la vendetta dal Cielo,
una sanzione che, in quanto soprannaturale, è definitiva, tremenda e irrevocabile.
Fino al Settecento le monarchie europee erano di tipo sacralizzato,
anche se nel secolo seguente accettarono limitazioni nel quadro di procedure di
carattere democratico che portarono alla secolarizzazione
del loro potere. Questa secolarizzazione, che è il contrario di sacralizzazione, fu indispensabile per
l’affermarsi dei valori democratici e quindi delle correlative regole di limitazione dei poteri delle antiche
dinastie monarchiche, che, in tal modo, avendo accettato quelle limitazioni,
non poterono più dirsi sovrane. Di
più: in democrazia nessun potere, nemmeno
quello del popolo, è veramente sovrano, perché esso si esercita sempre in
quadro di limiti. Uno dei valori principali della democrazia è il rifiuto di
ogni potere che pretenda di essere illimitato.
Ai tempi nostri, l’unica monarchia europea che rimane sacralizzata è il
Papato romano e, per la verità, tra i sistemi politici che ai tempi nostri
vengono considerati più evoluti solo le monarchie giapponese e thailandese
mantengono parzialmente quel carattere.
La questione della sacralizzazione del Papato romano si è fatta particolarmente spinosa ai nostri
giorni, perché le monarchie sacralizzate
appaiono anacronistiche, ed è specificamente politica, con riflessi religiosi naturalmente date le funzioni
attribuite al monarca, diversa però da quella specificamente religiosa
dell’istituzione del ministero papale da parte di Gesù, per la quale secondo i
cattolici vi sono riscontri nel Nuovo Testamento. L’organizzazione del Papato
romano come attualmente ci si presenta risale all’Undicesimo secolo, riformata
nel Sedicesimo, e non può essere veramente dimostrato che Gesù l’abbia voluta
esattamente com’è ora.
In merito all’organizzazione del Papato romano, bisogna dire che le sue regole stridono con i valori oggi socialmente condivisi e fanno riferimento
a valori validi nel vecchio contesto.
Non è l’unico aspetto dell’organizzazione ecclesiastica che presenta quel
problema. Per questo quell’organizzazione ci si presenta attualmente come
piuttosto disarmonica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli