venerdì 25 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia – 6 –


Note per un tirocinio di democrazia – 6 –

  Valori  e  regole  sono un prodotto sociale e ci limitano. Infatti, quando parliamo di libertà, facciamo sempre riferimento a ciò che è ammesso nel nostro ambiente sociale di riferimento nel suo sistema di valori  e regole.  In particolare, il quadro delle regole  definisce ciò che è vietato e comporta sanzioni, e quindi come ci si deve comportare per non subirle, ma anche ciò che, date certe condizioni, è prescritto di fare, anche qui sotto pena di sanzioni. Quello dei valori  esprime ciò che è socialmente desiderabile. Le  regole  servono per ordinare la società e collaborare per una convivenza più produttiva per tutti e vengono formulate nel quadro di un sistema di valori. Regole  e valori  fanno parte della cultura  di una società, vale a dire l’insieme delle concezioni e costumi condivisi nella vita collettiva.
  Non sono però solo le regole  e i valori  a limitarci, ma anche i rapporti di forza sociale, come individui e come gruppi, le conoscenze socialmente condivise su storia e natura, quindi su come va il mondo in cui si vive, e le nostre capacità fisiologiche naturali, in particolare quelle essenziali per la vita di relazione, vale a dire i sensi e le caratteristiche del sistema nervoso, dal quale scaturisce la mente, e da essa poi si manifestano la coscienza di sé e lo spirito (nel senso di facoltà intellettiva, non nel senso soprannaturale in cui se ne parla in religione).
 In definitiva, cultura e fisiologia ci limitano, ma, poiché siamo viventi sociali, che quindi superano i loro limiti fisiologici con lo sviluppo culturale delle loro collettività, facendone società e governandole, viviamo queste limitazioni come naturali e, quanto a quelle determinate dalla cultura sociale, anche come necessarie e vantaggiose per superare, con un’azione collettiva coordinata, i nostri limiti di specie.
 Soffriamo per carenza di libertà solo quando le regole  sociali vengono in confitto con i valori  socialmente condivisi, e quindi ci è impedito di conseguire ciò che è desiderabile, o, almeno, di provare a farlo.
  La sofferenza si fa più acuta quando a mancare sono i beni indispensabili addirittura per la sopravvivenza, che possono riassumersi in particolare in pane, casa, lavoro, istruzione di base, in quest’ordine, ma anche per mantenere un accettabile livello di dignità sociale. Uno schiavo, ad esempio, potrebbe non mancare dei primi, ma certamente la sua dignità sociale non è paragonabile a quella del suo padrone, che certamente ha un suo valore ed è  un valore perché è socialmente desiderata. Ma lo stesso può dirsi di alcune categorie di lavoratori particolarmente sfruttati. Per certi versi, la loro condizione può divenire addirittura peggiore di quella degli schiavi, perché si tratta di persone che, non appartenendo a nessuno, non hanno nemmeno chi abbia veramente a cuore la loro sopravvivenza e, in definitiva, sono schiavi del bisogno.
  Una società si presenta come armonica quando le sue  regole  non impediscono ai più di realizzare i loro valori  socialmente condivisi. In una società disarmonica accade invece il contrario e  presso sorge una pressione politica dei gruppi svantaggiati per ottenere un mutamento delle regole. Ad essi si contrappongono i gruppi favoriti dalle regole vigenti, che di solito sono anche quelli che controllano le procedure per la loro creazione, integrazione, modifica o abrogazione. Essi cercano di giustificare la loro posizione di privilegio, e uno dei modi in cui storicamente lo si è fatto è proclamare che l’ordine vigente che li favorisce e li mantiene al comando, quindi il loro stesso potere, è voluto da un dio. Questa è la sacralizzazione  del potere politico, per renderlo indiscutibile, pena la vendetta dal Cielo, una sanzione che, in quanto soprannaturale, è definitiva, tremenda e irrevocabile.
  Fino al Settecento le monarchie europee erano di tipo sacralizzato, anche se nel secolo seguente accettarono limitazioni nel quadro di procedure di carattere democratico che portarono alla secolarizzazione  del loro potere. Questa secolarizzazione, che è il contrario di sacralizzazione, fu indispensabile per l’affermarsi dei valori  democratici e quindi delle correlative  regole  di limitazione dei poteri delle antiche dinastie monarchiche, che, in tal modo, avendo accettato quelle limitazioni, non poterono più dirsi sovrane. Di più: in democrazia nessun potere, nemmeno quello del popolo, è veramente sovrano, perché esso si esercita sempre in quadro di limiti. Uno dei valori principali della democrazia è il rifiuto di ogni potere che pretenda di essere illimitato.
  Ai tempi nostri, l’unica monarchia europea che rimane sacralizzata è il Papato romano e, per la verità, tra i sistemi politici che ai tempi nostri vengono considerati più evoluti solo le monarchie giapponese e thailandese mantengono parzialmente quel carattere.
  La questione della sacralizzazione del Papato romano  si è fatta particolarmente spinosa ai nostri giorni, perché le monarchie  sacralizzate appaiono anacronistiche, ed è specificamente politica, con riflessi religiosi naturalmente date le funzioni attribuite al monarca, diversa però da quella specificamente religiosa dell’istituzione del ministero papale da parte di Gesù, per la quale secondo i cattolici vi sono riscontri nel Nuovo Testamento. L’organizzazione del Papato romano come attualmente ci si presenta risale all’Undicesimo secolo, riformata nel Sedicesimo, e non può essere veramente dimostrato che Gesù l’abbia voluta esattamente com’è ora.
  In merito all’organizzazione del Papato romano, bisogna dire che le sue regole  stridono con i valori  oggi socialmente condivisi e fanno riferimento a valori validi nel vecchio contesto. Non è l’unico aspetto dell’organizzazione ecclesiastica che presenta quel problema. Per questo quell’organizzazione ci si presenta attualmente come piuttosto disarmonica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli