sabato 26 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 7


Note per un tirocinio di democrazia 7

 La concezione democratica contemporanea vive  di valori che per di più hanno radici  cristiane? Lo ha detto il 29 settembre scorso il card. Walter Kasper alla scuola di politica  organizzata a Camaldoli. Allora vuol dire che quella concezione democratica è stata a lungo e ingiustamente diffamata nella religione cattolica. Fino a quando? Ancora oggi, quando, ad esempio, si proclama orgogliosi che “La Chiesa non è una democrazia”, intendendo che deve essere governata come un impero religioso assoluto, autocratico, e che i suoi valori le preesistono e non sono costruzioni sociali alle quali si sia chiamati a collaborare in un lavoro collettivo, e quindi non richiederebbero che di essere conosciuti, se necessario riscoperti, e messi in pratica secondo il volere dell’autocrate religioso in carica. Così ragionando, si è concluso che è inutile, e addirittura pericoloso, introdurre la formazione democratica in quella religiosa. Ed ecco che ora, di fronte alla crisi delle democrazie contemporanee piene di valori  con radici  religiose nella nostra fede, ci si avvede che quel modo di pensare è stato una tragedia, che ha portato all’incapacità della religione di continuare ad animare  quelle democrazie, un fallimento  che va considerato concausa della  loro crisi, crisi prima di tutto di quei valori. In questo consiste appunto la tragedia, perché disertare quei valori ha avuto e avrà un costo in sofferenze e vite umane.
  Negare che le democrazie contemporanee siano piene di valori  rilevanti per la fede è stato diffamarle, perché non è la verità. Questo ha portato poi a una indifferenza  verso quelle democrazie, finora questo è stato il massimo livello di tolleranza clericale verso di esse, che è stato il quadro in cui si sono perpetrati disonorevoli compromessi a vari livelli con regimi non democratici, e addirittura anti-democratici, fino ad epoca tutto sommato recente, e mi riferisco in particolare alla posizione assunta dal Papato verso il franchismo spagnolo (cessato nel 1975 a seguito di metamorfosi del regime programmata allo stesso dittatore Francisco Franco per dopo la sua morte, con l’istituzione di una monarchia costituzionale), del salazarismo  portoghese (deposto per via rivoluzionaria nel 1976) e di vari regimi autocratici latino-americani.
  In realtà quell’indifferenza manifesta un antico pregiudizio, che la nostra teologia recepì dall’antica filosofia greca, per la quale la  democrazia non aveva altro valore che ostacolare la tirannia, ma che, poiché le decisioni erano affidate ai più, tra i quali i sapienti erano minoranza, finiva prima o poi inevitabilmente  preda dei demagoghi, degli agitatori sociali, i quali cercavano di prevalere facendo leva su emozioni, interessi bruti, violenza di massa, conducendo alla rovina la collettività, come sempre accade quando si lascia la via della verità, dei quali gli antichi filosofi greci erano grandi estimatori.  Un problema che però non è solo delle democrazia, ma  di ogni regime politico, anche di quelli autocratici, anzi maggiormente di questi ultimi. Solo la democrazia ha infatti in sé il metodo per rimediarvi che è  il dialogo, che presuppone dignità delle persone e libertà esprimere il pensiero, alle quali sono propedeutiche le libertà dai bisogni primari e l’istruzione. Le antiche democrazie greche erano proprie di una ristretta minoranza della popolazione, fatta di uomini liberi dal lavoro, perché altri vi provvedevano, e con il tempo e la voglia di intrattenere dialoghi politici, vale a dire, sul governo della società. Le cose non andavano meglio nell’antica repubblica romana, in cui si contava politicamente sulla base della propria ricchezza. Ma qui le masse dei cittadini comuni, che non appartenevano alle famiglie possidenti che storicamente erano riuscite a prevalere nel dominio della società legittimandosi a vicenda in esso,  erano riuscite a imporre, con i tribuni del plebe e i plebisciti, le loro deliberazioni, importanti correttivi al predominio dei più ricchi che vigeva nelle altre procedure di decisione politica. Nelle democrazie contemporanee si vuole elevare tutto il popolo alla politica. Di fatto agli inizi ciò ha riguardato chi superava certi minimi di reddito e di istruzione. Nel secolo scorso si è cercato di andare oltre, con azioni politiche per liberare tutti i cittadini dal bisogno estremo e dall’ignoranza e così renderli capaci di politica democratica. Ai tempi nostri la sfida è quella di estendere questo obiettivo ad ogni persona del mondo, realizzando una cittadinanza mondiale. Questo processo ha determinato in genere la reazione dei ceti privilegiati e quindi una certa conflittualità sociale, più intesa ai suoi esordi. Esso, di fronte a regole limitative della partecipazione democratica, ha avuto sempre carattere rivoluzionario. Ma i grandiosi processi democratici che dalla fine degli anni ’80 hanno interessato gli stati dell’Europa orientale che stavano abbandonando il comunismo di impostazione leninista/stalinista si sono manifestati, sviluppati e conclusi con l’impiego di una violenza sociale, dalle parti contrapposte, incomparabilmente meno intenso che nel passato. Questo è appunto il frutto di concezioni democratiche avanzate, piene di valori, tra i quali, veramente nuovo, quello della pace  in senso politico, assimilato anche dal Papato, nella sua dottrina sociale, nel corso dalla fine Ottocento e in particolare dagli anni ’40 del Novecento, iniziando nel corso della Seconda guerra mondiale (1939-1945). Consentire pacificamente il cambiamento di regole  per farle corrispondere all’evoluzione dei valori.
   Quando si parla genericamente di  radici  cristiane dei valori  democratici contemporanei, bisognerebbe approfondire, ma mancano le parole perché finora il Papato, che ha autorità assoluta in materia, non ha mai veramente autorizzato lo sviluppo di una nostra teologia della democrazia, ed è tutto sommato ancora attestato sulla posizione dell’indifferenza  verso i regimi politici. Di quelle radici  dovremmo trovare fondamento nel vangelo, ma certamente il Maestro non fu, né agì mai, come un capo politico, né organizzò mai una propria comunità politica, in particolare un proprio regno (che affermò non essere di questo mondo), anche solo per predisporlo per il tempo successivo alla propria morte. Le nostre prime collettività religiose, come descritte negli Atti degli apostoli, non ci appaiono organizzate secondo un preciso modello, e tanto meno secondo quello monarchico che poi denotò il nostro episcopato e infine il Papato nella sua pretesa di preminenza sugli altri antichi patriarcati e, dal Secondo Millennio, di impero religioso. Negli Atti degli apostoli vengono descritti problemi politici successivi alla morte del Maestro, ma non iniziative propriamente politiche, se non l’obiezione che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini [leggi negli Atti degli apostoli il versetto 29 del capitolo 5]. Ma, nonostante questa posizione radicale, troviamo espresso nel pensiero di Paolo di Tarso un certo conservatorismo verso le istituzioni civili, dal quale trova spunto la posizione religiosa dell’indifferentismo verso il regimi politici (e ciò nonostante la rigorosa obiezione di coscienza prescritta successivamente in religione, a costo di crudeli supplizi, verso le pretese politiche dell’impero romano), in particolare in questo spinoso capitolo, il tredicesimo,  della Lettera ai Romani:

1 Ognuno sia sottomesso a chi ha ricevuto autorità, perché non c’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. 2 Perciò, chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio, e attirerà su di sé un castigo. 3 Infatti chi agisce bene non ha paura di chi comanda; chi invece agisce male ha paura. Vuoi non aver paura delle autorità? Fa’ il bene, e le autorità ti loderanno, 4 perché sono al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere perché le autorità hanno realmente il potere di punire: esse sono al servizio di Dio per manifestare la sua collera verso chi fa il male. 5 Ecco perché bisogna stare sottomessi alle autorità: non soltanto per paura delle punizioni, ma anche per una ragione di coscienza. 6 È la stessa ragione per cui pagate loro le tasse: difatti, mentre assolvono il loro incarico sono al servizio di Dio. 7 Date a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta, le tasse, il timore, il rispetto: a ciascuno quel che gli dovete dare.8 Non abbiate debiti con nessuno, salvo quello dell’amore vicendevole: perché chi ama il prossimo, ha ubbidito a tutta la *legge di Dio. 9 La Legge dice: Ama il tuo prossimo come te stesso. In questo comandamento sono contenuti tutti gli altri, come: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare. 10 Chi ama il suo prossimo, non gli fa del male. Quindi, chi ama compie tutta la Legge. 11 Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. 12 La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. 13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. 14 Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù *Cristo, nostro Signore.
 [Traduzione interconfessionale in lingua corrente - fonte www.bibbiaedu.it]

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli