Note
per un tirocinio di democrazia 7
La concezione democratica contemporanea vive di valori
che per di più hanno radici cristiane? Lo ha detto il 29 settembre scorso
il card. Walter Kasper alla scuola di
politica organizzata a Camaldoli.
Allora vuol dire che quella concezione democratica è stata a lungo e
ingiustamente diffamata nella religione cattolica. Fino a quando? Ancora oggi,
quando, ad esempio, si proclama orgogliosi che “La Chiesa non è una democrazia”, intendendo che deve essere
governata come un impero religioso assoluto, autocratico, e che i suoi valori le preesistono e non sono
costruzioni sociali alle quali si sia chiamati a collaborare in un lavoro collettivo, e quindi non richiederebbero che di essere conosciuti, se
necessario riscoperti, e messi in pratica secondo il volere dell’autocrate
religioso in carica. Così ragionando, si è concluso che è inutile, e
addirittura pericoloso, introdurre la formazione democratica in quella
religiosa. Ed ecco che ora, di fronte alla crisi delle democrazie contemporanee
piene di valori con radici
religiose nella nostra fede, ci si
avvede che quel modo di pensare è stato una tragedia,
che ha portato all’incapacità della religione di continuare ad animare quelle democrazie, un fallimento che va
considerato concausa della loro crisi, crisi prima di tutto di
quei valori. In questo consiste
appunto la tragedia, perché disertare
quei valori ha avuto e avrà un costo in sofferenze e vite umane.
Negare che le democrazie contemporanee siano
piene di valori rilevanti per la fede è stato diffamarle, perché
non è la verità. Questo ha portato poi a una indifferenza verso quelle
democrazie, finora questo è stato il massimo livello di tolleranza clericale verso
di esse, che è stato il quadro in cui si sono perpetrati disonorevoli
compromessi a vari livelli con regimi non democratici, e addirittura
anti-democratici, fino ad epoca tutto sommato recente, e mi riferisco in
particolare alla posizione assunta dal Papato verso il franchismo spagnolo (cessato nel 1975 a seguito di metamorfosi del
regime programmata allo stesso dittatore Francisco Franco per dopo la sua
morte, con l’istituzione di una monarchia costituzionale), del salazarismo portoghese (deposto per via rivoluzionaria nel
1976) e di vari regimi autocratici latino-americani.
In realtà quell’indifferenza manifesta un
antico pregiudizio, che la nostra teologia recepì dall’antica filosofia greca,
per la quale la democrazia non aveva altro
valore che ostacolare la tirannia, ma che, poiché le decisioni erano affidate
ai più, tra i quali i sapienti erano minoranza, finiva prima o poi
inevitabilmente preda dei demagoghi,
degli agitatori sociali, i quali cercavano di prevalere facendo leva su
emozioni, interessi bruti, violenza di massa, conducendo alla rovina la
collettività, come sempre accade quando si lascia la via della verità, dei
quali gli antichi filosofi greci erano grandi estimatori. Un problema che però non è solo delle
democrazia, ma di ogni regime politico, anche di quelli
autocratici, anzi maggiormente di questi ultimi. Solo la democrazia ha infatti in
sé il metodo per rimediarvi che è il dialogo, che presuppone dignità delle
persone e libertà esprimere il pensiero, alle quali sono propedeutiche le
libertà dai bisogni primari e l’istruzione. Le antiche democrazie greche erano
proprie di una ristretta minoranza della popolazione, fatta di uomini liberi
dal lavoro, perché altri vi provvedevano, e con il tempo e la voglia di
intrattenere dialoghi politici, vale a dire, sul governo della società. Le cose
non andavano meglio nell’antica repubblica romana, in cui si contava
politicamente sulla base della propria ricchezza. Ma qui le masse dei cittadini
comuni, che non appartenevano alle famiglie possidenti che storicamente erano
riuscite a prevalere nel dominio della società legittimandosi a vicenda in
esso, erano riuscite a imporre, con i tribuni del plebe e i plebisciti, le loro deliberazioni, importanti
correttivi al predominio dei più ricchi che vigeva nelle altre procedure di
decisione politica. Nelle democrazie contemporanee si vuole elevare tutto il
popolo alla politica. Di fatto agli inizi ciò ha riguardato chi superava certi
minimi di reddito e di istruzione. Nel secolo scorso si è cercato di andare
oltre, con azioni politiche per liberare tutti i cittadini dal bisogno estremo
e dall’ignoranza e così renderli capaci di politica democratica. Ai tempi
nostri la sfida è quella di estendere questo obiettivo ad ogni persona del
mondo, realizzando una cittadinanza mondiale. Questo processo ha determinato in
genere la reazione dei ceti privilegiati e quindi una certa conflittualità
sociale, più intesa ai suoi esordi. Esso, di fronte a regole limitative della
partecipazione democratica, ha avuto sempre carattere rivoluzionario. Ma i
grandiosi processi democratici che dalla fine degli anni ’80 hanno interessato
gli stati dell’Europa orientale che stavano abbandonando il comunismo di
impostazione leninista/stalinista si sono manifestati, sviluppati e conclusi
con l’impiego di una violenza sociale, dalle parti contrapposte,
incomparabilmente meno intenso che nel passato. Questo è appunto il frutto di
concezioni democratiche avanzate, piene di valori,
tra i quali, veramente nuovo, quello della pace
in senso politico, assimilato anche
dal Papato, nella sua dottrina sociale, nel corso dalla fine Ottocento e in
particolare dagli anni ’40 del Novecento, iniziando nel corso della Seconda
guerra mondiale (1939-1945). Consentire pacificamente
il cambiamento di regole per farle corrispondere all’evoluzione dei valori.
Quando si parla genericamente di radici cristiane dei valori democratici
contemporanei, bisognerebbe approfondire, ma mancano le parole perché finora il
Papato, che ha autorità assoluta in materia, non ha mai veramente autorizzato
lo sviluppo di una nostra teologia della
democrazia, ed è tutto sommato ancora attestato sulla posizione dell’indifferenza verso i regimi politici. Di quelle radici dovremmo trovare fondamento nel vangelo, ma certamente
il Maestro non fu, né agì mai, come un capo politico, né organizzò mai una
propria comunità politica, in particolare un proprio regno (che affermò non essere di questo mondo), anche solo per
predisporlo per il tempo successivo alla propria morte. Le nostre prime
collettività religiose, come descritte negli Atti degli apostoli, non ci appaiono organizzate secondo un preciso
modello, e tanto meno secondo quello monarchico che poi denotò il nostro episcopato
e infine il Papato nella sua pretesa di preminenza sugli altri antichi
patriarcati e, dal Secondo Millennio, di impero religioso. Negli Atti degli apostoli
vengono descritti problemi politici successivi alla morte del Maestro, ma non
iniziative propriamente politiche, se non l’obiezione che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini [leggi negli Atti degli apostoli il versetto 29 del
capitolo 5]. Ma, nonostante questa posizione radicale, troviamo espresso nel
pensiero di Paolo di Tarso un certo conservatorismo verso le istituzioni
civili, dal quale trova spunto la posizione religiosa dell’indifferentismo verso il regimi politici (e ciò nonostante la
rigorosa obiezione di coscienza prescritta successivamente in religione, a
costo di crudeli supplizi, verso le pretese politiche dell’impero romano), in
particolare in questo spinoso capitolo, il tredicesimo, della Lettera
ai Romani:
1 Ognuno sia sottomesso a chi ha ricevuto autorità, perché non c’è
autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. 2 Perciò, chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine
stabilito da Dio, e attirerà su di sé un castigo. 3 Infatti chi agisce bene non ha paura di chi comanda; chi invece
agisce male ha paura. Vuoi non aver paura delle autorità? Fa’ il bene, e le
autorità ti loderanno, 4 perché sono al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il
male, allora devi temere perché le autorità hanno realmente il potere di
punire: esse sono al servizio di Dio per manifestare la sua collera verso chi
fa il male. 5 Ecco perché bisogna stare sottomessi alle autorità: non soltanto
per paura delle punizioni, ma anche per una ragione di coscienza. 6 È la stessa ragione per cui pagate loro le tasse: difatti,
mentre assolvono il loro incarico sono al servizio di Dio. 7 Date a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta, le tasse, il
timore, il rispetto: a ciascuno quel che gli dovete dare.8 Non
abbiate debiti con nessuno, salvo quello dell’amore vicendevole: perché chi ama
il prossimo, ha ubbidito a tutta la *legge di Dio. 9 La
Legge dice: Ama il tuo prossimo come te stesso. In questo comandamento sono
contenuti tutti gli altri, come: Non commettere adulterio, non uccidere, non
rubare, non desiderare. 10 Chi ama
il suo prossimo, non gli fa del male. Quindi, chi ama compie tutta la Legge. 11 Voi
sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi,
perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a
credere. 12 La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le
opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce. 13 Comportiamoci
onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e
vizi, senza litigi e invidie. 14 Non
vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù *Cristo, nostro Signore.
[Traduzione interconfessionale in lingua
corrente - fonte www.bibbiaedu.it]
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli