Note per un tirocinio
di democrazia 5
La democrazia vive di valori, ha detto il card. Walter Kasper nel
suo intervento del 29-9-19 alla scuola di politica di Camaldoli, ma di solito
viene presentata come un sistema di regole.
Bisogna allora spiegare la differenza tra valori e regole.
Una regola è una condotta ritenuta doverosa in un certo ambiente
sociale.
Gli esseri umani sono viventi che costruiscono e governano società
servendosi di sistemi di regole. In questo senso si dicono viventi politici, da pòlis, parola del greco
antico che significa città, ma per estensione anche società.
Nascendo ci troviamo immersi in vari sistemi di regole, alle quali
tendiamo ad uniformarci per essere riconosciuti nell’ambiente sociale di
appartenenza. Tuttavia, come parte di quell’ambiente, collaboriamo alla
creazione, integrazione, modifica, soppressione di regole. Una regola è valida se viene creata in uno dei modi ammessi in un
certo ambiente sociale, ma è efficace
solo finché viene ritenuta obbligatoria in quell’ambiente. Una certa deviazione
dalle regole è ritenuta fisiologica, ma se una regola non è più rispettata come
tale dalla generalità delle persone che partecipano all’ambiente sociale che l’ha
creata, allora significa che è stata superata, anche senza essere stata
formalmente abrogata.
Vi sono regole civili, di costume,
contrattuali, religiose, sportive e via dicendo. Ogni ambiente sociale è ordinato secondo certe regole. Le regole diventano giuridiche quando sono collegate all’inserimento, come
cittadini o semplici sudditi, in un ordinamento politico di un ente a fini
generali, al quale è obbligatoria l’appartenenza e che, nel proprio campo
specifico, non ammette concorrenti. Il sistema istituzionale dei pubblici poteri è costituito da questo tipo di enti, con
competenza ordinata secondo una gerarchia e da una suddivisione territoriale o
di settori di intervento. Un regole è pubblica quando le è dato il valore di norma imposta da quel tipo di autorità.
Una regola può essere quindi un ordine
di un ente politico a fini generali,
pubblico nel senso che ho spiegato, come ad esempio quello impartito da un organo
di uno stato in una legge, ma può
nascere anche da un accordo o svilupparsi da prassi condivise dalla
generalità in quanto ritenute utili e vantaggiose, e allora si parla di consuetudini. La maggior parte delle
regole che osserviamo, ad esempio sull’abbigliamento e sui costumi delle nostre
famiglie, sono di quest’ultimo tipo, consuetudinarie. Quando entriamo in un’organizzazione
privata, come ad esempio è l’Azione Cattolica, accettiamo regole che valgono
sulla base di un accordo formale e che ci obbligano finché non decidiamo di
uscire dall’associazione. Le regole della circolazione stradale sono invece
ordini dello stato, dati con leggi pubbliche.
Dal Settecento si è affermata un’ideologia delle istituzioni che ha
preteso di riconoscere il carattere di regola
principalmente agli ordini di
autorità pubbliche, in primo luogo impartiti con leggi dello stato. Questo corrispondeva alla concezione dello stato
come ente sovrano, vale a dire come istituzione
che non riconosceva null’altra autorità sopra di sé. Ai tempi nostri nessuno stato è più veramente
sovrano perché soggiace ad un ordinamento internazionale che lo limita, per
realizzare un ordine mondiale pacifico, molto basato su valori. Da circa cinquant’anni si sta pertanto ritornando all’ideologia
che riconosce invece nella società la fonte principale delle regole, della loro
validità come della loro efficacia. Questa era la concezione dell’antico
diritto romano, che è stato diritto vigente in Europa fino a metà dell’Ottocento,
unitamente alla produzione normativa degli stati e, prima, di vari monarchi e
altri istituzioni. Ma è stata anche la
concezione medievale del diritto.
Fin dall’antichità si è cercato
di dare stabilità alle regole delle società disancorandole dagli ambienti
sociali contemporanei in cui vivevano,
che erano mutevoli e che quindi tendevano a superare, nei loro mutamenti, le
regole vigenti. Lo si è fatto pensandole come volontà superna degli antenati, che in tal modo venivano a
condizionare i viventi,o come volontà di un dio, o come espressione di
un ordine naturale divinizzato,
o infine come espressione della
razionalità, quindi della ragione
personalizzata come una dea. La novità portata dal cristianesimo,
quando si impegnò nel governo delle società, intorno al Quarto secolo della
nostra era, fu di pensarle anche come espressione di pietà, misericordia: concezione rivoluzionaria, nel senso di capace
di superare ogni regola vigente, che troviamo con molta evidenza negli
insegnamenti evangelici. Essa è collegata a una concezione religiosa che
considera valore preminente l’agàpe, parola greca che solitamente traduciamo in italiano con amore, ma che non è ben rappresentata da
questo termine: significa movimento per l’amicizia
universale in cui ce ne sia per tutti e nessuno rimanga escluso. In questo modo il cristianesimo si presentò
come un sistema di superamento di ogni regola sulla base di un valore, quello dell’agàpe, pur avendo storicamente imposto anch’esso delle regole
attraverso varie istituzioni civili e religiose. Questo aspetto della sua
ideologia venne piuttosto trascurato nel Secondo Millennio, quando il principio di legalità venne proposto anche in religione come obbedienza a ordini dell’autorità e la
violazione di questi ordini punita con pene criminali, vale a dire analoghe a
quelle stabilite per il delitti, le violazioni delle leggi pubbliche. Questo
accadde al tempo dell’organizzazione del Papato, il vertice supremo della
Chiesa cattolica romana, come un impero religioso e politico insieme, con l’istituzione
di un esteso sistema di repressione giurisdizionale e di polizia politica. Si
trattò sostanzialmente di una sacralizzazione
di quel potere, che fece scuola
anche tra i monarchi civili, che vollero sacralizzare
anche le loro dinastie, affermandole
volute da Dio, e quindi dicendo, e scrivendolo nell’intestazione dei loro atti,
di governare per Grazia di Dio. La
sacralizzazione del potere politico era intesa a impedire, e comunque,
ostacolare, la critica politica. Richiedeva la collaborazione dell’autorità
religiosa e questo fu storicamente all’origine
della compromissione delle nostre autorità religiose con vari tipi di autorità
civili. Nel Settecento, all’origine dei processi democratici contemporanei, il
Papato romano ci appare come un principato europeo strettamente federato con il
sistema delle dinastie sovrane del continente. Le democrazie contemporanee si affermarono
faticosamente contrastando questa concezione del potere politico, che impediva,
considerandola criminale, la critica sociale e politica: ciò rese necessario un
lavoro di desacralizzazione del potere politico che ad esse si
contrapponeva, che ha un nome specifico, secolarizzazione. Quest’ultimo è un
processo di critica degli ordinamenti politici esistenti che comincia nel contestarne
la loro origine divina e prosegue nel cercare di progettare nuovi ordinamenti
che pongano fine all’usurpazione del potere a danno dei più, ad ingiusti
privilegi, a sofferenze sociali da discriminazione e ingiustizia sociale. Anche
le Chiese cristiane, nella loro dimensione politica, ne sono state investite
potentemente.
Le regole stabilite come ordini dell’autorità sono volute come resistenti
ai cambiamenti e la loro critica provoca la reazione dell’autorità che le aveva
stabilite. Fu questo appunto il contesto, narrato nei Vangeli, in cui si svolse
il ministero terreno del Maestro e l’origine della sua tragica fine sulla
Croce.
Ma come vengono costruite le regole? Esse sono create sulla base di valori condivisi nell’ambiente sociale
di riferimento. Hanno quindi anch’essi origine sociale.
Un valore è un principio orientativo dell’azione
sociale che si ritiene fondamentale per la vita di una collettività. Esso sorge
dalla cultura dell’ambiente sociale di riferimento, è modellato da essa, la sua
espressione formale avviene secondo il suo linguaggio.
In ogni società si assiste a un conflitto di
valori che corrisponde a un conflitto tra gruppi sociali di riferimento. Un
gruppo dominante tenderà ad ordinare secondo i proprio valori la società che controlla
e tenderà a tradurli in regole pubbliche.
La costruzione del sistema di potere secondo il quale è organizzata la
nostra Chiesa si è fatta appunto cercando di tradurre i valori in regole d’autorità,
ordini pubblici. Così hanno fatto anche gli stati. Quando le democrazie si sono
affermate come principi organizzativi degli stati, ecco che allora sono state
spiegate anch’esse come sistemi di regole, adottando il linguaggio delle
culture correnti. Tuttavia esse non sono importanti come tali, ma per i valori
democratici dei quali le loro regole sono espressione.
Anche l’espressione della fede può essere
presentata come un sistema di regole, e questo appunto è stato in genere il
metodo utilizzato nel catechismo per la prima formazione fino agli anni ’70 del
secolo scorso, in cui si volle iniziare un rinnovamento della catechesi per
adeguarla ai processi democratici innescati dal Concilio Vaticano 2°. Passare
dalle regole ai valori ad un certo punto ha spaventato, perché questo ha
innescato processi democratici e, sotto il regno del papa Karol Wojtyla –
Giovanni Paolo 2°, si è tentato di correggerli, in particolare fissando come
legge canonica, della nostra Chiesa, una estesissima formulazione di valori e leggi
in ciò che venne chiamato Catechismo
della Chiesa Cattolica, ma che fu
inteso, invece che come sussidio per la formazione, come limite di legge non
oltrepassabile tra ortodossia ed eresia. Una gabbia per il pensiero. Un
processo democratico dovrebbe cercare di riportarlo alla sua natura di sussidio
religioso.
E’ stato detto che i valori delle democrazie contemporanee hanno radici cristiane. Bisogna dire,
naturalmente, che non tutte le democrazie storicamente ne hanno avute di
analoghe, neanche quelle delle repubbliche medievali europee cristianizzate che
pure a valori cristiani si richiamavano. E bisogna dire che le democrazie
contemporanee sono state frutto di processi sociali anche indipendenti dai
fatti e dalle concezioni religiose cristiane. Le radici cristiane delle
democrazie contemporanee possono essere riconosciute nell’importanza che in
esse si dà alla pietà, intesa come compassione
verso i sofferenti, che connota la
concezione che si ha dell’uguaglianza e dignità
delle persone umane.
Così, è stata avvertita come un’eclisse della democrazia, la spietatezza
che nell’ultimo decennio ha caratterizzato le politiche di alcuni stati europei
contro i migranti che, spinti dalle
sofferenze negli ordinamenti politici di appartenenza, in numero crescente
hanno cercato rifugio nella nostra nuova Europa; nuova proprio perché
particolarmente connotata dalle concezioni sociali democratiche contemporanee,
al centro delle quali vi è la sicurezza
sociale universale come obiettivo pubblico, che significa dare rifugio sicuro, mediante
appropriate politiche interne e internazionali, ad ogni persona minacciata
da persecuzioni, povertà, malattia, vecchiaia, debolezza per età, sesso o altra
ragione.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli