giovedì 24 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia 5


Note per un tirocinio di democrazia 5

 La democrazia  vive  di valori, ha detto il card. Walter Kasper nel suo intervento del 29-9-19 alla scuola di politica di Camaldoli, ma di solito viene presentata come un sistema di regole.
  Bisogna allora  spiegare la differenza tra valori e regole.
  Una regola è una condotta ritenuta doverosa in un certo ambiente sociale.
  Gli esseri umani sono viventi che costruiscono e governano società servendosi di sistemi di regole. In questo senso si dicono viventi politici, da pòlis,  parola del greco antico che significa  città, ma per estensione anche  società.
  Nascendo ci troviamo immersi in vari sistemi di regole, alle quali tendiamo ad uniformarci per essere riconosciuti nell’ambiente sociale di appartenenza. Tuttavia, come parte di quell’ambiente, collaboriamo alla creazione, integrazione, modifica, soppressione di regole. Una regola è valida  se viene creata in uno dei modi ammessi in un certo ambiente sociale, ma è efficace solo finché viene ritenuta obbligatoria in quell’ambiente. Una certa deviazione dalle regole è ritenuta fisiologica, ma se una regola non è più rispettata come tale dalla generalità delle persone che partecipano all’ambiente sociale che l’ha creata, allora significa che è stata superata, anche senza essere stata formalmente abrogata.
 Vi sono regole civili, di costume, contrattuali, religiose, sportive e via dicendo. Ogni ambiente sociale è ordinato  secondo certe regole. Le regole diventano giuridiche  quando sono collegate all’inserimento, come cittadini o semplici sudditi, in un ordinamento politico di un ente a fini generali, al quale è obbligatoria l’appartenenza e che, nel proprio campo specifico, non ammette concorrenti. Il sistema istituzionale dei pubblici poteri  è costituito da questo tipo di enti, con competenza ordinata secondo una gerarchia e da una suddivisione territoriale o di settori di intervento.  Un regole è pubblica  quando le è dato il valore di norma  imposta da quel tipo di autorità.
  Una regola può essere quindi un ordine  di un ente politico a fini generali,  pubblico  nel senso che ho spiegato,  come ad esempio quello impartito da un organo di uno stato in una legge, ma può nascere anche da un accordo  o svilupparsi da prassi condivise dalla generalità in quanto ritenute utili e vantaggiose, e allora si parla di consuetudini. La maggior parte delle regole che osserviamo, ad esempio sull’abbigliamento e sui costumi delle nostre famiglie, sono di quest’ultimo tipo,  consuetudinarie. Quando entriamo in un’organizzazione privata, come ad esempio è l’Azione Cattolica, accettiamo regole che valgono sulla base di un accordo formale e che ci obbligano finché non decidiamo di uscire dall’associazione. Le regole della circolazione stradale sono invece ordini dello stato, dati con leggi pubbliche.
  Dal Settecento si è affermata un’ideologia delle istituzioni che ha preteso di riconoscere il carattere di regola  principalmente agli ordini di autorità pubbliche, in primo luogo impartiti con leggi dello stato. Questo corrispondeva alla concezione dello stato come  ente sovrano, vale a dire come istituzione che non riconosceva null’altra autorità sopra di sé.  Ai tempi nostri nessuno stato è più veramente sovrano perché soggiace ad un ordinamento internazionale che lo limita, per realizzare un ordine mondiale pacifico, molto basato su valori. Da circa cinquant’anni si sta pertanto ritornando all’ideologia che riconosce invece nella società la fonte principale delle regole, della loro validità come della loro efficacia. Questa era la concezione dell’antico diritto romano, che è stato diritto vigente in Europa fino a metà dell’Ottocento, unitamente alla produzione normativa degli stati e, prima, di vari monarchi e altri istituzioni.  Ma è stata anche la concezione medievale del diritto.
   Fin dall’antichità si è cercato di dare stabilità alle regole delle società disancorandole dagli ambienti sociali contemporanei in cui vivevano, che erano mutevoli e che quindi tendevano a superare, nei loro mutamenti, le regole vigenti. Lo si è fatto pensandole come volontà superna degli antenati, che in tal modo venivano a condizionare i viventi,o come  volontà di un dio, o come espressione di un ordine naturale  divinizzato, o infine come espressione della razionalità, quindi della ragione personalizzata come una  dea. La novità portata dal cristianesimo, quando si impegnò nel governo delle società, intorno al Quarto secolo della nostra era, fu di pensarle anche come espressione di pietà, misericordia: concezione rivoluzionaria, nel senso di capace di superare ogni regola vigente, che troviamo con molta evidenza negli insegnamenti evangelici. Essa è collegata a una concezione religiosa che considera valore  preminente l’agàpe, parola greca che solitamente traduciamo in italiano con amore, ma che non è ben rappresentata da questo termine: significa movimento per l’amicizia universale in cui ce ne sia per tutti e nessuno rimanga escluso.  In questo modo il cristianesimo si presentò come un sistema di superamento  di ogni regola sulla base di un  valore, quello dell’agàpe, pur avendo storicamente imposto anch’esso delle regole attraverso varie istituzioni civili e religiose. Questo aspetto della sua ideologia venne piuttosto trascurato nel Secondo Millennio, quando il principio di legalità  venne proposto anche in religione come obbedienza a ordini dell’autorità e la violazione di questi ordini punita con pene criminali, vale a dire analoghe a quelle stabilite per il delitti, le violazioni delle leggi pubbliche. Questo accadde al tempo dell’organizzazione del Papato, il vertice supremo della Chiesa cattolica romana, come un impero religioso e politico insieme, con l’istituzione di un esteso sistema di repressione giurisdizionale e di polizia politica. Si trattò sostanzialmente di una sacralizzazione  di quel potere, che fece scuola anche tra i monarchi civili, che vollero sacralizzare  anche le loro dinastie, affermandole volute da Dio, e quindi dicendo, e scrivendolo nell’intestazione dei loro atti, di governare per Grazia di Dio. La sacralizzazione del potere politico era intesa a impedire, e comunque, ostacolare, la critica politica. Richiedeva la collaborazione dell’autorità religiosa e questo fu storicamente  all’origine della compromissione delle nostre autorità religiose con vari tipi di autorità civili. Nel Settecento, all’origine dei processi democratici contemporanei, il Papato romano ci appare come un principato europeo strettamente federato con il sistema delle dinastie sovrane del continente.  Le democrazie contemporanee si affermarono faticosamente contrastando questa concezione del potere politico, che impediva, considerandola criminale, la critica sociale e politica: ciò rese necessario un lavoro di desacralizzazione  del potere politico che ad esse si contrapponeva, che ha un nome specifico,  secolarizzazione. Quest’ultimo è un processo di critica degli ordinamenti politici esistenti che comincia nel contestarne la loro origine divina e prosegue nel cercare di progettare nuovi ordinamenti che pongano fine all’usurpazione del potere a danno dei più, ad ingiusti privilegi, a sofferenze sociali da discriminazione e ingiustizia sociale. Anche le Chiese cristiane, nella loro dimensione politica, ne sono state investite potentemente.
  Le regole stabilite come ordini dell’autorità sono volute come resistenti ai cambiamenti e la loro critica provoca la reazione dell’autorità che le aveva stabilite. Fu questo appunto il contesto, narrato nei Vangeli, in cui si svolse il ministero terreno del Maestro e l’origine della sua tragica fine sulla Croce.
 Ma come vengono costruite le  regole? Esse sono create sulla base di valori condivisi nell’ambiente sociale di riferimento. Hanno quindi anch’essi origine sociale.
  Un valore   è un principio orientativo dell’azione sociale che si ritiene fondamentale per la vita di una collettività. Esso sorge dalla cultura dell’ambiente sociale di riferimento, è modellato da essa, la sua espressione formale avviene secondo il suo linguaggio.
 In ogni società si assiste a un conflitto di valori che corrisponde a un conflitto tra gruppi sociali di riferimento. Un gruppo dominante tenderà ad ordinare secondo i proprio valori la società che controlla e tenderà a tradurli in regole pubbliche.  La costruzione del sistema di potere secondo il quale è organizzata la nostra Chiesa si è fatta appunto cercando di tradurre i valori in regole d’autorità, ordini pubblici. Così hanno fatto anche gli stati. Quando le democrazie si sono affermate come principi organizzativi degli stati, ecco che allora sono state spiegate anch’esse come sistemi di regole, adottando il linguaggio delle culture correnti. Tuttavia esse non sono importanti come tali, ma per i valori democratici dei quali le loro regole sono espressione.
 Anche l’espressione della fede può essere presentata come un sistema di regole, e questo appunto è stato in genere il metodo utilizzato nel catechismo per la prima formazione fino agli anni ’70 del secolo scorso, in cui si volle iniziare un rinnovamento della catechesi per adeguarla ai processi democratici innescati dal Concilio Vaticano 2°. Passare dalle regole ai valori ad un certo punto ha spaventato, perché questo ha innescato processi democratici e, sotto il regno del papa Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, si è tentato di correggerli, in particolare fissando come legge canonica, della nostra Chiesa, una estesissima formulazione di valori e leggi in ciò che venne chiamato Catechismo della Chiesa Cattolica,  ma che fu inteso, invece che come sussidio per la formazione, come limite di legge  non oltrepassabile tra ortodossia ed eresia. Una gabbia per il pensiero. Un processo democratico dovrebbe cercare di riportarlo alla sua natura di sussidio religioso.
  E’ stato detto che i valori delle democrazie contemporanee hanno radici cristiane. Bisogna dire, naturalmente, che non tutte le democrazie storicamente ne hanno avute di analoghe, neanche quelle delle repubbliche medievali europee cristianizzate che pure a valori cristiani si richiamavano. E bisogna dire che le democrazie contemporanee sono state frutto di processi sociali anche indipendenti dai fatti e dalle concezioni religiose cristiane. Le radici  cristiane delle democrazie contemporanee possono essere riconosciute nell’importanza che in esse si dà alla pietà, intesa come  compassione verso i sofferenti,  che connota la concezione che si ha dell’uguaglianza  e dignità  delle persone umane.  
  Così, è stata avvertita come un’eclisse della democrazia, la spietatezza che nell’ultimo decennio ha caratterizzato le politiche di alcuni stati europei contro i migranti che, spinti dalle sofferenze negli ordinamenti politici di appartenenza, in numero crescente hanno cercato rifugio nella nostra nuova Europa; nuova  proprio perché particolarmente connotata dalle concezioni sociali democratiche contemporanee, al centro delle quali vi è la sicurezza sociale universale come obiettivo pubblico, che significa dare rifugio sicuro, mediante appropriate politiche interne e internazionali,  ad ogni persona minacciata da persecuzioni, povertà, malattia, vecchiaia, debolezza per età, sesso o altra ragione.   
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli