Democrazia e riforma
Ogni corpo sociale o
si riforma o muore. La riforma può poi essere vista in retrospettiva, dagli
storici che la ricostruiscono facendone veritiera memoria, come una rinascita.
Le Chiese, come società umane, non fanno eccezione e infatti, considerandole
storicamente, sono state più volte riformate e, in taluni casi, tanto
profondamente da poter essere considerate come rinate. Una svolta del
genere sarebbe necessaria anche ai tempi
nostri, nella nostra Chiesa. Tuttavia essa si manifesta incapace di riformarsi
e ciò per ragioni che si capiscono meglio esaminandone la storia. Essa, del
resto, nel Secondo Millennio è stata
strutturata in modo da impedire di cambiare un assetto di governo molto
accentrato su un Papato concepito come impero religioso che era stato costruito
tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo. Quell’ideologia è ben rappresentata
da Castel Sant’Angelo come fu ristrutturato sotto il regno del papa Giuliano
della Rovere - Giulio 2°, vissuto nel Qattrocento, un antipapa rispetto al modello di papa, sempre più pastore in senso spirituale, a cui siamo stati abituati dopo la fine regno
territoriale del Papato nel centro Italia, il 1870 (la Città del Vaticano,
istituita nel 1929 compromettendosi con il fascismo mussoliniano, è un’entità istituzionale molto diversa) Un
pastore cristiano può dotarsi di una fortezza/prigione? Un pastore cristiano
può fare guerra, stringere alleanze politiche e proscrivere stati e fazioni?
Tutto questo è accaduto e la storia, ciò che è stato, non si può cambiare, la
si può solo falsificare, in particolare rendendone una versione edulcorata,
dimenticare o volutamente ignorare. Senza recuperare una memoria storica
affidabile è impossibile riformare: ecco perché il papa Karol Wojtyla -
Giovanni Paolo 2°, nell’ultima fase del suo lungo regno, ci guidò in ciò che
definì purificazione della memoria,
che significa fare memoria veritiera del passato per distaccarsi da quelle sue
parti che sono disonorevoli ed infedeli, ripudiandole, rifiutando di prenderle
come modello per il futuro.
Una religione può
morire? Sicuramente sì, come ogni fenomeno sociale. Più spesso può
trasformarsi, come è accaduto all’antico politeismo europeo nel contatto con i
cristianesimi. Diverse sue consuetudini e concezioni sono state inglobate nel
nuovo corso.
Spesso la continua
conversione sociale che si deve attuare nella nostra religione viene presentata
come un ritorno alle origini, come se fosse realmente possibile. Non lo è. E
poi di quelle origini sappiamo veramente poco, solo quello che gli antichi
ritennero degno di tramandare, e non ci si può fare quasi nulla. Quindi, poi,
spesso il ritorno che si progetta non è alle vere origini, che non conosciamo
abbastanza, ma ad origini immaginarie, a un passato nuovo, come vorremmo che
fosse stato. Già da quello che si sa in modo affidabile emerge che le vere origini presentavano diversi problemi, da un
punto di vista di nostri tempi. Le nostre prime collettività erano piuttosto
bellicose e andavano per le spicce con gli avversari. I santi uomini che le
dirigevano andavano presto in collera lanciandosi anatemi. Il violento anti-ebraismo
che le animava, e che emerge con grande evidenza in certi scritti di padri della Chiesa, ora ci turba. La situazione tese
a stabilizzarsi quando gli imperatori romani, cessate le persecuzioni
ricorrenti, ne assunsero il controllo, svolgendo sostanzialmente, nel Primo
Millennio, il ruolo che nel Secondo Millennio il Papato si attribuì. Quella fu
la prima riforma, che ci si presenta anche come una vera rinascita: fu a quell’epoca, dal Quarto
secolo che vennero definite come leggi
religiose e dell’Impero le principali asserzioni della nostra fede, alle
quali ancora oggi ci richiamiamo. La nostra Chiesa, allora, divenne molto,
veramente molto diversa da come le fonti affidabili di cui disponiamo che la
presentano alle origini.
Altre riforme
seguirono: l’ultima, nella nostra Chiesa, fu quella tentata, ma riuscita in
minima parte e in parte ancora più esigua attuata, dal 1962 al 1965 durante il
Concilio Vaticano 2°. Il movimento per la riforma che di questi tempi si va
manifestando tende sostanzialmente a portarla a termine, in particolare nel
rinnovamento dell’istituzione del Papato e del governo delle comunità locali.
Il problema è quello dell’assimilazione
di principi e metodi democratici, secondo una concezione democratica che è molto di più di una tecnica per prendere
decisioni a maggioranza, che fin dai tempi antichi si usa in diverse
istituzioni ecclesiali, ma un sistema molto esteso di valori a tutela della
dignità delle persone e delle formazioni sociali in cui sono inserite e da cui
dipende la loro cultura. Nel mondo è proprio l’Europa che ha sviluppato
maggiormente questo modo di intendere la democrazia, che non è più legato a un
sistema di comandi di istituzioni sovrane,
in quanto riluttanti a riconoscere
limiti, ma alla sovranità
dei principi umanitari, che,
attraverso il lavoro di collegi di giudici liberi dalla sovranità degli stati,
la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, istituzione dell’Unione Europea con
sede a Lussemburgo, e la Corte Europea dei diritti umani, istituzione creata
dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali firmata a Roma nel 1950, con sede a Strasburgo, sta imponendosi
negli ordinamenti giuridici degli stati e, in particolari, sulle leggi formali
degli stati. Di questo processo la nostra Chiesa appare poco consapevole e
spesso se ne è manifestata sospettosa e critica, temendo di perdere un monopoli
sui principi che in effetti ha già perso da molti secoli.
Il lavoro al vertice
è fuori della portata dei laici, è ancora appannaggio geloso della burocrazia
ecclesiastica. Alla base invece il campo è aperto. Si possono avviare fasi di
sperimentazione, cominciando dagli istituti di partecipazione che già ci sono,
ad esempio, nelle parrocchie, dai Consigli pastorali e dalle assemblee dei
fedeli. Nel quadro delle regole generali che li disciplinano c’è molto spazio
all’autonomia, ma quest’ultima richiede una capacità di partecipare che in
genere non si manifesta nelle nostre realtà di base, dove si sta molto a
ricasco dei preti o di figure che, con molta meno preparazione, cercano di
mimarne il ruolo, in genere dando vita a figure piuttosto autoritarie di capi
di comunità. La democrazia si impara, e si impara facendone tirocinio. E’
manifestazione di una evoluzione culturale dai primitivi assetti delle
collettività di primati, nelle quali quelle umane tendono a ricadere in
mancanza di adeguata formazione. Dove imparare il metodo democratico? Nella
ormai strabordante letteratura della dottrina sociale della Chiesa c’è
poco o nulla in proposito, perché, in
realtà, la gerarchia ecclesiastica teme i processi democratici e, in
particolare, teme di perderne il controllo. E, in qualche misura, il timore è
fondato data la scarsa preparazione che c’è al di fuori degli ambienti del
clero e dei religiosi. La situazione è naturalmente molto migliorata, ad esempio
dagli scorsi anni Cinquanta, in particolare con la scolarizzazione di massa. Ma
ancora si avvertono carenze e soprattutto una scarsa consapevolezza dell’importanza
di quel tipo di impegno. Bisogna quindi cominciare dalla formazione, cercando
innanzi tutto di sviluppare il discorso da quello che si ha a disposizione in
attesa di qualcosa di più specifico. Buoni principi possono essere tratti ad
esempio dall’enciclica Laudato si’,
del 2015, ancora troppo poco conosciuta. L’ecologia
di cui parla comprende, a ben
leggere, anche la riforma sociale.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli