sabato 5 ottobre 2019

Democrazia e riforma


Democrazia e riforma

  Ogni corpo sociale o si riforma o muore. La riforma può poi essere vista in retrospettiva, dagli storici che la ricostruiscono facendone veritiera memoria, come una rinascita. Le Chiese, come società umane, non fanno eccezione e infatti, considerandole storicamente, sono state più volte riformate e, in taluni casi, tanto profondamente da poter essere considerate come rinate. Una svolta del genere  sarebbe necessaria anche ai tempi nostri, nella nostra Chiesa. Tuttavia essa si manifesta incapace di riformarsi e ciò per ragioni che si capiscono meglio esaminandone la storia. Essa, del resto,  nel Secondo Millennio è stata strutturata in modo da impedire di cambiare un assetto di governo molto accentrato su un Papato concepito come impero religioso che era stato costruito tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo. Quell’ideologia è ben rappresentata da Castel Sant’Angelo come fu ristrutturato sotto il regno del papa Giuliano della Rovere - Giulio 2°, vissuto nel Qattrocento, un antipapa rispetto al modello di papa, sempre più pastore  in senso spirituale,  a cui siamo stati abituati dopo la fine regno territoriale del Papato nel centro Italia, il 1870 (la Città del Vaticano, istituita nel 1929 compromettendosi con il fascismo mussoliniano,  è un’entità istituzionale molto diversa) Un pastore cristiano può dotarsi di una fortezza/prigione? Un pastore cristiano può fare guerra, stringere alleanze politiche e proscrivere stati e fazioni? Tutto questo è accaduto e la storia, ciò che è stato, non si può cambiare, la si può solo falsificare, in particolare rendendone una versione edulcorata, dimenticare o volutamente ignorare. Senza recuperare una memoria storica affidabile è impossibile riformare: ecco perché il papa Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, nell’ultima fase del suo lungo regno, ci guidò in ciò che definì purificazione della memoria, che significa fare memoria veritiera del passato per distaccarsi da quelle sue parti che sono disonorevoli ed infedeli, ripudiandole, rifiutando di prenderle come modello per il futuro.
  Una religione può morire? Sicuramente sì, come ogni fenomeno sociale. Più spesso può trasformarsi, come è accaduto all’antico politeismo europeo nel contatto con i cristianesimi. Diverse sue consuetudini e concezioni sono state inglobate nel nuovo corso.
 Spesso la continua conversione sociale che si deve attuare nella nostra religione viene presentata come un ritorno alle origini, come se fosse realmente possibile. Non lo è. E poi di quelle origini sappiamo veramente poco, solo quello che gli antichi ritennero degno di tramandare, e non ci si può fare quasi nulla. Quindi, poi, spesso il ritorno che si progetta non è alle vere origini, che non conosciamo abbastanza, ma ad origini immaginarie, a un passato nuovo, come vorremmo che fosse stato. Già da quello che si sa in modo affidabile emerge che le vere  origini presentavano diversi problemi, da un punto di vista di nostri tempi. Le nostre prime collettività erano piuttosto bellicose e andavano per le spicce con gli avversari. I santi uomini che le dirigevano andavano presto in collera lanciandosi anatemi. Il violento anti-ebraismo che le animava, e che emerge con grande evidenza in certi scritti di padri  della Chiesa, ora ci turba. La situazione tese a stabilizzarsi quando gli imperatori romani, cessate le persecuzioni ricorrenti, ne assunsero il controllo, svolgendo sostanzialmente, nel Primo Millennio, il ruolo che nel Secondo Millennio il Papato si attribuì. Quella fu la prima riforma,  che ci si presenta anche come una vera  rinascita: fu a quell’epoca, dal Quarto secolo che vennero definite come leggi religiose e dell’Impero le principali asserzioni della nostra fede, alle quali ancora oggi ci richiamiamo. La nostra Chiesa, allora, divenne molto, veramente molto diversa da come le fonti affidabili di cui disponiamo che la presentano alle origini.
  Altre riforme seguirono: l’ultima, nella nostra Chiesa, fu quella tentata, ma riuscita in minima parte e in parte ancora più esigua attuata, dal 1962 al 1965 durante il Concilio Vaticano 2°. Il movimento per la riforma che di questi tempi si va manifestando tende sostanzialmente a portarla a termine, in particolare nel rinnovamento dell’istituzione del Papato e del governo delle comunità locali. Il problema  è quello dell’assimilazione di principi e metodi democratici, secondo una concezione democratica che  è molto di più di una tecnica per prendere decisioni a maggioranza, che fin dai tempi antichi si usa in diverse istituzioni ecclesiali, ma un sistema molto esteso di valori a tutela della dignità delle persone e delle formazioni sociali in cui sono inserite e da cui dipende la loro cultura. Nel mondo è proprio l’Europa che ha sviluppato maggiormente questo modo di intendere la democrazia, che non è più legato a un sistema di comandi di istituzioni sovrane,  in quanto riluttanti a riconoscere limiti,  ma alla sovranità  dei principi umanitari, che, attraverso il lavoro di collegi di giudici liberi dalla sovranità degli stati, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, istituzione dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo, e la Corte Europea dei diritti umani, istituzione creata dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma nel 1950, con sede a Strasburgo, sta imponendosi negli ordinamenti giuridici degli stati e, in particolari, sulle leggi formali degli stati. Di questo processo la nostra Chiesa appare poco consapevole e spesso se ne è manifestata sospettosa e critica, temendo di perdere un monopoli sui principi che in effetti ha già perso da molti secoli.
  Il lavoro al vertice è fuori della portata dei laici, è ancora appannaggio geloso della burocrazia ecclesiastica. Alla base invece il campo è aperto. Si possono avviare fasi di sperimentazione, cominciando dagli istituti di partecipazione che già ci sono, ad esempio, nelle parrocchie, dai Consigli pastorali e dalle assemblee dei fedeli. Nel quadro delle regole generali che li disciplinano c’è molto spazio all’autonomia, ma quest’ultima richiede una capacità di partecipare che in genere non si manifesta nelle nostre realtà di base, dove si sta molto a ricasco dei preti o di figure che, con molta meno preparazione, cercano di mimarne il ruolo, in genere dando vita a figure piuttosto autoritarie di capi di comunità. La democrazia si impara, e si impara facendone tirocinio. E’ manifestazione di una evoluzione culturale dai primitivi assetti delle collettività di primati, nelle quali quelle umane tendono a ricadere in mancanza di adeguata formazione. Dove imparare il metodo democratico? Nella ormai strabordante letteratura della dottrina sociale della Chiesa c’è poco  o nulla in proposito, perché, in realtà, la gerarchia ecclesiastica teme i processi democratici e, in particolare, teme di perderne il controllo. E, in qualche misura, il timore è fondato data la scarsa preparazione che c’è al di fuori degli ambienti del clero e dei religiosi. La situazione è naturalmente molto migliorata, ad esempio dagli scorsi anni Cinquanta, in particolare con la scolarizzazione di massa. Ma ancora si avvertono carenze e soprattutto una scarsa consapevolezza dell’importanza di quel tipo di impegno. Bisogna quindi cominciare dalla formazione, cercando innanzi tutto di sviluppare il discorso da quello che si ha a disposizione in attesa di qualcosa di più specifico. Buoni principi possono essere tratti ad esempio dall’enciclica Laudato si’, del 2015, ancora troppo poco conosciuta. L’ecologia  di cui parla comprende, a ben leggere, anche la riforma sociale.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli