domenica 6 ottobre 2019

Note per un tirocinio di democrazia - 1-


Note per un tirocinio di democrazia - 1- 

1. La democrazia è una forma collettiva di governo delle società umane. La parola italiana deriva, come molte altre importanti della nostra lingua, da parole del greco antico che significano popolo  (dèmos) e  potere (kràtos). Il popolo / dèmos  che c’è nella parola democrazia  significa, appunto, che si tratta di un potere collettivo.
  Gli antichi greci ragionarono con molta precisione sulle forme di governo che erano state attuate ai loro tempi, e anche sulla democrazia. La contrapponevano al potere di uno solo, la monarchia, e a quello di pochi, la  oligarchia. I concetti fondamentali sulle forme di governo risalgono a loro. Tuttavia le nostre democrazie, come le troviamo attuate nei sistemi politici più avanzati in questo campo, hanno poco a che fare con le loro. La parte del mondo in cui troviamo attuate, non solo teorizzate, le forme più evolute di democrazia è l’Europa. L’Italia fa parte dell’Europa sotto diversi aspetti, anche se molti vogliono contrapporla ad essa. Non si tratta solo di un fattore geografico: siamo parte del continente. Ma essenzialmente culturale, quindi delle consuetudini, delle concezioni, dell’etica, e soprattutto, di una rete molto fitta di relazioni sociali, in particolare economiche e istituzionali, ma anche di pensiero. In Europa si sono evoluti i  tre  movimenti insieme culturali e politici che sviluppandosi e integrandosi tra loro hanno contribuito a rendere le democrazie della nostra era quelle che sono, piene di grandi principi umanitari ad orientare l’esercizio di ogni potere, non solo politico, ma anche tra soggetti privati: il cristianesimo, il liberalismo, il socialismo. Essi, da un punto di vista politico, sono rappresentati nelle  parole che costituirono il motto della prima rivoluzione democratica europea, quella prodottasi in Francia a fine Settecento: libertà, uguaglianza, fraternità. Quanto dal cristianesimo, questo fu riconosciuto dal papa Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° nel suo primo viaggio in Francia del ­1980 dopo l’inizio del suo regno religioso, come ricordato, ad esempio, nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) alla nota n.793, a proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale:
« “Libertà, uguaglianza, fraternità’”  è stato il motto della Rivoluzione francese.  In fondo sono idee cristiane » ha affermato Giovanni Paolo II, nel corso del suo primo viaggio in Francia: Omelia a Le Bourget (1º giugno 1980).
  Quelle sue parole, lo ricordo bene, fecero scalpore, perché il sistema politico originato da quella rivoluzione si era dimostrato fortemente ostile alla Chiesa cattolica e a coloro che le restarono fedeli. Fino al 1939 la Chiesa Cattolica fu una potenza culturale e politica antidemocratica,  tra le più rilevanti. Del resto, tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo, essa volle strutturarsi come una monarchia assoluta. L’assimilazione della democrazia fu molto faticosa tra i cristiani e si produsse prima nelle confessioni originate dalla Riforma luterana, dal Cinquecento. Il principale ostacolo culturale fu il pregiudizio manifestato nei suoi confronti dagli antichi greci, che la vedevano preda dei demagoghi, degli agitatori sociali, che sfruttavano l’emotività di masse incolte, contro la razionalità che, a loro avviso, doveva guidare le decisioni politiche. Alla fine del Medioevo, nei primi secoli del Secondo Millennio, fu dai riscoperti grandi maestri greci dell’antichità che si acquisirono le categorie per pensare e organizzare l’agire politico.
 Effettivamente la democrazia per funzionare richiede preparazione e tirocinio. Per questo i movimenti cattolico sociali e socialisti che si svilupparono in Europa da metà Ottocento mettevano al centro della propria azione sociale l’istituzione di scuole popolari.
2. Negli scorsi anni ’80 in Italia si istituirono diverse scuole  di politica, per un rinnovamento della politica democratica. Le cose non andarono nel senso sperato. Alla fine di quel decennio, con la grande crisi dei socialismi europei orientali e occidentali, si pensò che, in definitiva, fosse meglio lasciare che le società si organizzassero da sé e che questo avrebbe fornito il risultato economicamente più vantaggioso, di cui tutti, ricchi e meno ricchi, avrebbero beneficiato, senza necessità di programmare e attuare le onerose politiche sociali tentate dagli anni Sessanta. Così, la politica venne considerato uno spreco, fino ad un certo punto inevitabile ma da contenere al massimo. Nello stesso modo vennero considerate le spese pubbliche, per politiche sociali dirette a correggere gli squilibri del sistema capitalistico: da ciò l’idea che le tasse  fossero fondamentalmente ingiuste. Le parole d’ordine “Ridurre i parlamentari” e “Meno tasse” sono espressione di questo modo di pensare. La prima è una critica alla democrazia, la seconda alla democrazia sociale, perché “Meno tasse” significa anche meno spesa pubblica e, quindi, meno azione sociale.
  Il mondo in cui viviamo è il frutto di quell’evoluzione politica tendenzialmente antidemocratica. Vi si è acuita la sofferenza sociale. Il sistema economico capitalista produce degli scarti sociali, che sono poi persone non integrate, che non hanno nulla da vendere e che quindi non hanno di che comprare. Ognuno nella propria vita, ad esempio diventando anziano, può ricadervi. A rimediare a questo problema servono le costose politiche di sicurezza sociale. Tra i perdenti vi sono immigrati  poveri che giungono in Europa fuggendo dalle condizioni inumane in cui sono costretti in molte parti della vicina Africa, in Asia, nell’America latina. Nello stesso tempo, alle frontiere dell’Unione Europea, che integra molti degli stati europei in un nuovo organismo comunitario e istituzionale, si vanno manifestando tensioni che richiederebbero decisioni politiche comuni. Si è infine esposti ai tentativi di influenza politica ed economica dei più potenti sistemi politici del mondo, quello statunitense, quello russo, quello cinese. Questi ultimi sono improntati a versioni delle democrazia diverse da quella europea e da essa divergenti in misura più o meno rilevante. Riescono a integrare con successo masse molto numerose e si propongono come modelli alternativi a quello europeo. L’Europa integrata nell’Unione Europea  ha la notevole caratteristica di integrare nella propria ideologia una cultura di pace: le è derivata dalla sua fondazione, in cui svolsero un ruolo determinante forze provenienti dal cristianesimo sociale. Dove devono andare le democrazie europee? Gli elementi del cristianesimo sociale che ancora connotano l’ideologia dell’Unione Europea pone i cristiani in posizione di responsabilità, in un periodo storico in cui essa è messa in questione proprio negli elementi riconducibili al pensiero sociale cristiano, ad esempio nell’ideologia di pace e di solidarietà fraterna.
  La Chiesa cattolica non ha mai sviluppato una teologia della democrazia. Permane l’antica diffidenza. E’ significativo che la parola democrazia non figuri nel più importante documento della dottrina sociale del Novecento, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza - Gaudium et spes.  E tuttavia dagli anni ’40 del secolo scorso il Papato  ha spinto i laici a partecipare ai processi democratici per influirvi nel senso dei valori cristiani.  E tuttavia dagli anni ’40 del secolo scorso ha spinto i laici a partecipare ai processi democratici per influirvi nel senso dei valori cristiani. Ha cercato di limitare l’esercizio della democrazia alle istituzioni civili, consentendolo in misura estremamente limitata in ambito ecclesiale, che rimane organizzato su criteri feudali, tutto sommato obsoleti. L’Azione Cattolica ha storicamente svolto un ruolo molto importante nel capo della democrazia politica, e oggi si definisce come palestra di democrazia, un ambiente in cui imparare  la democrazia e allenarsi ad essa facendone tirocinio.
  Sperimentiamo in Italia, come mai prima d’ora, l’irrilevanza politica del pensiero sociale cristiano: il Papa e i vescovi se nel lamentano. Siamo un ambiente politico democratico, per influirvi occorrerebbe essere capaci di pensiero e azione democratici. Ma, a parte l’Azione Cattolica, vi sono pochi altri luoghi in ambito ecclesiale per imparare a farlo. Bisognerebbe cominciare da esperienze limitate di prossimità, che sono alla portata cognitiva degli esseri umani, a differenza dei processi di massa. In questi ultimi si utilizza il pensiero simbolico, per superare l’incapacità, che ci è connaturata, di pensare realtà di massa. Possiamo relazionarci veramente con poche decine di persone per volta. Nel pensare le masse, semplifichiamo, cercando di ridurre tutto di nuovo a quella dimensione. Questa strategia funziona e, in una collettività di massa, vi sia una certa omogeneità di pensiero e di sentire, che va costruita. Questa conquista culturale è la base dei processi democratici. Se, come sosteneva l’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, non si ha la pazienza di costruirla, allora in Italia l’unico elemento unificante rimane la pastasciutta, ed è troppo poco per fondarvi il governo di una società complessa.
 Queste mie note per un tirocinio di democrazia  che inizio qui vorrebbero essere un sussidio per aiutare  un piccolo gruppo parrocchiale a fare tirocinio di democrazia, in primo luogo riscoprendone l’esigenza, l’utilità e la possibilità, anche in ambito ecclesiale.
 Vi consiglio di tenere sotto mano i libri di storia delle scuole medie e l’enciclica Laudato si’, del 2015.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli