sabato 24 agosto 2019

Sapienza evangelica

   " In quel tempo Gesù disse: 'Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti (il testo greco ha sofò sofòn, con la stessa radice di sofìa che significa sapienza") e ai dotti (il testo greco ha sunetòn, cioè coloro che sono capaci di capire e di fa capire, rendendo condivisa la conoscenza; da sùnesis che è appunto questa facoltà) e le hai rivelate ai piccoli (il testo greco ha nepìois, da nèpios, che significa bambino che ancora non sa parlare). [traduzione in italiano CEI 2008 dal greco antico; dal Vangelo secondo Matteo, il versetto 25 del capitolo 11]

 Il detto evangelico che ho sopra trascritto è polemico verso gli intellettuali dell'ambiente sociale in cui Gesù svolse il suo ministero. I bambini capiscono meglio le cose della fede  degli adulti che si sforzano di capire? Il lavoro degli intellettuali è inutile per la fede e, anzi, controproducente? Così, ad esempio, intese Francesco d'Assisi. Nei Vangeli però l'unico ragazzino che troviamo discutere con degli intellettuali, indicati con il termine greco didàskalos (insegnante), è il Gesù dodicenne, nel Tempio di Gerusalemme, dell'episodio che leggiamo nel Vangelo secondo Luca, in particolare nel versetto 46 del capitolo 2.  Però egli non insegnava: è scritto che ascoltava e faceva domande, come ci si attende che faccia uno scolaro. Nel versetto 47, che segue, si legge: "E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza [il testo greco ha epì te sunèseie le sue risposte". I maestri, dunque, interrogarono il ragazzino, anche qui come ci si aspetta che avvenga a scuola. Secondo quei brani evangelici l'intelligenza/sùnesis di Gesù a quell'epoca venne valutata da quei suoi maestri dalle sue domande e dalle sue risposte alle loro domande. Quando però si discute tra intellettuali tutto è più complicato, perché si ragiona tra pari e conta la validità delle argomentazioni svolte secondo certi schemi condivisi. Poco prima del versetto del Vangelo di Matteo che ho sopra citato si legge (capitolo 11, versetto 19) si legge: "Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie". Le opere di Gesù non vennero interpretate correttamente da molti del suo ambiente. In base ad esse egli pretendeva che gli fosse riconosciuta autorità.  Del resto egli proponeva una via e un metodo che, benché presentati con le categorie culturali dell'ebraismo della sua epoca e del suo ambiente, non corrispondevano a schemi condivisi nel ceto dei maestri di fede di quella cultura e richiedevano un radicale cambiamento di mentalità. Nella cerchia dei primi più stretti seguaci di Gesù non vengono menzionati intellettuali. Tra loro e per loro egli fu quindi l'unico Maestro. Essi fecero affidamento su di lui, ma, benché testimoni delle sue opere, non capirono tutto subito di lui.
  L'intellettuale lavora con la mente, che è la funzione fisiologica dell'elaborazione dei pensieri e del decidere consapevolmente. Nel greco antico mente si diceva nòus (si pronuncia nus). Il nòus è implicato in una pratica religiosa molto importante che nel greco antico si dice  metánoia, parola che ha in sè la medesima radice del nòus / nus e che letteralmente significa cambiamento di mentalità e  in italiano in genere si ritiene corrispondere alla parola conversione. Il principio della vita cristiana è la conversione a Gesù come Cristo, appunto ciò che Gesù, nel detto che ho,sopra citato, lamentava essergli stato rifiutato.  È il raggiungimento di una sapienza pratica perché si manifesta ed è quindi riconoscibile nell'agápe, l'amicizia universale di condivisione e soccorso, ma richiede anche una preventiva comprensione, un'attività del nòus, che si consegue dal valutare correttamente certi fatti, dal domandare e dal rispondere, anche con certe azioni. Si è riconosciuti cristiani essenzialmente in base a queste ultime. Esse però si basano su decisioni che avvengono nel nòus e che richiedono il confronto con i maestri. Questa è un'esperienza comune. Spesso, nelle società profondamente permeate dalla nostra fede, i primi maestri sono i genitori. Crescendo ne incontriamo altri. Dal punto di vista della nostra fede, tutti i maestri fanno bene il loro mestiere se ci portano verso il Maestro, Gesù. Perché, come ho detto, la conversione, nell'ottica della nostra fede, è solo conversione a lui. Di qui l'impossibilità di quelli che vengono chiamati atei devoti, vale a dire di coloro che aderiscono ad una chiesa cristiana senza volersi convertire a Gesù, fascinati solo dalla capacità di una chiesa di imporsi in società: senza Gesù, sono atei e basta. 
 Nel capitolo 11 del Vangelo di Matteo, da cui ho tratto il versetto citato all'inizio, la metánoia è citata al versetto 21: "Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsáida! Perché se a Tiro e Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite [il testo greco ha metenòesan, forma passata del verbo metanoèo, che significa convertirsi, con la stessa radice di metánoia [CEI 2008]. Corazìn e Betsáida erano città della Galilea di cultura e religione ebraica, regione dove Gesù iniziò la sua azione pubblica; Tiro e Sidone erano città fenicie, più a nord, di altra etnia cultura,religione,lingua.
  Gesù nel capitolo 11 del Vangelo di Matteo ci viene presentato come impaziente: un'impazienza analoga prende talvolta anche chi ai tempi nostri è impegnato nell'evangelizzazione. Perché non seguendo la via di Gesù si va a finire male e chi evangelizza lo sa bene. Si è mandati ad evangelizzare per diffondere la via di salvezza, che è Gesù stesso. Chi ha bisogno di essere salvato è in pericolo. Al versetto 23 del capitolo 11 del Vangelo secondo Matteo leggiamo infatti altre parole di Gesù stesso, con questo monito: "E tu Cafárnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sodoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi esisterebbe ancora!". Cafárnao era un'altra  città della Galilea del tempo di Gesù, nella cui sinagoga egli predicò il Vangelo; secondo quanto si legge nel capitolo 19 del libro della Genesi, Sodoma era una città situata a sud di Canaan che venne distrutta da un cataclisma mandato dal Cielo come punizione dei suoi vizi. Qui la critica evangelica non riguarda solo gli intellettuali, ma tutta la popolazione di quelle città della Galilea dei tempi di Gesù.
 Noi non siamo Gesù, ma lo abbiamo ancora con noi, se riusciamo a mantenere la nostra conversione a lui. Possiamo ancora metterci alla sua scuola e poi secondo il comando ricevuto, andare ad insegnare a tutti i popoli a osservare tutto ciò che ci ha comandato e, innanzi tutto, l'agápe, l'amicizia universale operosa di condivisione e soccorso. A volte questi insegnamenti sono accolti male anche tra gli stessi popoli già evangelizzati fin da tempi antichi, che dunque vengono a trovarsi più o meno nella situazione di Corazìn, Betsáida e Cafárnao dopo che Gesù aveva agito tra loro. Addirittura nella nostra Italia di oggi, la predicazione dell'agápe che viene fatta da un pastore con grande autorità come il Papa viene sospettata di mettere in pericolo la nostra sicurezza pubblica. Egli viene dunque trattato come un sobillatore, andando incontro alla medesima cattiva fama che portò Gesù davanti a Pilato. Da un punto di vista cristiano quelli che gli fanno quell'accusa sragionano, il nòus / nus non li assiste. Se non riescono a tornare come bambini nell'accogliere Gesù, dovrebbero almeno cercarsi un buon maestro, che li guidi verso il Maestro. Ma già lo hanno!? Com'è che non riescono più a dargli retta?
  Che dobbiamo pretendere dagli altri? Di tornare come bambini o di ragionare meglio, attivando il nòus / nus, e, ragionando meglio, cercando in particolare di non sragionare, di convertirsi a Gesù, mettendosi alla sua scuola? Lascio a voi queste conclusioni. Da padre di famiglia ho avuto a che fare con bambine piccole, e a volte sono stato sorpreso del loro senso della giustizia, ma anche con loro più grandi e allora sono stato per loro tra i primi maestri, quindi  didàskalos. L'esortazione finale del Risorto che troviamo al termine del Vangelo secondo Matteo,nel capitolo 28, versetto 19, è di farci insegnanti, nel testo greco didáskontes, tradotto da CEI 2008 con insegnando. Che cosa? Tutto ciò che ha comandato Gesù. Il Maestro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli