domenica 25 agosto 2019

Operatori di ingiustizia o di giustizia?


25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". 26 Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27 Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia [il testo greco ha  adikìas, che significa senza  dìke, senza giustizia]!". 
[Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 13, versetti dal 25 al 27 - CEI 2008]

  Questo brano evangelico  mi ha molto  colpito fin da quando lo udii per la prima volta riuscendo a capirlo, all’età delle scuole medie. Lo abbiamo proclamato nella Messa domenicale di oggi. Spesso lo si ascolta distrattamente. Sono parole attribuite a Gesù, quando insegnava per città e villaggi in cammino verso Gerusalemme. E’ scritto che: «Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?"». Gesù gli rispose rivolto ad un uditorio più ampio, ma  utilizzando la seconda persona plurale,  voi. «Sforzatevi di entrare per la porta stretta», e poi l’insegnamento che ho sopra trascritto. Sentendo leggere quel brano evangelico, non vi sentite chiamati in causa? Io sì, tutto le volte che lo sento o lo leggo. Il problema è la nostra  ingiustizia. Nell’ottica evangelica, giustizia è fare ciò che Gesù comanda:  l’agàpe  operosa e universale, estesa anche ai nemici, l’amicizia di condivisione e soccorso senza alcun limite fino all’estremo sacrificio di sé. Nell’antico mondo greco-romano Dìche,  la giustizia personificata, era una dea, quindi un principio supremo, che imponeva che a ciascuno fosse dato il suo. Un’altra dea, Nèmesi, si incaricava di punire gli ingiusti. Era quindi opinione comune che l’ingiustizia turbasse l’ordine dell’universo voluto dagli dei e che, alla fine, quell’ordine sarebbe stato da loro restaurato punendo i malvagi. Ma ciò che ora mi interessa sottolineare  è che ci sono ingiustizie operate dai singoli e altre operate da collettività. Lo sappiamo bene. La via più semplice per affrontarle, da lato degli ingiusti, è trovarvi giustificazioni. Per quelle collettive ci riesce molto più facile, perché raramente trovano una nèmesi da parte delle autorità pubbliche. Qualche volta è la storia che si incarica di realizzarla. Così, ciò che accadde agli italiani durante la Seconda guerra mondiale, che combatterono dal giugno  1940 all’aprile 1945, può essere visto come la nèmesi  del peccato di fascismo in cui incorsero. Ci pare però ingiusto vederla così, perché, insomma, soffrirono giusti e ingiusti, colpevoli e innocenti, sebbene il fascismo, con la sua ideologia di discriminazione sociale ed etnica e di predazione di altri popoli, avesse avuto un vastissimo consenso popolare, in particolare tra il 1930 e il 1938, anni in cui si ebbe la compromissione con esso della Chiesa cattolica, dopo il Concordato Lateranense del 1929, e quindi degli stessi cattolici italiani. Una parte degli italiani, però, resistette, ma non fu sufficiente a contrastare efficacemente i progetti di guerra del regime.  Senz’altro, comunque, quel male che venne con la guerra nella quale il fascismo storico cacciò l’Italia  può essere visto come una diretta conseguenza storica della decisione collettiva di massa per il fascismo mussoliniano. Ma non è solo a una cosa simile che mi pare ci si riferisca nell’insegnamento evangelico. Gesù infatti non disse semplicemente che essendo ingiusti poi si finisce male (come in Matteo 26,52: “tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”. E’ in questione, con l’ingiustizia che anche collettivamente pratichiamo,  il nostro  rapporto con lui, la porta  per la nostra salvezza:  “voi tutti”, vale a dire, visto dalla parte degli operatori di ingiustizia, “noi tutti”. Anche l’ingiustizia che si fa collettivamente conta. Non basta essere personalmente  una persona buona? Ma come lo si può essere partecipando a certe decisioni, e questo anche se lo si fa spinti dall’emotività di massa o dalla violenza generalizzata altrui? I primi cristiani, per ciò che ce ne è stato riferito, si dimostrarono persone coraggiose e ferme nell’affermare pubblicamente e collettivamente i principi di giustizia a cui avevano dato il loro assenso di fede. Tanto che, di questo ho preso consapevolezza leggendo recentemente un commento al brano evangelico che trascrivo di seguito:
36«Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 37 Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse loro: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho". 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
 Poi disse: "Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46 e disse loro: "Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto".
 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52 Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.» [dal Vangelo secondo Luca, capitolo 24, versetti 36-53].
 i primi discepoli di Gesù,  dopo l’evento tragico della Crocifissione di Gesù, la Resurrezione e l’Ascensione, tornarono a Gerusalemme con grande gioia  e stavano sempre nel Tempio lodando Dio. E negli Atti degli Apostoli, capitolo 3, versetto 1, leggiamo anche:  «Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio». I primi discepoli si cacciarono, in definitiva, proprio lì, nel Tempio di Gerusalemme, dove il pericolo era ancora molto alto. Non tutti in Gerusalemme , evidentemente, avevano condiviso il grido di “Crocifiggilo!” contro Gesù e  si andò  manifestando molto presto una aperta resistenza collettiva.
  Ma, insomma, mi vorreste chiedere, dove vuoi andare a parare con questi discorsi, in  che cosa tu e noi saremmo colpevoli di ingiustizia collettiva?
  Sul Corriere della Sera   di oggi (pag.28),  ho letto che, da una ricerca dell’istituto di ricerca IPSOS il 51% dei cattolici (la maggioranza!), praticanti o meno, è favorevole alla politica cosiddetta dei porti chiusi, che vieta alle navi che soccorrono i migranti in pericolo di naufragio  nel tratto di mare tra le nostre coste e quelle africane di attraccare in Italia. Ho anche letto nei giorni scorsi che si stima in 859 [fonte: Organizzazione Internazionale per le migrazioni. Dato citato in Avvenire  del 23-8-19] il numero delle persone migranti affogate nel 2019 in quel tratto di mare, nel quale si vorrebbe che operassero solo le vedette della Guardia costiera dell’entità governativa della Libia occidentale (sostenuta dall’Italia e attualmente assediata dalle truppe della Libia orientale nel quadro di una sanguinosa guerra civile), che, raggiunti migranti in difficoltà in quel tratto di mare, li cattura e li interna in pessime condizioni di detenzione in strutture governative in Libia, impedendo, nel nostro esclusivo interesse, che raggiungano le nostre coste, così come non le raggiungono quelli che affogano. Si realizza, per noi, un importante risparmio economico, perché arriva molta meno gente.
 Come si concilia quell’orientamento di massa con la nostra fede in Gesù?
 Non sentiamo collettivamente, noi Italiani cittadini di una Repubblica democratica nella quale la voce delle masse conta soprattutto quando diventa maggioritaria,  non sentiamo, dico,  sulla coscienza, come ingiustizia contro Gesù,  quei morti, quei tanti morti affogati?
 La questione, vedete, è molto semplice ed è tutta qui. 
 Nei giorni scorsi è partita  dall’Italia una missione di soccorso di un’Organizzazione non governativa  italiana, Mediterranea. Ecco alcuni messaggi indirizzati all’equipaggio della nave umanitaria da vescovi italiani (fonte: Avvenire  del 23-8-19):
«Sentitemi uno di voi, con voi», ha scritto Corrado Lorefice [Arcivescovo di Palermo] che ha trasmesso il suo pensiero attraverso il capo missione Luca Casarini. «Mentre siamo sommersi da questo mare di indifferenza e di aggressività – si legge nel testo dell’arcivescovo di Palermo –, di odio e di livore, di individualismo e di arroganza, scriviamo pagine belle di vita, di incontri, di amicizia, di solidarietà, di amore, scritte con cuori rimasti umani, ispirati dall’umanità bella di Gesù». Perciò Lorefice dice «grazie per quello che siete, per il vostro coraggio, perché amate!». Nel suo ruolo di pastore Lorefice suggerisce di leggere durante la missione alcuni passi del Vangelo di Giovanni. E così sta avvenendo: «Come ho fatto io, così fate anche voi».
L’equipaggio, giunto alla settima missione, ha incrociato la Ocean Viking, poco prima che ottenesse lo sbarco a Malta. Durante la navigazione notturna anche il vescovo di Cefalù ha voluto esprimere vicinanza e amicizia: «L’umile e vero devoto popolo siciliano ha inventato il titolo mariano di Porto Salvo per invocare l’aiuto della Vergine Madre Maria verso tutti i naviganti. A lei – è l’invocazione di Giuseppe Marciante – rivolgo la nostra preghiera perché il cuore dei credenti italiani sia un porto aperto e sicuro per tutti i naufraghi».
Alle «carissime amiche e amici della nave Mare Jonio», si è rivolto il presidente di Pax Christi. «Salvare vite – ha scritto il vescovo Giovanni Ricchiuti [vescovo di Altamura] – è un valore in sé, grande, indiscutibile. Grazie per il vostro impegno a tenere accesa la speranza in un mondo più umano. Abbiamo bisogno di gesti che indichino la rotta della pace e dell’ umanità». Non si può guardare a Mediterranea «e alle persone che potrete salvare senza pensare ad altre navi cariche invece di "cose" che arricchiscono noi Occidente opulento: Coltan, oro, diamanti, petrolio. E come non pensare – insiste Ricchiuti – alle navi cariche di armi che, lo speriamo, la smettano di rifornire di bombe, spesso Made in Italy, diversi Paesi in guerra».
  Questi messaggi, in linea con quanto insegnato e raccomandato dal Papa, esprimono l’orientamento che i nostri pastori indicano come conforme alla nostra fede in Gesù. Da che parte stiamo? Chi seguiamo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli