Per trattare di questioni sociali nell'ottica della mia fede cristiana facendomi intendere da tutti non mi occorre un linguaggio esplicitamente religioso: mi basta usare quello universale dell'agápe, dell'amicizia di condivisione e soccorso. In questo senso è senz'altro vero: anche le pietre gridano. Se però vi devo parlare della mia fede, devo indicarvi Gesù: non conosco altro Dio, e per il resto sono completamente ateo. Apprezzo ogni persona religiosa, anche di altre fedi, che riesca anche a manifestarsi buona. Con lei ci intendiamo con il linguaggio dell'agápe. Ma non so parlare di Dio se non mediante Gesú. Vorrei appartenere al suo Regno e ne attendo la piena manifestazione: è ciò che è stato promesso, egli tornerà nella gloria. Non saprei condurvi a Dio per altra strada, al massimo potrei riuscire a convincervi degli antichi dei della natura, a questo portano le prove dell'esistenza di Dio che nei secoli passati sono state escogitate, tutte. Perché dunque sono passato dal linguaggio dell'agàpe a quello specificamente cristiano? Ho cambiato gli interlocutori, per un po': ora sono i miei compagni di fede, quelli che nel greco evangelico sono chiamati koinonòi appunto compagni. Così si chiamavano gli uni gli altri i cristiani delle prime comunità (con il termine comunitá traduciamo il greco del Nuovo Testamenti koinonìa). Il termine koinonòs definisce letteralmente chi è parte attiva di un impegno collettivo, comune nel senso di condiviso. Che mettono in comune i cristiani? Ciò che non deriva da loro, che è stato loro donato, la loro fede. Il termine italiano compagni richiama qualcosa di più: il condividere il pane. Ma intende la stessa cosa. Si condivide la vita nel corso di un lavoro collettivo. Come compagni ci si fa attivi d'intesa con altri che condividono la medesima fede. I cristiani sono compagni perché sono impegnati in un'opera comune, inviati a tutte le genti del mondo per condividere con loro il pane di vita, che è Gesù stesso, per la salvezza dell'umanità. Sono mandati in suo soccorso. Leggiamo nel Vangelo secondo Giovanni, nel versetto 35 del capitolo 6: "Gesù rispose loro: 'io sono pane della vita; chi viene a me non avrá fame e chi crede in me non avrà sete, mai!". Leggiamo anche nel capitolo 15 del Vangelo secondo Giovanni, nei versetti 12 e 14: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati [...] Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando". Questo mi è stato insegnato, questo ho appreso, questo condivido con voi, miei compagni di fede.
Vi domando: si può essere spietati e cristiani? Storicamente lo si è stati. Ma è stato giusto esserlo? È, oggi, giusto esserlo? È un tema di stretta attualità, come sapete, per noi italiani. Voi spietati che vi dite anche cristiani, che per confermarlo esibite pubblicamente anche la corona del Rosario, la preghiera che ci fa fare memoria di Gesù in ogni suo capitolo (detto mistero), quale maestro, quale pastore, quale profeta, state seguendo? Non è la spietatezza il comando di Gesù, egli che è la via, la porta, l'acqua viva, il pane della vita. Ma l'amicizia di condivisione e soccorso. Questo continuano a ripeterci concordemente e pressantemente il Papa e i vescovi, e, tra i pastori cristiani, non solo loro. In questo tante divisioni del passato sono state superate.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli