Problemi di costruzione sociale - 8
Organizzare un servizio è più semplice che costruire una
comunità. Richiede infatti molta minore empatia, la capacità di immedesimarsi
negli altri, e simpatia, vale a dire il piacersi. C'è un lavoro da fare e c’è chi
vuole che venga fatto, procura i mezzi per
farlo e lo organizza. Se il lavoro ha ad
oggetto la società, come nel caso di un servizio sanitario, essa si presenta
come un pubblico di utenti, di gente che si avvicina per ottenere quel servizio
quando ne ha necessità. Del pubblico occorre tener conto perché serve una sua
qualche collaborazione per la migliore gestione di servizio. Vi è così un
abbozzo di elemento comunitario Se il servizio non riguarda la società, come
nel caso in cui ci si proponga di costruire qualcosa di materiale, tutto è più semplice,
perché l'elemento umano viene ordinato secondo ciò che serve per fare quel
certo lavoro, ognuno ha il suo compito e hanno voce in capitolo solo i capi.
La parrocchia svolge anche dei servizi religiosi e sotto questo profilo
può essere considerata come un ente pubblico di servizio, al modo di una
azienda sanitaria locale, perché è in massima parte finanziata con risorse
pubbliche. Lo è perché quei servizi hanno a che fare anche con la coesione
sociale e quindi presentano anche un interesse specificamente politico.
Renderli in regime di finanziamento pubblico ne consente il controllo da parte di chi finanzia,
attraverso intese con le autorità religiose che si chiamano concordati e sono concluse al massimo livello, tra stati
e Papato. I concordati sono coevi alla costituzione di quest’ultimo come impero religioso nel Secondo millennio. Il primo
concordato fu concluso nel 1122 nelle città tedesca di Worms tra l’imperatore
germanico Enrico 5° di Franconia e il papa Callisto 2°: con l’accordo l’imperatore
rinunciò alla consacrazione ecclesiastica dei vescovi, riconoscendola solo al
Papa, riservandosi solo il potere di conferire ai vescovi i loro poteri
pubblici, quali suoi feudatari. Questo segnò il primo vero riconoscimento di un
potere imperiale del Papato analogo a quello dell’imperatore
civile, rivendicato dal Papato a partire dall’Undicesimo secolo sotto il regno
del papa Gregorio 7°, regnante dal 1073 al 1085.
Come ente pubblico
religioso erogatore di servizi, la parrocchia può essere vista come suddivisa in dipartimenti, secondo le aree di intervento: amministrazione del
patrimonio, del personale e dello stato religioso (registri parrocchiali);
liturgia e sacramenti, formazione religiosa, carità. Sotto questo aspetto è un’articolazione
di una complessa burocrazia territoriale, nella quale ogni settore è posto
sotto l’autorità di un monarca, affiancato da collaboratori e consulenti. L’uno
e gli altri sono scelti prevalentemente tra gli appartenenti alla classe
sacerdotale, caratterizzata da una specifica formazione, da una particolare
investitura sacramentale e da un particolare impegno di fedeltà e sottomissione
ai superiori. Nel complesso la struttura burocratica ha aspetto piramidale: in
alto un vertice monocratico e a scendere altri vertici monocratici subordinati con competenza
settoriale o territoriale che controllano a loro volta autorità con competenza
minore, fino ad arrivare al resto del popolo che n non controlla nulla. In quest’ottica il pubblico degli utenti è in posizione passiva: accede
ai servizi e fa ciò che gli si dice. Ottiene un riconoscimento religioso che
per due millenni è stato molto importante in società, ora molto meno. Il
bisogno di questo riconoscimento religioso è la fonte del potere religioso, ciò
che lo giustifica. L’esercizio del potere religioso è organizzato come una
giurisdizione territoriale, della quale
la parrocchia è l’articolazione di base. Il popolo è quindi suddiviso su base
territoriale, non per affinità di altro genere, e chi si sposta sul territorio
passa automaticamente da una giurisdizione all’altra. La residenza determina la
soggezione a una giurisdizione e, nelle questioni di stato religioso, non ce se
ne può liberare scegliendo liberamente a quale appartenere. Questa struttura della parrocchia è ancora
vigente, in particolare dal punto di vista giuridico, e coesiste con un’altra
più recente, che data fondamentalmente al Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
Quest’ultima, in italia,
ha come antecedente l’organizzazione politica dei fedeli che il Papato promosse
nella seconda metà dell’Ottocento nella sua dura controversia con il Regno d’Italia,
che l’aveva spodestato, mediante conquista bellica, del suo piccolo regno nell’Italia
centrale, con capitale Roma, nel 1870.
L’Italia, e in misura
minore l’Europa intera, fu storicamente il principale laboratorio politico del
Papato, il territorio dove il Papato sperimentava e affinava la sua
giurisdizione. Questo in particolare nel suo difficile rapporto con i movimenti
politici democratici, manifestatisi in Europa del Settecento. Vinto nell’Ottocento
dai nazionalisti del Regno d’Italia ed essendosi dato quest’ultimo, da poco (la
prima costituzione del Regno era del 1848), un’organizzazione
democratica, il Papato prese lo spunto da movimenti sociali in favore dei proletari (così li si definisce nell’enciclica Le novità - Rerum novarum del 1891,
diffusa sotto l’autorità del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°, la
prima enciclica della dottrina sociale moderna), vale a dire i lavoratori alle
dipendenze altrui, la parte meno favorita e largamente maggioritaria della
nazione, che, come in tutta l’Europa della seconda metà dell’Ottocento, si
erano organizzati spontaneamente, per promuovere nella società italiana un
movimento politico di resistenza, per appoggiare le sue pretese di restituzione
del potere temporale, almeno sulla città di Roma. Questa giurisdizione territoriale veniva
ritenuta indispensabile al ministero religioso del Papato, per renderlo
indipendente dalle pretese degli stati. Il Papato cercò di ottenere con la
pressione popolare ciò che non gli era più dato di conseguire, come in passato,
con la diplomazia internazionale, cercando appoggio nei regnanti europei. In
questa prospettiva il movimento dei fedeli veniva concepito come un esercito,
del quale clero e religiosi erano gli ufficiali, il Papa il comandante supremo
e i vescovi i generali, secondo una struttura sempre piramidale. Manifestandosi
nel movimento popolare tendenze democratiche, di democrazia cristiana, il
Papato le annientò bruscamente, sconfessandole
teologicamente con l’enciclica Le gravi preoccupazioni per le questioni
sociali - Graves de communi re del 1901, diffusa sotto l’autorità del papa
Pecci, provocando nel 1904 lo scioglimento dell’Opera dei Congressi nelle quali
si erano manifestate e progettando nel 1905, con l’enciclica Il fermo proposito, del papa Giuseppe
Sarto - Pio 10°, una nuova organizzazione a livello nazionale, che fu
costituita l’anno successivo, in cui furono deliberati gli statuti della nostra
Azione Cattolica.
Nel prosieguo della sua
storia l’Azione Cattolica non rimase però uno strumento passivo nelle mani del
Papato. Attraverso di essa si produsse l’acculturazione dei cattolici italiani
alla democrazia, proponendo un modello di fedele laico nuovo. Questo sviluppo
ebbe successo, portando, dal secondo dopoguerra, dal 1945, all’egemonia del
cattolicesimo sociale e democratico sulla politica italiana. Analoghe
esperienze furono vissute anche nel resto d’Europa, anche se la storia italiana
risultò sempre veramente particolare avendo dovuto superare una
contrapposizione frontale tra Papato e stato democratico che non ha precedenti
nel mondo e che, purtroppo, finì anche per gettare il Papato nel compromesso
con il regime mussoliniano, per una decina d’anni a partire dal 1929.
Il nuovo modello di fedele
era quello di una persona consapevole, partecipe, con una larga autonomia nelle
questioni sociali, accreditata in particolare dalla sua competenza in quelle
che, nel gergo teologico della dottrina sociale, vengono definite questioni temporali, e che sono quelle
relative all’organizzazione sociale, vista come necessariamente mutevole nel tempo, e in questo senso temporale, a differenza del regno del sacro, visto (irrealisticamente) come eterno. Il campo temporale comprende la
scienza, la tecnica, l'istruzione, l’impresa industriale
e artigiana, il commercio, la politica, ma anche la carità, intesa come il soccorso a
chi in società sta peggio per vari motivi. La riforma sociale entrò sempre più nel campo dell’autonomia
laicale, che, alle origini della dottrina sociale, aveva poco spazio, ritenendosi che ci si dovesse limitare ad applicare i comandi dati dal Papato. Questi sviluppi si
produssero anche altrove nel mondo, in particolare in Occidente, e furono coevi alla secolarizzazione, processo connaturato
alla democrazia, che significa concepire la politica come integralmente soggetta alla critica razionale dei
consociati, senza alcuna area che, per ragioni sacrali, per essere munita di un
carattere sacro, quindi eterno e indiscutibile, potesse sottrarsi a questa giurisdizione
democratica. Detta così, la cosa può apparire indolore dal punto di vista della
Chiesa, ma non lo è: significa ammettere la possibilità di leggi degli stati che
contrastano con principi sacralizzati, e in quanto tali ritenuti indiscutibili, innanzi tutto quelli che vorrebbero sottrarre
la Chiesa alla giurisdizione degli stati al di fuori di concordati, ma, ad
esempio leggi che ammettano idee a lungo, e a volte ancora, contrastate dal
potere religioso, come alcune di quelle
liberali e socialiste in materia di
libertà religiosa, beni ecclesiastici, questioni matrimoniali e riproduttive,
stato civile del clero e dei religiosi, istruzione religiosa nelle scuole
pubbliche e altro.
Questo portò a riflettere
sulla concezione religiosa di popolo,
soggetto che era al centro dei movimenti democratici a livello globale, e a
mettere in azione una riforma religiosa come mai c’era stata dall’Undicesimo
secolo, analoga a quella prodottasi in Europa dal Settecento nelle organizzazioni
politiche con il trasferimento di sovranità
da dinastie regnanti ad altre
organizzazioni su base democratica. L’assimilazione piena della democrazia
poteva infatti portare, agendo le masse dei fedeli con metodo democratico e influendo in tal modo sulle società di riferimento, ad una riforma sociale compatibile con le idealità
religiose ed, anzi, appariva ormai l’unica via per ottenerla, almeno in Occidente.
L’Azione Cattolica era
stata tutto sommato un movimento settoriale, determinato dalle contingenze
politiche del momento. Veniva concepita come un supporto al potere religioso di tipo piramidale.
Prendendo atto dell’emergere dei popoli alla sovranità democratica, era
necessario dare nuova forma all'intero popolo religioso in vista dei nuovi compiti
che doveva svolgere nel nuovo contesto sociale, in particolare in vista della
riforma sociale. Quest’ultima da obiettivo tutto sommato strumentale alle
pretese del Papato vide accentuato il suo carattere specificamente religioso e
dunque fondamentale nella formazione e nella pratica della fede, come azione di
carità. Di tutto questo si trattò e
su questo deliberò il Concilio Vaticano 2°, con importantissime pronunce anche
a carattere specificamente dogmatico, sui fondamenti. Da ciò emerse una nuova
immagine di popolo, ma non solo:
anche di Chiesa. Si innescò un moto di riforma
religiosa molto esteso. Quando però si trattò di tradurre di deliberati
conciliari nella realtà parrocchiale si manifestarono serie difficoltà, che non
si ebbero nell’organizzare nuovi movimenti di intervento sociale, che si affiancarono all’Azione
Cattolica, cercando di estendere l’influenza sociale della religione a tutta la società. Fondamentalmente la principale
difficoltà era il carattere tutto sommato artificioso ed estrinseco che
determinava l’individuazione del popolo parrocchiale, ritagliato secondo un
criterio territoriale. senza che avesse molta importanza l’empatia, il sapersi immedesimare negli altri, e la simpatia,
il piacersi, che erano invece centrali e fondativi nelle realtà di movimento. In
altre parole, il fattore unificante in una parrocchia è quasi esclusivamente la
soggezione a una giurisdizione ecclesiastica, per il resto il popolo di una parrocchia è molto eterogeno, diviso
per settori utenza, per fasce d’età, per opinioni sulla società e il proprio
posto in essa e in relazione con gli altri, quindi per questioni politiche.
Farne realmente un popolo, con le caratteristiche di competenza e
coinvolgimento partecipativo richiesto dalla dottrina sociale, è sicuramente
possibile, ma può farsi solo sviluppando dinamiche democratiche, le quali
tuttavia comporterebbero la desacralizzazione di ciò che sacro
non è, quindi un dibattito
prettamente politico e libero sui problemi organizzativi. Ciò che si è molto
restii a concedere, per il timore che poi l’organizzazione finisca in mani
incompetenti o malintenzionate, un pericolo insito in ogni democrazia, come in
ogni potere. Non si istituiscono spazi di maggiore partecipazione per il timore
che la gente non sia preparata, ma non istituendoli non si dà alla gente il
modo di prepararsi, innanzi tutto facendone tirocinio. La situazione è di
sostanziale stallo, che è quando non si può andare né avanti né indietro, pur
volendolo, qualsiasi mossa essendo contrastata da una contromossa. Nel mezzo di
tutto ciò si è manifestata una grave crisi delle democrazie occidentali, che
tendono a cadere nel potere di oligarchi, di gruppi ristretti di comando
insofferenti della critica democratica, vista come fattore di inefficienza.
Paradossalmente la Chiesa, che storicamente ebbe tante difficoltà ad assimilare
i valori democratici, e ancora per certi versi li ha, costituisce oggi, avendone
comunque assimilati una quota importante, uno dei principali fattori di
resistenza di quei valori. Essi potrebbero essere messi alla prova in un
disegno di riforma dell’organizzazione parrocchiale che comporta anche la
ridefinizione del suo popolo, dell’immagine che se ne dà, che si dovrebbe
cercare di far corrispondere a quella deliberata nell’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli