mercoledì 9 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 8


Problemi di costruzione sociale - 8

  Organizzare un servizio è più semplice che costruire una comunità. Richiede infatti molta minore empatia, la capacità di immedesimarsi negli altri, e simpatia, vale a dire il piacersi. C'è un lavoro da fare e c’è chi vuole che venga fatto,  procura i mezzi per farlo e lo organizza. Se il lavoro  ha ad oggetto la società, come nel caso di un servizio sanitario, essa si presenta come un pubblico di utenti, di gente che si avvicina per ottenere quel servizio quando ne ha necessità. Del pubblico occorre tener conto perché serve una sua qualche collaborazione per la migliore gestione di servizio. Vi è così un abbozzo di elemento comunitario Se il servizio non riguarda la società, come nel caso in cui ci si proponga di costruire qualcosa di materiale, tutto è più semplice, perché l'elemento umano viene ordinato secondo ciò che serve per fare quel certo lavoro, ognuno ha il suo compito e hanno voce in capitolo solo i capi.
  La parrocchia svolge anche  dei servizi religiosi e sotto questo profilo può essere considerata come un ente pubblico di servizio, al modo di una azienda sanitaria locale, perché è in massima parte finanziata con risorse pubbliche. Lo è perché quei servizi hanno a che fare anche con la coesione sociale e quindi presentano anche un interesse specificamente politico. Renderli in regime di finanziamento pubblico ne consente il controllo da parte di chi finanzia, attraverso intese con le autorità religiose che si chiamano  concordati   e sono concluse al massimo livello, tra stati e Papato. I concordati sono coevi alla costituzione di quest’ultimo come impero  religioso nel Secondo millennio. Il primo concordato fu concluso nel 1122 nelle città tedesca di Worms tra l’imperatore germanico Enrico 5° di Franconia e il papa Callisto 2°: con l’accordo l’imperatore rinunciò alla consacrazione ecclesiastica dei vescovi, riconoscendola solo al Papa, riservandosi solo il potere di conferire ai vescovi i loro poteri pubblici, quali suoi feudatari. Questo segnò il primo vero riconoscimento di un potere imperiale  del Papato analogo a quello dell’imperatore civile, rivendicato dal Papato a partire dall’Undicesimo secolo sotto il regno del papa Gregorio 7°, regnante dal 1073 al 1085.
 Come ente pubblico religioso erogatore di servizi, la parrocchia può essere vista come suddivisa in dipartimenti, secondo le aree di intervento: amministrazione del patrimonio, del personale e dello stato religioso (registri parrocchiali); liturgia e sacramenti, formazione religiosa, carità. Sotto questo aspetto è un’articolazione di una complessa burocrazia territoriale, nella quale ogni settore è posto sotto l’autorità di un monarca, affiancato da collaboratori e consulenti. L’uno e gli altri sono scelti prevalentemente tra gli appartenenti alla classe sacerdotale, caratterizzata da una specifica formazione, da una particolare investitura sacramentale e da un particolare impegno di fedeltà e sottomissione ai superiori. Nel complesso la struttura burocratica ha aspetto piramidale: in alto un vertice monocratico e a scendere altri vertici monocratici subordinati con competenza settoriale o territoriale che controllano a loro volta autorità con competenza minore, fino ad arrivare al resto del popolo che n non controlla nulla. In quest’ottica il pubblico degli utenti è in posizione passiva: accede ai servizi e fa ciò che gli si dice. Ottiene un riconoscimento religioso che per due millenni è stato molto importante in società, ora molto meno. Il bisogno di questo riconoscimento religioso è la fonte del potere religioso, ciò che lo giustifica. L’esercizio del potere religioso è organizzato come una giurisdizione  territoriale, della quale la parrocchia è l’articolazione di base. Il popolo è quindi suddiviso su base territoriale, non per affinità di altro genere, e chi si sposta sul territorio passa automaticamente da una giurisdizione all’altra. La residenza determina la soggezione a una giurisdizione e, nelle questioni di stato religioso, non ce se ne può liberare scegliendo liberamente a quale appartenere.  Questa struttura della parrocchia è ancora vigente, in particolare dal punto di vista giuridico, e coesiste con un’altra più recente, che data fondamentalmente al Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
  Quest’ultima, in italia, ha come antecedente l’organizzazione politica dei fedeli che il Papato promosse nella seconda metà dell’Ottocento nella sua dura controversia con il Regno d’Italia, che l’aveva spodestato, mediante conquista bellica, del suo piccolo regno nell’Italia centrale, con capitale Roma, nel 1870.
  L’Italia, e in misura minore l’Europa intera, fu storicamente il principale laboratorio politico del Papato, il territorio dove il Papato sperimentava e affinava la sua giurisdizione. Questo in particolare nel suo difficile rapporto con i movimenti politici democratici, manifestatisi in Europa del Settecento. Vinto nell’Ottocento dai nazionalisti del Regno d’Italia ed essendosi dato quest’ultimo, da poco (la prima costituzione  del Regno era del 1848), un’organizzazione democratica, il Papato prese lo spunto da movimenti sociali in favore dei proletari  (così li si definisce nell’enciclica Le novità - Rerum novarum del 1891, diffusa sotto l’autorità del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°, la prima enciclica della dottrina sociale  moderna), vale a dire i lavoratori alle dipendenze altrui, la parte meno favorita e largamente maggioritaria della nazione, che, come in tutta l’Europa della seconda metà dell’Ottocento, si erano organizzati spontaneamente, per promuovere nella società italiana un movimento politico di resistenza, per appoggiare le sue pretese di restituzione del potere temporale, almeno sulla città di Roma. Questa giurisdizione territoriale veniva ritenuta indispensabile al ministero religioso del Papato, per renderlo indipendente dalle pretese degli stati. Il Papato cercò di ottenere con la pressione popolare ciò che non gli era più dato di conseguire, come in passato, con la diplomazia internazionale, cercando appoggio nei regnanti europei. In questa prospettiva il movimento dei fedeli veniva concepito come un esercito, del quale clero e religiosi erano gli ufficiali, il Papa il comandante supremo e i vescovi i generali, secondo una struttura sempre piramidale. Manifestandosi nel movimento popolare tendenze democratiche, di  democrazia cristiana, il Papato le annientò bruscamente, sconfessandole  teologicamente  con l’enciclica Le gravi preoccupazioni per le questioni sociali - Graves de communi re del 1901, diffusa sotto l’autorità del papa Pecci, provocando nel 1904 lo scioglimento dell’Opera dei Congressi nelle quali si erano manifestate e progettando nel 1905, con l’enciclica Il fermo proposito, del papa Giuseppe Sarto - Pio 10°, una nuova organizzazione a livello nazionale, che fu costituita l’anno successivo, in cui furono deliberati gli statuti della nostra Azione Cattolica.
  Nel prosieguo della sua storia l’Azione Cattolica non rimase però uno strumento passivo nelle mani del Papato. Attraverso di essa si produsse l’acculturazione dei cattolici italiani alla democrazia, proponendo un modello di fedele laico nuovo. Questo sviluppo ebbe successo, portando, dal secondo dopoguerra, dal 1945, all’egemonia del cattolicesimo sociale e democratico sulla politica italiana. Analoghe esperienze furono vissute anche nel resto d’Europa, anche se la storia italiana risultò sempre veramente particolare avendo dovuto superare una contrapposizione frontale tra Papato e stato democratico che non ha precedenti nel mondo e che, purtroppo, finì anche per gettare il Papato nel compromesso con il regime mussoliniano, per una decina d’anni a  partire dal 1929.
  Il nuovo modello di fedele era quello di una persona consapevole, partecipe, con una larga autonomia nelle questioni sociali, accreditata in particolare dalla sua competenza in quelle che, nel gergo teologico della dottrina sociale, vengono definite  questioni temporali, e che sono quelle relative all’organizzazione sociale, vista come necessariamente mutevole nel tempo, e in questo senso temporale, a differenza del regno del sacro, visto (irrealisticamente) come  eterno. Il campo temporale  comprende la scienza, la tecnica, l'istruzione, l’impresa industriale  e artigiana, il commercio, la politica, ma anche la carità, intesa come il soccorso a chi in società sta peggio per vari motivi. La  riforma sociale  entrò sempre più nel campo dell’autonomia laicale, che, alle origini della dottrina sociale, aveva poco spazio, ritenendosi che ci si dovesse limitare ad applicare  i comandi dati dal Papato. Questi sviluppi si produssero anche altrove nel mondo, in particolare in Occidente, e furono coevi alla  secolarizzazione, processo connaturato alla democrazia, che significa concepire la politica come  integralmente  soggetta alla critica razionale dei consociati, senza alcuna area che, per ragioni sacrali, per essere munita di un carattere  sacro, quindi eterno  e  indiscutibile,  potesse sottrarsi a questa giurisdizione democratica. Detta così, la cosa può apparire indolore dal punto di vista della Chiesa, ma non lo è: significa ammettere la possibilità di leggi  degli stati che contrastano con principi sacralizzati, e in quanto tali ritenuti indiscutibili, innanzi tutto quelli che vorrebbero sottrarre la Chiesa alla giurisdizione degli stati al di fuori di concordati, ma, ad esempio leggi che ammettano idee a lungo, e a volte ancora, contrastate dal potere religioso, come alcune di  quelle liberali e socialiste  in materia di libertà religiosa, beni ecclesiastici, questioni matrimoniali e riproduttive, stato civile del clero e dei religiosi, istruzione religiosa nelle scuole pubbliche e altro.
 Questo portò a riflettere sulla concezione religiosa di popolo, soggetto che era al centro dei movimenti democratici a livello globale, e a mettere in azione una riforma religiosa come mai c’era stata dall’Undicesimo secolo, analoga a quella prodottasi in Europa dal Settecento nelle organizzazioni politiche con il trasferimento di sovranità  da dinastie regnanti ad altre organizzazioni su base democratica. L’assimilazione piena della democrazia poteva infatti portare, agendo le masse dei fedeli con metodo democratico e influendo in tal modo sulle società di riferimento, ad una riforma sociale compatibile con le idealità religiose ed, anzi, appariva ormai l’unica via per ottenerla, almeno  in Occidente.
  L’Azione Cattolica era stata tutto sommato un movimento settoriale, determinato dalle contingenze politiche del momento. Veniva concepita come un  supporto  al potere religioso di tipo piramidale. Prendendo atto dell’emergere dei popoli alla sovranità democratica, era necessario dare nuova  forma  all'intero popolo religioso in vista dei nuovi compiti che doveva svolgere nel nuovo contesto sociale, in particolare in vista della riforma sociale. Quest’ultima da obiettivo tutto sommato strumentale alle pretese del Papato vide accentuato il suo carattere specificamente religioso e dunque fondamentale nella formazione e nella pratica della fede, come azione di carità. Di tutto questo si trattò e su questo deliberò il Concilio Vaticano 2°, con importantissime pronunce anche a carattere specificamente dogmatico, sui fondamenti. Da ciò emerse una nuova immagine di popolo, ma non solo: anche di  Chiesa. Si innescò un moto di riforma religiosa molto esteso. Quando però si trattò di tradurre  di deliberati conciliari nella realtà parrocchiale si manifestarono serie difficoltà, che non si ebbero nell’organizzare nuovi  movimenti  di intervento sociale, che si affiancarono all’Azione Cattolica, cercando di estendere l’influenza sociale della religione a tutta  la società. Fondamentalmente la principale difficoltà era il carattere tutto sommato artificioso ed estrinseco che determinava l’individuazione del popolo  parrocchiale, ritagliato  secondo un criterio territoriale. senza che avesse molta importanza l’empatia, il sapersi immedesimare negli altri, e la  simpatia, il piacersi, che erano invece centrali e fondativi nelle realtà di movimento. In altre parole, il fattore unificante in una parrocchia è quasi esclusivamente la soggezione a una giurisdizione ecclesiastica, per il resto il popolo  di una parrocchia è molto eterogeno, diviso per settori utenza, per fasce d’età, per opinioni sulla società e il proprio posto in essa e in relazione con gli altri, quindi per questioni politiche. Farne realmente un popolo, con le caratteristiche di competenza e coinvolgimento partecipativo richiesto dalla dottrina sociale, è sicuramente possibile, ma può farsi solo sviluppando dinamiche democratiche, le quali tuttavia comporterebbero la  desacralizzazione  di ciò che sacro  non è, quindi un dibattito prettamente politico e libero sui problemi organizzativi. Ciò che si è molto restii a concedere, per il timore che poi l’organizzazione finisca in mani incompetenti o malintenzionate, un pericolo insito in ogni democrazia, come in ogni potere. Non si istituiscono spazi di maggiore partecipazione per il timore che la gente non sia preparata, ma non istituendoli non si dà alla gente il modo di prepararsi, innanzi tutto facendone tirocinio. La situazione è di sostanziale stallo, che è quando non si può andare né avanti né indietro, pur volendolo, qualsiasi mossa essendo contrastata da una contromossa. Nel mezzo di tutto ciò si è manifestata una grave crisi delle democrazie occidentali, che tendono a cadere nel potere di oligarchi, di gruppi ristretti di comando insofferenti della critica democratica, vista come fattore di inefficienza. Paradossalmente la Chiesa, che storicamente ebbe tante difficoltà ad assimilare i valori democratici, e ancora per certi versi li ha, costituisce oggi, avendone comunque assimilati una quota importante, uno dei principali fattori di resistenza di quei valori. Essi potrebbero essere messi alla prova in un disegno di riforma dell’organizzazione parrocchiale che comporta anche la ridefinizione del suo popolo, dell’immagine che se ne dà, che si dovrebbe cercare di far corrispondere a quella deliberata nell’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli