Problemi di costruzione sociale - 9
Quando si affronta quel particolare tipo di riforma sociale che è la costruzione sociale, in genere riesce difficile fare i conti con la realtà e, in particolare, imparare dall'esperienza del passato, specialmente quando se ne dà una valutazione negativa. Ogni riformatore, di solito, è in polemica con il passato e con i suoi fautori. Questo porta a ritenere che quello che nel passato non è andato per il verso giusto sia dipeso solo dall'incapacità o dalla volontà cattiva dei precedenti organizzatori, oltre che della gente che si voleva organizzare, ma non è sempre così. Si pensa poi di poter progettare come se si trattasse di scrivere un copione teatrale e alla gente da aggregare nella nuova costruzione sociale come ad attori capaci di recitare qualsiasi commedia. E non è mai così. Si dice spesso che la Chiesa è esperta in umanità, ma questo comporta sapere e volere fare i conti con la realtà. Questo riesce difficile ai teologi, non solo a quelli che si occupano di dogmatica, i meno legati alla realtà, ma anche a quelli che si occupano di teologia applicata, come quelli che scrivono di dottrina sociale. Eppure, tanto più l'organizzazione sociale riesce quanto più è realmente esperta di umanità. Ma l'esserlo non è ritenuto indispensabile agli organizzatori ecclesiali. Per questo, ad esempio, troviamo chi si occupa di teologia della famiglia, dettando legge ai coniugi, senza avere personale esperienza delle relazioni d'amore tra coniugi, e questo passi perché comunque quel tipo di esperienza è sempre limitata, ma anche non osservando obiettivamente l'esperienza altrui, selezionando in essa solo i modelli che rientrano nella dogmatica di riferimento. Questo crea poi, inevitabilmente, incomprensioni con coloro che della famiglia hanno maggiore pratica, che si tende a lenire ignorandole da entrambe le parti, con la giusta dose di ipocrisia. È così faccio anch'io, sorvolando. Ma l'organizzazione parrocchiale è materia più neutra, nella quale fare i conti con la realtà dà meno dispiaceri: i dogmi, ciò che si ritiene non negoziabile, sono a distanza di sicurezza.
Ragionando realisticamente sull'esperienza di organizzazione parrocchiale nei tre decenni dal 1983 al 2015, dobbiamo riconoscere che essa fu caratterizzata dal tentativo di coniugare l'aspetto istituzionale con un elemento comunitario forte, in linea con la teologia ecclesiale del Concilio Vaticano 2º. Quindi si volle trasformare una struttura di erogazione di servizi religiosi in una comunità solidale coinvolta anche nella prestazione di quei servizi, ma primariamente in ciò che i teologi chiamano koinonìa, parola greca che significa l'agire solidale da compagni, esperienza che si fa rientrare nel concetto di carità. Lo si fece però senza tenere nel giusto conto il fatto che in parrocchia si stava già vivendo un esperimento simile e, anzi, nell'intento di correggerlo, di superarlo. Lo si fece importando ideologia, metodo e personale di uno dei nuovi movimenti ecclesiali che, dagli anni Settanta e nella vivace stagione post-conciliare, avevano preso ad affiancare l'Azione Cattolica nell'azione sociale. Esso, originato nella Spagna fortemente segnata dall'esperienza franchista, alla quale regnante il papa Eugenio Pacelli - Pio 12^ si era guardato con favore, era poco acculturato alla democrazia. Si prese come riferimento ideologico il tribalismo degli antichi israeliti, in particolare nella fase della loro travagliata resistenza contro l'ellenismo. Questo modello contrastava fortemente con la pratica sociale del quartiere, all'epoca animato da vivaci processi democratici per la difesa del pratone, il grande spazio verde che costeggia il quartiere su via Conca d'Oro/via Val d'Ala (il comitato promotore delle agitazioni venne costituito in parrocchia), e della stessa parrocchia e venne vissuto come una colonizzazione religiosa, anche perché prese a coinvolgere molta gente di fuori, che però veniva da noi solo per gli eventi di quel movimento, per il resto rimanendo estranea. Il collegamento tra l'aspetto istituzionale della parrocchia e quello neo -comunitario che si voleva indurre si ottenne incaricando un parroco che si era formato in quel movimento e che era quindi pratico dei suoi metodi. In questo modo, in definitiva, l'istituzione promosse quel movimento senza che scattassero empatia e simpatia nel quartiere. Si fece del rigore nel tendere al modello di relazioni matrimoniali e familiari insegnato dalla teologia del Magistero un punto di forza e di riconoscibilità sociale, una sorta di bandiera della neo -comunità, nonostante i problemi che presentava nella pratica per molta gente del quartiere. Non proporselo venne additato come mancanza di fede, da correggere con un ricondizionamento catechetico. La gente del quartiere non apprezzò di essere sconfessata in quel modo, venendo anche messa in questione come genitori. Così come non fu coinvolta dall'esclusivismo di quel movimento, proposto sostanzialmente come unica via ortodossa al perfezionamento di fede. Questo, progredendo l'esperimento di riorganizzazione parrocchiale, causò disaffezione. La gente prese a trasferirsi in altre parrocchie per i servizi religiosi.
Valutando realisticamente il passato, vanno riconosciuti come fattori critici non aver mantenuto un sufficiente pluralismo nei metodi, spiritualità e forme associative ammessi e l'aver condotto la riorganizzazione secondo un modello poco acculturato ai valori democratici, in tal modo ostacolando il dialogo e quindi l'espansione nel quartiere dell'esperienza comunitaria parrocchiale.
Non si fu capaci di imparare dell'esperienza. Ci si incaponì per un trentennio. Questo perché quell'esperimento sociale venne vissuto anche come contrasto di tendenze moderniste, di contaminazione culturale con una società intorno accusata di paganesimo, da parte di ortodossi. E il cambiare come un cedimento alla contaminazione. Non si accettò mai, veramente, il dialogo. I dissenzienti vennero semplicemente tollerati da anziani, con i giovani fu peggio. Questo ostacolò il ricambio generazionale e per un tempo tanto lungo, appunto una generazione, da produrre conseguenze serie: in mancanza di ricambio generazionale una collettività fatalmente muore, e così accadde.
Vi è anche da evidenziare un fattore critico sotto il profilo istituzionale. Il modello comunitario importato ne aveva sviluppato uno proprio, che mi parve di tipo autoritario, sorretto da una diaconia di maschi dominanti. Questo può essere sospettato di dipendenza ideologica dal clima culturale della civiltà franchista spagnola. Si tratta di un modello più pervasivo del maschilismo clericale che è endemico nella nostra confessione, e non per caso: appare pensato con marcati intenti disciplinari, esso infatti condizionava l'accettazione del singolo nella neocomunità. E' il modello del catechista-padre di comunità. Questa struttura istituzionale non è in linea né con il modello istituzionale precedente all'ultimo Concilio né con quello deliberato dal Vaticano 2°. Con il primo perché, sostanzialmente, crea un'autorità sacrale,e come tale indiscutibile, al di fuori dell'Ordine sacro, con il secondo perché contrasta con il principio democratico di uguaglianza in dignità tra le persone, senza distinzione di sesso, cultura, condizione sociale e opinioni, che fu accolto nella Costituzione dogmatica Luce per le genti - Lumen gentium, anche se in genere non se ne ha consapevolezza e, di fronte alle obiezioni, si butta lì il consueto "La Chiesa non è una democrazia". E' contrario alla dignità delle persone cercare di ricondizionarle per farle nuove, l'utopia dei totalitarismi del secolo scorso. E' cosa che bisogna lasciare al Cielo, all'evoluzione spirituale personale nelle relazioni soprannaturali, secondo i tempi di maturazione di ciascuno, che non possono essere rigidamente inquadrati.
La conclusione: l'affermazione in parrocchia della koinonìa, della benevolente solidarietà comunitaria che parte dall'accettarsi e dal piacersi reciproci e che poi si manifesta anche nella diakonìa, che è il servizio disinteressato per il bene comune, non può farsi secondo un unico modello, perché la realtà sociale di riferimento a questo resiste in quanto manifesta un marcato pluralismo, secondo cultura, età, condizione sociale, approccio personale alla religione, influenze esterne di vario tipo, casi della vita, e quindi necessita, nelle relazioni di prossimità, quelle di mondo vitale, di uno schema che sia adeguato alle varie situazioni così come un abito a chi lo indossa. Tra le varie esperienze vi deve però essere, va costruita, una struttura di mediazione, che tenga tutti insieme in modo sinodale, secondo il quale l'unità dei diversi è un valore, e non condominiale, secondo il quale l'unità dei diversi è una necessità contingente, fino al superamento del pluralismo, e si sta l'un contro l'altro armati. Una tale struttura di mediazione, che ci consentirebbe una nuova fase di espansione nel quartiere, deve essere necessariamente su base democratica, intendendo per democrazia non solo un metodo per prendere decisioni collettive a maggioranza, ma prima di tutto un sistema di valori che conceda a ciascuno la sua dignità, facendogli spazio e dandogli modo di presentarsi ed esprimersi, ma ordinatamente, in modo che ciò sia possibile a tutti. Quel metodo di voto è conseguenza di quei valori. Di questo occorre fare tirocinio, perché non è abilità che si insegna in religione, sebbene questo fosse in definitiva l'auspicio dei saggi dell'ultimo Concilio nel delineare una nuova figura di fedele laico.
Certo, mi si potrebbe obiettare che in religione quello non è indispensabile. In qualche modo è vero. Per millenni bastò al fedele laico sapere le preghiere rituali e conoscere chi comandava in Cielo, chi sulla Terra e che cosa si dovesse fare per piacere all'uno e all'altro. Era l'era degli imperi e delle guerre fra essi, in cui era possibile anche immaginare che la fede nell'amore universale potesse essere diffusa e radicata per via bellica. Ma viviamo un altro tempo. Quella strada porterebbe alla catastrofe dell'umanità. La pace non è più un'alternativa, ma una necessità vitale. La nostra religione ne ha preso consapevolezza, almeno ai vertici, ma diffonderla presenta qualche problema. Non ci si può riuscire con metodi scolastici o autoritari, occorre fare tirocinio del nuovo mondo che occorre. E' un lavoro che ci si aspetta in gran parte dai laici: questa la grande novità dell'ultimo Concilio. Essa è esposta fin dalle prime parole della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti - Lumen gentium: «[...]a Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano». La Chiesa-popolo come sacramento di unità: qui c'è tutto il Concilio Vaticano 2°. E' stata un'importantissima evoluzione culturale, che deve però ancora diventare una conquista culturale diffusa. La missione è di realizzarla a partire dalle parrocchie.
Non si tratta, naturalmente, di mettere ai voti i dogmi, ma di costruire un ambiente e delle procedure che consentano il dialogo fraterno per definire nell'organizzazione parrocchiale e, in particolare, nelle varie forme di diakonia e di carità, quale sia di volta in volta il bene comune da realizzare. Una struttura comunicativa benevolente, non condominiale, in cui ciascuno si senta a casa propria sebbene non possa avere con tutti relazioni di tipo familiare, perché esse sono possibili solo nelle relazioni di prossimità. Una struttura comunicativa non a senso unico, dall'alto verso il basso, dai pochi al vertice alle masse, ma che consenta un vero dialogo, quindi una comunicazione in cui anche quelli che si trovano in alto fanno spazio agli altri in modo da realizzare, nel dialogo, un'uguaglianza in dignità. Che uscirebbe da un modello simile? Siamo sicuri che produrrebbe buoni risultati o invece si rischia la deviazione, l'errore? Lo si può scoprire solo sperimentando. L'esperienza delle democrazie contemporanee ci conforta, così come la crisi delle medesime ci ammonisce. Allontanarsi dalla democrazia alimenta infatti i conflitti.
L'alternativa? Potenziare la parrocchia come ente di servizio pubblico cercando di attirare gli utenti con le medesime tecniche di fascinazione impiegate dall'industria commerciale. E' in fondo ciò che si fa nella gestione dei santuari miracolanti e nell'organizzazione degli eventi religiosi di massa. L'esperienza insegna, però, che si tende a divenirne dipendenti, come accade nell'abuso di stupefacenti. E, in un certo senso, si tratta di assuefazione ad una realtà aumentata, che con l'abuso di quelle sostanze presenta qualche analogia. Innanzi tutto per il fatto che il singolo, anche se immerso in esperienze di massa, viene confinato nella sua emotività personale.
Una nota finale: c'è chi ritiene disdicevole imparare dai propri errori, invece questo è alla base dell'evoluzione della scienza contemporanea, ma, infine, anche principio di ogni sapienza, che è quando si rimane disposti alla permanente conversione, senza indurirsi nei propri partiti presi.
Una nota finale: c'è chi ritiene disdicevole imparare dai propri errori, invece questo è alla base dell'evoluzione della scienza contemporanea, ma, infine, anche principio di ogni sapienza, che è quando si rimane disposti alla permanente conversione, senza indurirsi nei propri partiti presi.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte, Sacro, Valli