Problemi di costruzione sociale - 7
Organizzare significa immaginare. Immaginare una società che vada oltre un piccolo gruppo di non più di centocinquanta persone, che è alla nostra portata cognitiva come umani, ci è difficile. Nel pensarla la dividiamo in sottogruppi, ciascuno dei quali ce lo figuriamo come un singolo individuo. Ma in realtà non lo è. Costruiamo delle relazioni normative tra i sottogruppi, nel senso di vincolanti. A ciascuno assegniamo uno scopo, una funzione,una posizione nello spazio e nei confronti degli altri,delimitandolo. Stabiliamo una procedura per prendere decisioni collettive, infine, costruiamo una narrazione che costituisca il mito fondativo della neosocietà e che possa essere tramandata tra gli associati coinvolgendone l'emotività. Quel mito è la sintesi del perché la neosocietà esiste e delle funzioni che primariamente intende svolgere. Il mito, dovendo sollecitare l'emotività, ed essere quindi alla sua portata, mette in scena necessariamente un piccolo gruppo di fondatori. Naturalmente la realtà della neosocietà è più complessa di come la si è immaginata e, soprattutto, meno stabile. La nostra biologia tende a rendere instabili società pensate come stabili. L'organizzazione sociale, lo osservò il filosofo inglese del Seicento Thomas Hobbes, serve a rendere stabile ciò che stabile non è.
L'esistenza di ogni società dipende dalla sua persistente utilità e dal coinvolgimento emotivo di un numero di persone, i consociati, sufficiente a raggiungere gli scopi che si è assegnata. Questi ultimi sono definiti dalle sue regole e dal mito fondativo, ma vengono aggiornati per adeguarli alle esigenze sociali del gruppo dei consociati, non del singolo ma dei singoli nelle loro relazioni sociali, al numero e caratteristiche di essi e alle influenze esterne. Ogni società è quindi in costante metamorfosi, se non altro per il succedersi delle generazioni dei consociati e dei suoi vari esponenti di vertice. Ogni società ha anche una vita delimitata e quindi nasce, muore o si rigenera, come gli individui di cui è composta. Il coinvolgimento emotivo dei suoi membri è massimo all'inizio, i sociologi ne parlano come di sentimento di "stato nascente", e nelle fasi di rigenerazione, e tende a diminuire nel tempo: è una dinamica simile a quella delle fasi di innamoramento e amore sessuale. Del resto quel tipo di relazioni tra individui definisce un tipo di società minima. Si tratta di un piccolo gruppo, il minimo, fatto di due sole persone, in cui il coinvolgimento emotivo è massimo ed è sostenuto dalla biologia sessuale, che ne alimenta la coesione ma solo nel breve periodo. Essa cessa in mancanza di rigenerazioni e in queste rigenerazioni consiste l'amore tra i sessi. Il ricordo della fase di innamoramento ne costituisce il mito fondativo. Le sue regole però vengono solo in parte create dagli amanti, quelle più vincolanti sono date dalla cultura di riferimento. In nessun caso queste ultime bastano a mantenere la coesione, anche se facciano riferimento a miti soprannaturali. Questa è una regola generale delle società umane: queste ultime durano finché c'è un numero sufficiente di consociati che si piacciono e siano sufficienti a conseguire lo scopo collettivo. Non possono sussistere a lungo solo a comando, per spirito di dovere. Altrimenti muoiono o, anche, subiscono metamorfosi che le trasformano, e a volte è come se risorgessero dopo morte, come si narra del mitologico uccello chiamato Fenice, che risorge dalle sue ceneri.
Da dove ho ricavato ciò che ho descritto? Dall'esperienza personale e da ciò che ho letto. Questo non è un testo scientifico e quindi non ho l'obbligo di distinguere e dettagliare ciò che è mia esperienza e ciò che ho tratto dal pensiero altrui, citandone le fonti. L'importante è verificare se, anche nella vostra esperienza personale, le società nascono, muoiono e si rigenerano come ho descritto.
Scendendo nel nostro caso particolare e facendo applicazione di ciò che ho ho sopra esposto, osservo questo: la nostra parrocchia come esperienza sociale era già morta nel 2015, quando iniziò un suo nuovo corso, e da allora sta vivendo una rigenerazione per metamorfosi. Era morta perché era finita come corpo sociale, si era dissolta nei sottogruppi che ne abitavano le spoglie, al modo in cui i romani nel Medioevo abitavano tra le rovine dell'antica Roma. Sopravviveva come realtà istituzionale, come "casa dei preti". Non c'è da recriminare su questo: la morte delle società è un fatto naturale come quella degli individui. Alla fine l'instabilità finisce sempre per avere il sopravvento e, per una rigenerazione, occorre riorganizzare. La nostra parrocchia era già morta anche prima, rigenerandosi, nel corso degli anni '80. A quell'epoca divenne diversa da quella della mia infanzia e adolescenza e di quando mia madre vi aveva fatto la catechista. Quella svolta, a differenza di quella più recente, fu, però, voluta, deliberata, mettendo fine a una precedente società che si pensava fatalmente compromessa. Il mito fondativo di rigenerazione, quello delle neocomunità di tipo tribale chiuse a difesa contro la societá ostile, non è riuscito ad affermarsi nel quartiere, nei circa quindicimila che ancora pensano religiosamente secondo la nostra fede: è bastato solo a porre fine al passato e ad avviare la rigenerazione. Negli ultimi anni, nella senescenza del corpo sociale, è rimasto come giustificazione di un complesso di sottogruppi che abitavano ancora, saltuariamente, gli spazi parrocchiali. Questi ultimi presero ad essere poco abitati e. da disabitati, assunsero, almeno per me che li ricordavo in una fase precedente, un aspetto diruto. E' ciò che appunto si osserva in tutte le civiltà che invecchiano ed è come quando una persona assume le sembianze da vecchia.
Anche le parrocchie come istituzioni muoiono: accade quando mancano i preti e allora vengono accorpate. Nel nostro caso la Diocesi ha deciso diversamente, ha deliberato di avviare una intensa rigenerazione, mandandoci molti e volenterosi preti e un parroco di grande esperienza nella risoluzione di problemi simili. Del resto la popolazione del nostro quartiere corrisponde a quella di una piccola diocesi, non è un cosa da poco. E c'è un fatto nuovo e importante, che sta diventando sempre più eclatante: l'arrivo di tante famiglie con bambini che si insediano negli appartamenti lasciati dai più anziani. In altre parole si sta producendo un marcato ricambio generazionale. È stata quindi oculata la scelta della Diocesi di investire nella nostra parrocchia.
Le difficoltà sono date fondamentalmente dalla mancanza di un buon mito fondativo e dall'interferenza di quello precedente. Inoltre vi è l'insufficiente consuetudine reciproca. Ci si conosce poco e quando ci si frequenta si diffida. Lo si è visto negli incontri "ecumenici" che si sono svolti in Quaresima. Ci si è limitati a proporre i propri punti di vista e a dire che si stava bene solo con chi la pensava nello stesso modo e si voleva continuare così. C'è una certa resistenza, più che altro passiva, alla rigenerazione. Non siamo disposti a cantare gli uni i canti degli altri, letteralmente. La gente del quartiere più che altro osserva, non capendo bene che sta succedendo. Intuisce il cambiamento, ma non ne è ancora coinvolta come partecipe, ma più che altro come utente di servizi religiosi. La frattura sociale, che è stata la vera origine del nuovo corso attuato negli anni '80, di quella svolta, non si è ricomposta e all'epoca veniva interpretata mitologicamente come la rivincita degli ortodossi contro i modernisti. Ora, in genere, se ne è persa consapevolezza, ma io, sessantenne, l'ho vissuta in prima persona e so come andò. Ci si è fatti, e ci si fa, del male, anche se non si ricorda bene il perché. Quando scoccano scintille, riemerge l'antico sospetto reciproco di eresia, lanciato per lo più da persone che non sanno bene di che parlano. Non è giunto forse il momento di cambiare? Non è giunto il momento del perdono reciproco e della riconciliazione? Non è forse l'ora di darsi regole diverse, ad esempio di vietarsi la calunnia incolta? La lingua, si dice, ferisce più della spada. Non è giunto il tempo della pace? Lo chiese ai Bosniaci San Karol Wojtyla in una storica omelia tenuta negli anni '90 a Sarajevo, dopo la fine della guerra civile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli