Problemi di
costruzione sociale - 5
1. Nella costruzione
sociale, che si tratti di religione od altro, occorre chiarirsi sugli obiettivi
che ci si prefigge di realizzare. In religione sono esposti dalla teologia e
sono assai vasti: addirittura organizzare il mondo intero in modo che un’umanità di otto miliardi di persone possa vivere quale
l’unica famiglia che essa è considerata dalla fede. Questo
comporta di raggiungere ciascuno di quei miliardi di individui e,
influendo su di lui, ottenere in lui un cambio di mentalità con un conseguente radicamento culturale innanzi tutto della nostra idea di
umanità, che non è condivisa in altre culture. Ciò è compreso nel messaggio
evangelico:
[15] […] Andate in tutto il mondo e predicate il
vangelo ad ogni creatura.
[16] Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo,
ma chi non crederà sarà condannato.
[Dal Vangelo secondo Matteo
16, 15-16]
che è più o meno tutto ciò che abbiamo come
principio direttivo dell’attività missionaria su scala globale, oltre che la
narrazione di come si procedette ai tempi del Maestro in due tornate in
Palestina, la prima affidata ai dodici apostoli, narrata nei Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca (Lc
9,1-6) e la seconda, affidata a settantadue discepoli, narrata solo dal Vangelo
secondo Luca (Lc 10). La missione viene presentata come un viaggio. Si va due a due,
senza prendere nulla, né bastone, né borsa, né pane, né denaro, e nemmeno senza
un vestito di ricambio. In ogni città ci si ferma in una sola casa finché non
si parte. Si annuncia e si guarisce. Se non si è accolti, si va via,
scuotendo la polvere dei piedi come gesto contro
gli increduli. Già all’epoca del
Maestro vi erano quelli che, pur davanti a guarigioni, prodigiose, non
accoglievano: lo si narra, a proposito dell’atteggiamento dei samaritani, nel
Vangelo secondo Luca 9, 51-55. Viene
narrato che, di fronte a quell’atteggiamento riottoso, due discepoli, Giacomo e
Giovanni, proposero di invocare una pioggia di fuoco sui recalcitranti, ma che
furono rimproverati dal Maestro.
La storia ci insegna che nei secoli seguenti
le tecniche missionarie furono piuttosto diverse da quelle sopra descritte.
Furono organizzate sulla base delle varie culture espresse dalle nostre
collettività di fede e delle esigenze dei tempi per come si fu capaci di
valutarle. Appena si poté, furono fatte cadere piogge di fuoco sui
dissenzienti. Dal Quarto secolo fino agli scorsi anni Sessanta, l’evangelizzazione
su scala globale si fece in gran parte a mano armata e i suoi successi seguirono le fortune
belliche degli europei, ma anche la loro capacità di metamorfosi sociale a fini
di radicamento. Dove non si fu capaci
della prima, o non si perseverò in essa, non ci fu o fu scarso il secondo. Un
esempio molto significativo è quello dell’esperienza missionaria in Cina del
gesuita marchigiano Matteo Ricci (1552-1610). Il Ricci, oltre che frate gesuita
era anche uno scienziato in varie discipline e cercò di realizzare una
metamorfosi culturale a fini di radicamento, avendo successo, tanto che la sua
figura viene ancora oggi ricordata in Cina. Ma la sua storia non fece scuola in
Europa, che viveva un’epoca di accese controversie teologiche, derivate dall’affermarsi
della Riforma protestante, che si cercò di contrastare da parte cattolica con
il Concilio ecumenico svoltosi a Trento tra il 1545 e il 1563.
Dal
Quarto secolo l’attività di diffusione della fede nelle regioni dominate dall’Impero
romano ebbe quindi carattere piuttosto diverso da quello descritta nei Vangeli, nei
brani che ho sopra ricordato. Il
cristianesimo divenne religione ufficiale dello stato e gli altri culti vennero
proibiti: lo si stabilì nell’editto di Tessalonica, promosso nel 380 dall’imperatore
Teodosio 1°. A seguire vennero persecuzioni violente contro i fedeli dell’antica
religione politeistica e di varianti del cristianesimo non ammesse. I primi
venivano chiamati pagani, da pagus, parola latina che significa villaggio, probabilmente perché si
riteneva che i loro culti fossero ancora seguiti prevalentemente nelle campagne, anche se si danno anche
altre spiegazioni come indicato nell’enciclopedia Treccani on-line:
pagano agg. e s. m.
(f. -a) [lat. paganus, quindi propr.
«abitante del villaggio», e più tardi «pagano»; il mutamento di sign. potrebbe
essere dovuto al fatto che l’antica religione resistette più a lungo nei
villaggi che nelle città; secondo altra ipotesi paganus, che aveva già nel
lat. class. il sign. di «civile, borghese, non militare», contrapponendosi
quindi a miles, avrebbe
acquistato il nuovo sign. perché i primi cristiani, che si consideravano militi
di Cristo, chiamavano pagani, cioè «borghesi»,
gli infedeli; più recentemente si è sostenuto che il pagus era un’entità
non soltanto sociale ma anche religiosa, con proprie feste pubbliche sacre (paganalie), sicché paganus sarebbe stato
colui che si manteneva fedele ai valori sacri tradizionali del pagus.
Quando diamo del pagano a chi non segue o non segue più la nostra
religione ci allineiamo, in genere inconsapevolmente, con i costumi di
diffusione violenta della fede attuati dal Quarto secolo in Europa. Io lo evito e vi consiglio di fare come me, anche se nella predicazione si suole ancora dare dei pagani agli irreligiosi o ai religiosi secondo altre fedi. Insultare gli altri non è mai un buon inizio dell'inculturazione.
2. Nel Medioevo europeo la violenza, anche
estrema, fu connaturata all’evangelizzazione.
Il suo culmine si ebbe nelle Crociate,
guerre concepite come azioni religiose che furono organizzate contro i
musulmani del Vicino Oriente. Questi metodi furono seguiti anche nella prima grande
colonizzazione extraeuropea condotta dagli europei dopo la fine dell’Impero
Romano, quella che riguardò dal Cinquecento l’America. Comportò genocidi degli
Amerindi, i nativi, vale a dire i discendenti di coloro,
popolazioni di ceppo asiatico, che erano
migrati nel continente in epoca preistorica. Nelle successive guerre di colonizzazione europea in
Africa, Asia e Oceania, dal Settecento, ci si condusse diversamente quanto alle
questioni religiose, in genere consentendo alle popolazioni sottomesse di
continuare a praticare i loro culti. Questo anche per l’affermarsi in Europa di
idee diverse in materia di coesistenza religiosa, derivate dalla dura
esperienza delle guerre di religione combattute in Europa tra cattolici e
protestanti. La pressione sui nativi fu sicuramente più alta nell’azione dei
missionari su popolazioni ritenute primitive,
in Africa e Oceania, ma in genere non si ebbero gli eccessi perpetrati in
America. L’unica regione extraeuropea del mondo in cui, al di fuori dell’America, gli
europei ebbero successo nell’inculturare la loro religione nei nativi furono le
Filippine. In Nuova Zelanda e in Australia si ebbe la quasi completa
sostituzione di nativi con i colonizzatori europei cristiani che in quelle regioni si
radicarono al modo degli autoctoni, come già avvenuto in America, con
conseguente metamorfosi culturale.
La ragione della violenza di matrice religiosa
non fu, in genere, veramente basata su esigenze di fede, bensì su questioni
politiche. Il cristianesimo era stato infatti inglobato nell’ideologia politica
degli europei e il dissenso veniva considerato un crimine politico, di lesa
maestà, e come tale punito. Il Papato romano, in particolare, organizzò un
proprio sistema di polizia politica, che va sotto il nome di Inquisizione, quando dall’anno Mille
cercò di affermarsi anche come autorità politica europea, e di impero religioso. Oggi ci riesce
difficile comprendere come la diffusione violenta della fede, e la conseguente
repressione religiosa, potesse essere considerata in linea con i principi
originariamente dettati dal Maestro, ma per un tempo lunghissimo non si ebbero
difficoltà a capirlo. C’è, oggi, chi addirittura di quei tempi ha nostalgia e vi cerca ispirazione per la costruzione sociale.
3. La politica è ancora in qualche modo chiamata in questione dalla
fede, ma generalmente in un modo diverso. La dottrina
sociale moderna, infatti, sviluppata
dal Papato a partire da fine Ottocento nell’ambiente culturale in cui stavano
affermandosi ideologie democratiche, chiama all’azione per la riforma sociale,
come azione di fede. Questo appunto significa concepire la politica come
manifestazione di carità. La nostra
Azione Cattolica fu costituita nel 1906 proprio per fare questo lavoro in
società. Questo va tenuto presente anche negli obiettivi di riforma di una
parrocchia come la nostra. Fare dell’umanità una sola famiglia descrive bene ciò a cui si tende. Ricordare la tragica
storia passata della diffusione della fede, in cui prevalentemente si tese invece a
fare dell’umanità un unico impero serve a chiarirsi le idee
soprattutto suoi metodi da impiegare per ottenere i risultati che ci si
prefigge. Una volta farlo veniva sospettato di eresia, ora invece è doveroso, in quello sforzo di purificazione della memoria, al quale ci
guidò san Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° nella preparazione al Grande
Giubileo dell’Anno 2000. La storia è quella che è, non può essere cambiata: se
ne può solo alterare la memoria, come ogni regime politico dispotico ad un
certo punto tenta di fare, e anche la nostra Chiesa ha cercato ciclicamente di fare. Purificazione della memoria, nell’insegnamento di san
Wojtyla, non significa manomissione e anzi richiede innanzi tutto di fare memoria
realistica degli eventi. Significa, in realtà, purificazione di chi fa memoria, nel
senso che egli deve sapersi distaccare
dalle esperienze del passato che, alla
luce della fede, non possono essere più prese a modello per il futuro.
Come può una fede nell’agàpe, nella
benevolenza universale, accettare di diventare violenta e addirittura
stragista? Questo lavoro di purificazione è più facile quando si fa memoria di
eventi lontani nel tempo e nello spazio. Oggi, forse, non accetteremmo di
collaborare, come azione religiosa, a una conquista stragista della città di
Gerusalemme come accaduto nel Medioevo. E questo anche se qualcosa dello
spirito del passato rimane, quando decidiamo come condurci da cristiani in
quella città che, come ci si proponeva nel Medioevo, è stata sottratta in gran
parte ai musulmani, anche senza essere più, in gran parte, nelle mani dei cristiani. I cosiddetti luoghi santi sono quelli costruiti ideologicamente e materialmente come tali al tempo
delle Crociate. Così, quasi certamente, non accetteremmo di seguire i metodi di
evangelizzazione praticati nel Cinquecento e Seicento in America e questo anche
se, questa posizione non comporta ancora una condanna morale radicale proporzionata
all’enormità dei genocidi perpetrati in quelle epoche. Ma quando si tratta di giudicare eventi più vicini,
nel tempo, nello spazio, al nostro cuore, le cose si fanno più difficili, ad
esempio quando si cerca di fare purificazione
della memoria sull’esperimento di
costruzione sociale attuato nella nostra parrocchia dal 1983 all’autunno del
2015, in sostanza per una generazione. Da chi lo condivise ci si attesta in difesa, da chi dissentì ci si pone
in attacco. Manca una memoria condivisa che, insieme al bene che ne uscì,
sappia riconoscere francamente ciò che non funzionò.
3. Ritornando all’inizio:
che cosa si vuole realizzare riformando la
costruzione sociale della parrocchia? Ci basta ottenere un aumento della
pratica sacramentale, ad esempi della frequenza alla Messa domenicale? Vorremmo
ottenere una maggiore consapevolezza culturale sulle grandi verità di fede?
Vorremmo anche indurre una più salda
spiritualità personale? Vorremmo, oltre a tutto ciò, curare i mali sociali del
quartiere come azione religiosa, nello spirito dell’attuale dottrina sociale?
Riteniamo che quest’ultimo lavoro sia strettamente connesso con gli altri
obiettivi in quanto questi ultimi possono essere conseguiti solo in una comunità educante che sorregga lo sforzo
di perfezionamento personale? Nel vecchio corso, ad esempio, non ci si
proponeva un lavoro di costruzione sociale al di fuori delle comunità educanti. Ci si prefiggeva,
idealmente, un’espansione di queste ultime, tali e quali come erano, nella società intorno fino ad inglobarne la maggior parte possibile. La legge generale
del radicamento culturale, nessun
radicamento senza metamorfosi culturale, veniva seguita solo all’interno delle neo-comunità, mentre non
la si accettava nel lavoro di espansione sociale, temendo la contaminazione culturale. Le
neo-comunità apparivano assai diverse da quelle dell’associazionismo religioso
del passato, quindi prodotto di una intensa metamorfosi
attraverso la quale si era ottenuto un forte radicamento delle spiritualità personali degli aderenti, ma non
accettavano la diversità degli altri fuori, ai quali era lasciata,
sostanzialmente, l’unica scelta dell’assimilazione. Ora il modello parrocchiale
corrente è impostato diversamente, ma
non manifesta evidente il proprio obiettivo in società e questo, se da un lato
rende meno rigido il rapporto con gli altri fuori, non rende ancora bene l’idea
di che cosa ci si aspetta nell’uscire
e che cosa gli altri di fuori dovrebbero aspettarsi, e anche temere, da noi. Questo li fa più guardinghi nei confronti delle nostre iniziative volenterose. La dottrina sociale
corrente non aiuta in questo, perché si mantiene troppo sul vago. Poi però è
insoddisfatta di noi, che operiamo sul campo, e ci rimprovera di rimanere anime
belle, facendoci meri ripetitori di concetti senza sapercene fare attuatori. Questo ciclico rimprovero di animobellismo mi accompagna fin dalle
mie prime esperienza associative in religione ed in effetti ogni riforma in
religione procede con una esasperante lentezza, tranne certi periodi di
convulso avanzamento seguiti da altrettanti bruschi arresti. Attuare i bei propositi è difficile. Si è in qualche modo costretti a rimanere anime belle. Ci si sente lanciati verso
il cambiamento, ma presto arriva la doccia gelata: i superiori, timorosi di perdere il controllo,
ordinano di fermarsi, perché andando troppo avanti si cominciano a perdere
tanti pezzi. Poi però rimpiangono quello che si poteva fare e se la prendono con noi anime belle per disciplina, per così dire (le anime belle più volenterose avendo fatto spesso una pessima fine, come minimo sperimentando l'emarginazione). In un articolo su Civiltà
Cattolica di questo mese, il
direttore della rivista Antonio Spadaro ricorda le parole di papa Francesco da
primate di Argentina, nel 2010, poco dopo le elezioni politiche tenute in
quello stato nel marzo di quell’anno: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata e di
testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul
vivere insieme. E’ la volontà espressa
di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo». Ragionando su quelle parole,
Spadaro scrive: «Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al
caldo dei “caminetti”. Non bastano più le accolte di anime belle [,..] Facciamo
discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è
quello di immaginare il “popolo” in
forma di “massa anonima”». Ecco,
vedete di nuovo l’accusa di animobellismo.
Riguarda anche noi in parrocchia? Un po’ sì: ecco che i teorici della dottrina
sociale sono insoddisfatti di noi perché non sappiamo relazionarci con le masse, il quartiere per quanto ci riguarda. La questione centrale, scrive
ancora Spadaro, è quella della democrazia.
Si è presa consapevolezza, infatti, continua Spadaro, che le democrazie possono morire, e ciò anche per mano di leader eletti
democraticamente. E ai tempi nostri la democrazia, a lungo avversata, è considerata un importante strumento per l'attuazione dei principi della dottrina sociale. Per noi, ragionare in quell’ordine di idee significa fare i
conti con le circa quindicimila persone di fede che popolano il quartiere,
acquisendo con loro quella familiarità che serve a non mantenercele anonime. E’ questo che realmente vogliamo?
O ci accontentiamo di volare più basso?
Ricordiamo sempre questo: tanto
più vasto è il radicamento culturale che si vuole ottenere, tanto più intensa è
la metamorfosi che serve. Non basta urlare il Vangelo dai tetti. Quanto siamo
disposti a cambiare per ottenere quel risultato? E, soprattutto, siamo veramente capaci di
cambiare nella misura che serve o è necessario perdere ancora un po’ di tempo
per approfondire e chiarirci tra noi? Un’anima
bella non basta, certo, hanno
ragione i teorici della dottrina sociale, ma è un buon punto di partenza; migliore sicuramente di un’anima brutta, e di un brutto passato che ogni
tanto riemerge, anche se spesso inconsapevolmente o almeno ignorando o sottovalutando il male che in esso c'era. Per agire con spirito sinodale, che significa proponendosi di camminare insieme anche se si è discordi
nel dettaglio, occorre inoltre farne pratica e noi abbiamo appena cominciato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli