Problemi di
costruzione sociale - 6
1. Se consideriamo la nostra
realtà naturale di animali umani, vale a dire la biologia che ci accomuna agli
altri viventi non umani e in particolare agli altri mammiferi, dobbiamo
riconoscere che l’idea di costituirci in un’unica famiglia che comprenda tutta l’umanità
è largamente fuori della nostra portata. Non siamo fatti per questo. La nostra
realtà sociale naturale è quella degli altri primati, costituita di piccoli
gruppi. Il nostro organismo non riesce a stabilire relazioni profonde al di là
di un certo numero di altri individui. Tutta la nostra vita, anche se la
trascorriamo immersi in folle immense, si svolge in teatri umani limitati, formati dagli individui che assorbono di volta
in volta la nostra attenzione, che si tratti di assistere ad una lezione
scolastica, di partecipare ad una liturgia, di fare la spesa o di guidare un
veicolo nelle strade cittadine. Tutto il resto sfuma indistinto intorno e noi
non ne abbiamo precisa consapevolezza, ma solo memoria generica e un’immagine predittiva, sempre generica, basata
sulla memoria, sulle passate esperienze. Spesso memoria e immagine predittiva
sono sbagliate, nel senso che non corrispondono alla realtà, sono solo il
frutto del funzionamento della nostra mente, che è ciò che veramente ci distingue dagli
animali non umani. E’ appunto con la mente che possiamo costruire l’immagine e
poi anche l’idea, una struttura di pensiero, di un’umanità di tipo familiare, legata quindi a livello
globale dalle stesse relazioni di benevolenza e solidarietà che (talvolta ma
non sempre) si creano nei piccoli gruppi in cui appariamo come confinati. Quel
tipo di umanità la possiamo pensare, ma solo nelle grandi linee; ci è precluso, per
limiti biologici di specie, di avere con ciascuno
degli individui di questa umanità
allargata le stesse relazioni che abbiamo nei piccoli gruppi in cui la nostra
vita si svolge, e, in particolare, in quelli più importanti, dai quali
deriviamo il senso della vita. Tuttavia anche la possibilità di pensare in quel modo serve: perché ci consente di progettare relazioni al di là dei micromondi nei quali
siamo confinati, di concepire una storia che va molto al di là di essi, dando senso a collettività molto più vaste e quindi
consentendo anche di organizzarle. “Pensare
è varcare le frontiere” osservò il filosofo tedesco Ernst Bloch
(1885-1977). Pensare ci consente di trascendere,
vale a dire superare, i nostri limiti
di specie. Lo si è iniziato a fare pensando,
progettando
e costruendo, in epoca
preistorica, i primi strumenti utènsili, ad esempio le pietre scheggiate che i
nostri antichissimi progenitori, circa 2,5 milioni di anni fa, cominciarono ad
utilizzare per tagliare. L’evoluzione delle nostre società ha seguito la stessa
dinamica: in un certo senso le società sono gli strumenti che ci occorrono per evadere dai piccoli gruppi in cui
biologicamente saremmo confinati. Le religioni sono state la prima e
fondamentale via mediante la quale l’evoluzione sociale ha fatto un importante
salto di qualità, consentendo di costruire
i primi regni, le prime entità politiche di società molto allargate. Si
trattava di visioni unificanti che spiegavano il posto degli umani
nella natura, in una natura umanizzata
e quindi resa accessibile agli umani, personificata negli dei, nelle potenze superne immaginate simili a viventi umani, natura nella quale anche gli
umani avevano un proprio dio, una potenza che trascendeva il
singolo e anche il suo piccolo gruppo di riferimento: facendovi tutti
riferimento si potevano organizzare società molto vaste anche non conoscendosi
tutti uno per uno. Nelle religioni primitive era essenziale un’etica sociale e,
anzi, essa era la loro fondamentale ragione d’essere. Quell’etica indicava la
via per rimanere nel giusto equilibrio con le potenze naturali e per mantenere
vitale la società allargata, che ormai era diventata indispensabile per la
sopravvivenza. Ora abbiamo imparato a volare e, volando molto alto, siamo
andati anche nello spazio interplanetario. Le nostre società si sono molto
evolute e, in esse, anche le religioni. Ma la natura di queste ultime non è
veramente cambiata. Hanno a che fare ancora oggi con la trascendenza, nel senso che servono a dare
senso a una vita sociale che supera di molto i confini dei piccoli
gruppi nei quali di volta in volta stabiliamo relazioni sociali, ma anche la
nostra stessa vita biologica. La visione religiosa dà il senso del succedersi
delle generazioni umane e della nostra vita in esso. Ci consente di pensare relazioni con coloro che non sono più e con
coloro che non sono ancora: i primi come progenitori,
avi, i secondi come¸ posteri, gente la cui vita dipenderà dalla nostra. Dare senso al succedersi delle
generazioni ha comportato un’importantissima conquista culturale, quella del diritto. Quest’ultimo è un sistema di
regole definite, quindi compiutamente espresse e conoscibili, dotato di una
certa stabilità sociale, nel senso che, un volta dato, viene ritenuto
vincolante in società, la quale si impegna a farlo rispettare con la forza
del numero, sovrastando l’indisciplina dei singoli; un ordine che supera i singoli e le loro vite biologiche. Il
diritto dà stabilità alle regole, ma anche alla società, perché le più
importanti regole giuridiche, vale a
dire relative al diritto, riguardano appunto la costituzione della società,
concepita come collettività umana stabile che unisce le varie generazioni e per
la quale, quindi, la morte individuale non è la fine di tutto. Religione
e diritto consentono alla società di resistere alla morte
degli individui che la compongono.
2. Tutto ciò che ho sommariamente riassunto rientra nel programma
scolastico delle scuole superiori, lo si trova nei libri di testo
scolastici, è diventato veramente alla
portata di tutti, nell’era della scolarizzazione di massa. Ma quanti ne
mantengono veramente consapevolezza?
Eppure si tratta di conoscenze molto importanti, che spiegano, in
particolare, perché le religioni sono una costituente vitale per le società
umane e questo anche se, come accadeva e
accade nei regimi comunisti ateistici,
si sono costruite religioni atee, ma
comunque religioni. Anche oggi in Occidente, un complesso di società molto evolute, le
principali convinzioni sociali correnti hanno natura religiosa, ad esempio quelle che
riguardano i diritti umani fondamentali. Qual è, dunque, la caratteristica
fondamentale della religione? Non necessariamente quella di
far riferimento ad una o più divinità, perché, sotto questo aspetto le
religioni variano molto e possiamo anche riscontrare religioni che non
comprendono relazioni soprannaturali con un dio. E’ invece essenziale alla
religione pensare la trascendenza, vale a dire di immaginare il superamento
dei nostri limiti biologici di
specie per dare senso ad esperienze sociali più vaste di quelle
nelle quali siamo confinati e ciò, e questo è molto importante da capire, sulla
base di una intuizione, non di una effettiva
conoscenza, che nella pratica ci è
impossibile. L’intuizione è un fenomeno mentale che ha a che fare con l’emotività,
una componente essenziale del funzionamento della nostra mente, come ci
insegnano gli psicologi, in particolare quelli che si occupano del modo come
decidiamo. Nell’intuizione si ha una visione
semplificata della realtà sulla base
di ciò che si sa, che non è tutto ciò che servirebbe sapere e
che rimane al di fuori della nostra portata, e
di ciò che si sente emotivamente e quindi anche si desidera. Perché un soldato, in
combattimento, sacrifica la propria vita difendendo un avamposto indifendibile,
solo per dare modo ad altri di salvarsi? Perché un vigile del fuoco mette a
serio rischio la propria vita cacciandosi in un incendio per salvare altra
gente? Perché, di fronte a una persona che affoga, ci si sente emotivamente
spinti a fare qualcosa e talvolta effettivamente la si fa a rischio della
propria vita? Tutte queste sono manifestazioni di religiosità.
Finora sono rimasto sul generico, ma scendendo
a noi, al caso particolare della nostra parrocchia, quello che ho ricordato
serve a capire l’importanza di ciò che si fa in chiesa: dare senso religioso serve
infatti a mantenere vitale la società e questo è indispensabile per la
sopravvivenza di tutti. L’umanità è divenuta tanto numerosa e la vita
di tutti dipende da un sistema di relazioni sociali tanto complesso che il
disordine o la dissoluzione sociale mettono in pericolo, molto più che in altre
epoche, addirittura la sopravvivenza collettiva, e questo a prescindere da eventi catastrofici conflittuali come le guerre, nelle quali ci si fa deliberatamente del male. La società, nell'ordinario, deve essere in grado di funzionare come progettata, come se le persone ne costituissero ingranaggi. Difficile però integrarvi individui limitati, in modo che conservino anche una certa libertà di azione che rientra nella loro natura biologica desiderare e ricercare, senza suscitare uno spirito religioso, senza dare un senso religioso a quel tipo di convivenza sociale. Gli esseri umani non sono automi, e per la loro biologia sono portati a mantenere uno spazio di libertà attorno a sé, negli scenari in cui di volta in volta interagiscono. Serve il loro consenso per organizzare la società, che, però, per la sua complessità, sfugge alla loro capacità cognitiva. Ne possono intuire il senso religiosamente. D'altra parte quella società, come ho osservato, ci è ormai indispensabile per la sopravvivenza. Possiamo stare poco tempo sott’acqua,
senza qualche strumento che ci consenta di superare i nostri limiti biologici; così possiamo rimanere poco tempo fuori della società molto complessa del
nostro tempo e non ci sono, in realtà, strumenti che ci consentano di superare
questo che, ormai, è un vero e proprio nuovo limite, ma di quelli che non
possono essere trascesi. Se potessimo riuscirci saremmo dei. Ma una cosa così ci riesce difficile addirittura da
immaginare, da pensare. La saggezza biblica ci ammonisce: impariamo a contare i
nostri giorni!
Da quello che ho riassunto emerge anche una
conseguenza: la religiosità è modellata dalle esigenze sociali. Di solito,
nella nostra religione, si immagina una dottrina solo da applicare a una società, un po’ al modo del diritto. In
realtà la storia della nostra esperienza religiosa dimostra chiaramente che la
dottrina ha seguito l’evoluzione sociale, e non sarebbe potuto
essere che così, vista la funzione sociale della religione. Questo per il
motivo che una religione che non ne sia capace diverrebbe rapidamente inutile. La principale critica delle
religioni ateistiche nei confronti della nostra è appunto di essere diventata inutile, perché le uniche religioni utili sarebbero quelle a base razionalistica che non si riferiscono a divinità superne, non personalizzano forze soprannaturali, ma costruiscono la trascendenza a partire dalle realtà sociali umane. La spiegazione del perché non lo è dovrebbe essere parte importante della
formazione religiosa di secondo livello, per adolescenti e adulti. Ma la
dimostrazione dovrebbe essere essenzialmente pratica, secondo l’evangelico venite e vedete. Ciò comporta anche il fare tirocinio della nostra spiritualità, che
è una componente importante della nostra religiosità. Ecco dunque che si
delineano alcune direttrici generali che possono guidarci nell’azione di
riforma parrocchiale, e questo del resto anche secondo indicazioni del
magistero, date medianti Direttòri di
catechetica: costruire una società religiosa di prossimità dove fare esperienza
di fede e spiritualità e capirne il
senso. Ma quanto di prossimità? Ecco il primo problema.
Comunità troppo piccole danno senso ma non attivano veramente la trascendenza, sono utili solo come punto
di partenza, al modo in cui lo fu la prima piccola comunità di apostoli
intorno al Maestro; comunità troppo grandi non arrivano a dare senso perché all’individuo
appaiono come masse anonime in cui egli stesso è anonimo, non è chiamato per nome. Una soluzione tentata
per superare quella difficoltà è di costituire figure di mediazione tra i piccoli gruppi e tipicamente esse nella
nostra confessione sono costituite dai sacerdoti. Diminuendo il loro numero si è ricorsi ad altre specie di animatori. Questi ultimi presentano la controindicazione di far
divenire le comunità dipendenti da loro, relegando in posizione passiva gli
altri componenti. E’ un effetto che si ha, del resto, anche nella mediazione
sacerdotale, ma con minore intensità, per il fatto che la classe sacerdotale è
nettamente distinta dai gruppi in cui opera e quindi non si integra mai completamente in
essi. Tuttavia, nel mondo di oggi occorre qualche cosa di diverso e di più
impegnativo: occorre indurre una spiritualità che comporti anche il
superamento del piccolo gruppo di riferimento in ciascuno di coloro che lo
vivono. E’, fondamentalmente, il lavoro della democrazia, che consiste appunto
nel sentire politico della complessità sociale, ma con animo
religioso nel senso che ho prima precisato, in modo da saper prendere a cuore anche
ciò che va oltre la propria dimensione di prossimità. Questa è una importante
conquista culturale che richiede una specifica organizzazione. Significa,
usando le parole del nostro parroco e il suo auspicio nella messa del Te Deum,
l’ultimo dell’anno, saper organizzare una dimensione corale della parrocchia. In questo abbiamo incontrato
difficoltà, in particolare perché non ci si riesce a mettere d’accordo su
quello che si deve cantare. Nessuno
vuole cantare i canti dell’altro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.