Problemi di costruzione sociale - 4
Sono passati tre anni da quando in parrocchia abbiamo provato a correggere alcune impostazioni del passato che creavano problemi e ancora non siamo riusciti a realizzare il primo obiettivo: una consuetudine di vita collettiva "corale". Lo ha ricordato il parroco al termine della Messa del Te Deum, l'ultimo giorno dell'anno passato. Bisogna però ricordare che quello che si sta cercando di modificare è stato "costruito" nel corso di trent'anni: questa la vera "particolarità" della nostra parrocchia, l'essere stata sede di un esperimento di totale rigenerazione sociale perseguito con molta determinazione, per la durata di una generazione e con ottime intenzioni. Si voleva "ricostruire" la parrocchia come "comunità educante", secondo gli auspici della riforma della catechesi degli anni '70, e anche come "mondo vitale" al modo di una famiglia, con una intensa solidarietà organizzata intorno a figure di capi naturali, autorità "paterne", in altre parole maschi dominanti, con una struttura per piccoli gruppi nei quali potessero viversi relazioni molto intense, intime, comprendenti anche un costume di grande confidenza reciproca. Questo esperimento ha funzionato, ma su scala troppo piccola, coinvolgendo circa trecento persone, e, soprattutto non si è affermato come realtà di quartiere, attirando molta gente di fuori, troppa. Questo ha progressivamente cambiato la natura della parrocchia secondo uno spirito di club, rendendola un'istituzione che continuava a erogare i servizi religiosi di base, ma come attività parallela e secondaria, proponendo poi come unico modello di coinvolgimento partecipativo, e vero centro della sua attività oltre che sua reale ragion d'essere, quello che ho descritto, gli altri che c'erano stati nel passato rimanendo come esperienze tendenzialmente ad esaurimento, per anziani irriducibili. Aggiungo che la nuova esperienza comunitaria ricevette anche una nuova ideologia, che interpretasse il ruolo delle neo-comunità in relazione alla società intorno, ed essa appare ebraizzante, nel senso che presenta la nuova realtà associativa al modo delle antiche collettività israelitiche nelle loro travagliate relazioni con l'ellenismo, vale a dire come esperienza collettiva minacciata da contaminazione. Si vive un po', per rendere l'idea, nello spirito dei libri dei Maccabei. Il risultato, non voluto naturalmente, è stata una progressiva estraneizzazione della parrocchia rispetto al quartiere. Le cose sono state aggravate anche dai problemi che la nostra religione incontra nell'Italia di oggi, per i veloci cambiamenti culturali che si stanno producendo e per il mutamento delle proporzioni tra giovani e anziani, con l'aumento della quota di questi ultimi. Descrivere il problema non basta a risolverlo. Quello che si è fatto negli ultimi tre anni va nella direzione giusta, di allargare l'esperienza comunitaria, mantenendo il buono che le neo-comunità manifestavano, rimuovendo solo l'esclusività della loro esperienza, facendo spazio ad altre.
Fare spazio al quartiere, in un quartiere che non solo si è disabituato a frequentare la parrocchia come mondo vitale, ma che anche non ne sente più veramente la necessità, e nemmeno ne ha il tempo, perchè nell'Italia di oggi si risolve in altro modo il problema di dare senso alla vita, senza avvicinarsi così tanto agli altri, richiede di progettare una nuova costruzione sociale, adeguata ai tempi e agli obiettivi che ci si è dati. I modelli del passato non funzionano se riproposti tali e quali, in particolare quelli tutti centrati sul clero, e soprattutto occorre indurre un nuovo costume partecipativo del quale oggi si cerca di dare un'idea parlando di spirito "sinodale", non inteso nel senso che si discute ma poi si fa come dice il "padre" di riferimento, ma nel senso che, avendo fatto pratica di vita comune ravvicinata, ci si è preso gusto e non si lascia che la comunità sia sfasciata per dissensi su questioni particolari. A questo spirito si oppone quello "condominiale", nel quale ciascuno sta bene solo con i suoi, ma, essendo costretto a incontrarsi con altri per la gestione di servizi comuni, lo fa cercando di avere di più, il massimo possibile, per i suoi perseguendo interessi di parte anche a scapito degli altri, e, se non ci riesce, butta tutto all'aria, perché, a quel punto, tanto peggio tanto meglio. Lo spirito condominiale aleggiava nel passato modello parrocchiale e devo dire anche che, cercando di conoscersi meglio durante il nuovo corso, nelle occasioni che si sono specificamente programmate, non ci si è ancora piaciuti, per cui lo spirito sinodale non si è realizzato e ognuno continua a stare sulle sue quando ci si incontra, al modo in cui lo si fa nelle assemblee condominiali, per la disperazione dei nostri volenterosi preti. A loro dico: il riformatore sociale che dispera ha già perso. Siete sulla strada giusta, ma vi occorre più tempo e, forse, come si racconta di Mosè, vi sarà dato di intravedere solo di lontano la nuova società che agognate di realizzare. Ma non è questo, forse, il destino un po' di tutti i profeti?
Mario Ardigò - Azione Caffolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro Valli