venerdì 7 dicembre 2018

Totalitarismi


Totalitarismi

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[dal romanzo 1984, di George Orwell, pubblicato per la prima volta nel 1948]

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Winston è un funzionario del Ministero della Verità, che decide che cosa la gente deve pensare e ricordare e altera i documenti del passato in modo da farli corrispondere alla versione dei fatti che corrisponde all’ideologia imposta nel presente. In coscienza, ha deviato, dissente. Il suo dissenso si è manifestato solo con una storia di vero amore con una collega d'ufficio. Viene scoperto,  catturato e rinchiuso nel  carcere del Ministero dell’Amore, l'istituzione che  individua ed elimina i dissenzienti non solo sulla base di ciò che hanno fatto, ma anche solo di ciò che hanno pensato. E’ condotto in una camera di tortura, legato a un tavolo e collegato ad una macchina che può infliggergli dolore. Lo interroga O’Brien, un suo ex collega di lavoro. Manovra quella macchina mediante un quadrante, graduato fino a cento, secondo l’intensità del dolore provocato.
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 O’Brien lo stava scrutando in volto con aria pensosa, ricordando più che mai un maestro che si dia da fare con un bambino capriccioso ma promettente.
  «Vi è uno slogan del Partito che si riferisce al controllo del passato. Ripetilo, per cortesia.»
«”Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”» ripeté Winston obbediente.
«”Chi controlla il presente controlla il passato”» disse O’ Brien, annuendo lentamente con il capo. «Tu, pensi, Winston, che il passato abbia un’esistenza concreta?»
 Winston si sentì nuovamente sopraffare  dalla sensazione d’impotenza. Gli occhi corsero per un attimo al quadrante. Non solo non sapeva se la risposta che gli avrebbe evitato il dolore fosse “sì” o “no”; ma non sapeva neanche quale fosse veramente, per lui, la risposta giusta.
  O’Brien sorrise debolmente. «Non sei un metafisico, caro Winston» disse. «Fino a questo momento non hai mai riflettuto su che cosa si intenda per esistenza. Mi esprimerò quindi in termini più precisi. Il passato esiste concretamente, entro lo spazio? Esiste da qualche parte, in qualche luogo, un mondo di  oggetti solidi nel quale il passato stia ancora accadendo?».
«No.»
«E allora dov’è che il passato esiste, ammesso che esista?»
«Nei documenti. Sta scritto.»
«Nei documenti. E poi?»
«Nella mente, nella memoria degli uomini.»
«Nella memoria. Noi, il Partito, controlliamo tutti i documenti e la memoria di ogni singolo individuo, pertanto controlliamo il passato. Non è così?»
«Ma come potete impedire alle persone di ricordare le cose?» gridò Winston, dimenticandosi per un attimo del quadrante. «E’ un atto involontario che non dipende dal nostro controllo. Come potete controllare la memoria? La mia non l’avete controllata!»
  I modi di O’Brien si fecero di nuovo bruschi. Appoggiò la mano sul quadrante. «E’ proprio il contrario» disse. «Sei tu che non l’hai controllata, ed è per questo che ora sei qui. Tu sei qui perché non sei stato capace di essere umile, d disciplinare  te stesso. Non hai voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità mentale. Hai preferito essere un pazzo, fare parte per te stesso. Solo una mente disciplinata può davvero discernere la realtà, Winston. Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni e stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella mente individuale, che è soggetta a errare ed è comunque peritura, ma bensì in quella del Partito, che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che il Partito ritiene vero. Non è possibile discernere la realtà se non attraverso gli occhi del Partito. E’ questo che devi imparare da capo, Winston, e per ottenere un simile scopo è necessario un atto di annientamento, uno sforzo della volontà. Per diventare sano di mente devi umiliare te stesso.»
 Tacque per qualche  momento, come per dare a Winston il tempo di afferrare fino in fondo  quanto aveva detto.
  «Ricordi» riprese a dire «di aver scritto nel tuo diario: “ la libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro”».
«Sì» rispose Winston.
 O’Brien gli voltò le spalle, quindi sollevò la mano sinistra, tenendo il pollice nascosto e le quattro dita tese.
«Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?»
«Quattro.»
«E se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante sono?»
«Quattro.»
 La parola terminò in un rantolo di dolore. L’ago del quadrante era balzato a cinquantacinque.
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 Lessi per la prima volta 1984  all’inizio degli anni Settanta, avevo appena iniziato le scuole superiori, in un mondo molto diverso da quello di adesso. Mi era molto chiaro che, come del resto spiegato nell’introduzione al libro, l’autore polemizzava con il regime comunista sovietico. Esso dominava l’immenso territorio, in Europa e in Asia, che, in una rivoluzione nel 1917,   aveva strappato alla dinastia degli Zar Romanov, i sovrani assoluti dell’Impero russo. Ma leggendo, mi resi conto che l’ideologia che veniva criticata corrispondeva anche a quella di altri totalitarismi, ai quali del resto nel romanzo si accennava: quello della Chiesa cattolica, con il suo sistema di polizia del pensiero costituito dall’Inquisizione e quelli fascisti. Quello della Chiesa costituiva un grosso problema, perché mi ci trovavo immerso. Mi era stato fatta imparare a memoria una preghiera, l’Atto di fede, che contiene le parole «Credo tutto quello che tu hai rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere.», interpretate nel senso dell’ideologia proposta da O’Brien nel brano che ho sopra trascritto. Era superbia peccaminosa, mi avevano spiegato, obiettare a ciò che la Chiesa proponeva a credere. Nelle procedure giudiziarie dell’Inquisizione spagnola, la più dura dei lunghi secoli, dal Duecento agli inizi dell’Ottocento, di quell’istituzione, autodafè, che in spagnolo significa atto di fede,  era la solenne proclamazione della sentenza dell’Inquisitore ecclesiastico, che nel condannare un eretico riconosciuto come tale,   un dissenziente dalle verità proclamate come obbligatorie dalla Chiesa cattolica, lo consegnava allo stato perché fosse punito duramente, anche con la morte. Il sistema dell’Inquisizione cattolica era dominato da un ministero centrale, alle dipendenze del Papato, la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, che svolgeva sostanzialmente il lavoro che nel romanzo 1984   faceva il Ministero della Verità, in particolare cercando di sopprimere i documenti che testimoniavano versioni alternative della verità. E’ un’istituzione che, riformata nel 1965, sulla base dei deliberati del Concilio Vaticano 2°, sussiste tuttora, anche se travaglia prevalentemente la vita del clero e dei religiosi e gli stati non eseguono più le sue condanne. Il Concilio Vaticano 2° ci  liberò da quella tirannia, anche se vi sono coloro che rimpiangono i tempi di prima. Per la mia vita religiosa, quella storia e quell’ideologia ecclesiastica furono un serio problema, che alla fine del liceo risolsi a favore della fede e contro il clericalismo totalitario, quello che pretende di violare le coscienze per imporre una sua verità.  I tempi erano cambiati. Lieto fine? No.
  Il totalitarismo sta risorgendo con manifestazioni molto più subdole. La pressione sulle coscienze non è più esercitata da apparati polizieschi: sono le masse che, in questo contesto, diventano i carnefici dei dissenzienti. Sostenere che “due più due fanno quattro” sta diventando nuovamente pericoloso. Questo deriva da una forma molto pericolosa di degenerazione della democrazia, individuata fin dall’antichità dagli antichi greci, i quali elaborarono le prime teorizzazioni in merito: la demagogia, l’azione degli agitatori sociali per fascinare le masse a fini di potere, che ai tempi nostri possono valersi di nuovi potenti strumenti informatici di controllo sociale.  
  La potenza dell’umanità sta nell’azione di massa. Chi mira al potere vuole quindi dominare le masse,  perché se non lo fa il suo non è vero potere. Lo può fare da tiranno, ed è stata la via dei regimi totalitari comunisti, fascisti e quella dell’Inquisizione cattolica; ma lo può fare anche da demagogo, da agitatore sociale. In quest’ultimo caso le masse cadono nelle mani del potente volontariamente, ingannandosi sulle sue intenzioni e sull’affidabilità delle soluzioni che propone. Sono l’emotività che governa le nostre decisioni di individui e l’insufficienza delle nostre personali conoscenze della realtà che ci spingono nelle mani del demagogo. Il timore di questo risultato portò gli antichi greci a preferire, come regime ideale, quello dominato dai sapienti, dai filosofi. Questi ultimi non avrebbero avuto bisogno del sistema di limiti nel quale consiste la democrazia, come potere condiviso tra molti, perché avrebbero riconosciuto in coscienza il limite del vero e del giusto. Ma il potere assoluto, anche quello dei sapienti, corrompe sempre: è l’esperienza umana. Nella pratica, solo la costante manutenzione della democrazia, attraverso il dialogo, vale a dire il confronto razionale tra le logiche che ciascuno propone e sull’affidabilità degli elementi di prova a sostegno della ricostruzione della realtà, salva dalla tirannia del potere degenerato. Ed è appunto il problema dei nostri tempi, la causa dei problemi che le democrazie contemporanee incontrano.
  Un modello economico che dagli anni ’90 si è esteso a tutto il mondo, per il processo della  globalizzazione, è entrato in crisi  nel 2008, manifestando problemi seri dopo aver prodotto molte opportunità positive, tra le quali la collaborazione globale nella produzione di beni e servizi e la più libera circolazione della gente, con l’elevazione dei redditi di coloro che nel mondo stavano peggio e l’abbassamento dei prezzi dei beni di consumo negli stati di quelli che stavano meglio. Quel modello privilegiava alcuni a scapito di altri e la situazione è peggiorata velocemente in Occidente, dove vivono ancora i dominatori del mondo eredi dell’egemonia globale degli europei. Occorrerebbe una redistribuzione equitativa delle risorse disponibili del mondo, ma su questo fanno resistenza i ceti privilegiati. Si è arrivati al paradosso che, negli stati più ricchi del mondo, mancano le risorse per assicurare un livello accettabile dei servizi pubblici, ad esempio la manutenzione delle strade pubbliche, i trasporti, la raccolta dei rifiuti, la sanità. E chi domina l’economia ha accreditato la versione che i problemi non sono derivati dalle diseguaglianze sociali, ma dalla pretesa di riequilibrare la situazione, con il sistema fiscale, per migliorare quei servizi pubblici. Le risorse sempre più scarse che si vogliono dedicare a quei servizi hanno creato crescenti difficoltà a fronteggiare adeguatamente un fenomeno che è strettamente connesso con la globalizzazione, vale a dire lo spostamento di gente da un posto all’altro alla ricerca di sistemazioni migliori. Si pensa che ciò che va per i servizi pubblici sia sprecato, e in particolare quello che si spende per chi viene da lontano da casa sua a casa nostra. Lo slogan che ha avuto fortuna da qualche decennio è  “Meno tasse!”: esso corrisponde agli interessi dei privilegiati sociali. La demagogia dominante l’ha accreditato tra le masse come soluzione giusta facendo leva su tre elementi: la paura e il senso di insicurezza per il futuro, l’alterazione della rappresentazione della realtà quale essa veramente è e il controllo delle reti di relazioni sociali di massa in passato create attraverso la televisione e ora mediante sistemi telematici controllati da programmi di intelligenza artificiale, ai quali moltissimi spontaneamente rimangono a lungo connessi. Questo processo sta producendo un nuovo totalitarismo, che però non è più avvertito come tale, e questo è uno dei suoi maggiori effetti di distorsione della rappresentazione della realtà.
  La manutenzione della democrazia è sempre la via giusta per rimediare ai problemi che la demagogia di privilegiati sociali sta creando. Ma come e dove farla? Non è cosa che possa essere decisa e attuata da un qualche vertice. La via giusta  è riprendere il tirocinio di dialogo nei corpi intermedi, quelli che stabiliscono relazioni di prossimità e che si situano tra chi domina al vertice  e il singolo, costituendo il mondo vitale  delle persone, i gruppi dai quali si traggono le motivazioni fondamentali per la vita in società. Non è vero dialogo però quello che si attua mediante le reti sociali telematiche, perché esse sono controllate da sistemi di intelligenza artificiale, servono più a influire che a far veramente dialogare,  e per questo non possono essere la soluzione essendo sempre più parte del problema. Esse infatti confinano il singolo in un bolla  cognitiva creata mettendo insieme solo coloro che la pensano in un certo modo e così rafforzano a vicenda, nell’interazione telematica, la forza di convinzione del pensiero comune, scambiandosi slogan coerenti con quell’impostazione dominante. Occorre pazientemente convincersi, ricercando fonti affidabili del pensiero, in un lavoro di approfondimento culturale in cui non si dà nulla per scontato ma si è ancora capaci di discernere il valore di quelle fonti, che due più due fa quattro, liberandosi dalla tirannia del senso comune indotto dai demagoghi, secondo la quale che  due più due faccia quattro   è solo  un'opinione che vale quanto quella che  due più due fa cinque,  e tra le due si sceglie come conviene a chi riesce a prevalere nelle masse fascinandole emotivamente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli