Totalitarismi
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[dal romanzo 1984, di George Orwell, pubblicato per la prima volta nel 1948]
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Winston è un funzionario del Ministero della Verità, che decide che
cosa la gente deve pensare e ricordare e altera i documenti del passato in modo
da farli corrispondere alla versione dei fatti che corrisponde all’ideologia
imposta nel presente. In coscienza, ha deviato, dissente. Il suo dissenso si è manifestato solo con una storia di vero amore con una collega d'ufficio. Viene scoperto, catturato e rinchiuso nel carcere del Ministero dell’Amore, l'istituzione che individua ed elimina i dissenzienti non solo sulla base di ciò che hanno fatto, ma anche solo di ciò che hanno pensato. E’ condotto in una camera di tortura, legato
a un tavolo e collegato ad una macchina che può infliggergli dolore. Lo
interroga O’Brien, un suo ex collega di lavoro. Manovra quella macchina
mediante un quadrante, graduato fino a cento, secondo l’intensità del dolore
provocato.
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O’Brien lo stava scrutando in volto con aria
pensosa, ricordando più che mai un maestro che si dia da fare con un bambino
capriccioso ma promettente.
«Vi è uno slogan del
Partito che si riferisce al controllo del passato. Ripetilo, per cortesia.»
«”Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il
presente controlla il passato”» ripeté Winston obbediente.
«”Chi controlla il presente controlla il passato”» disse O’ Brien,
annuendo lentamente con il capo. «Tu, pensi, Winston, che il passato abbia un’esistenza
concreta?»
Winston si sentì nuovamente
sopraffare dalla sensazione d’impotenza.
Gli occhi corsero per un attimo al quadrante. Non solo non sapeva se la
risposta che gli avrebbe evitato il dolore fosse “sì” o “no”; ma non sapeva
neanche quale fosse veramente, per lui, la risposta giusta.
O’Brien sorrise debolmente. «Non
sei un metafisico, caro Winston» disse. «Fino a questo momento non hai mai
riflettuto su che cosa si intenda per esistenza. Mi esprimerò quindi in termini
più precisi. Il passato esiste concretamente, entro lo spazio? Esiste da
qualche parte, in qualche luogo, un mondo di
oggetti solidi nel quale il passato stia ancora accadendo?».
«No.»
«E allora dov’è che il passato esiste, ammesso che esista?»
«Nei documenti. Sta scritto.»
«Nei documenti. E poi?»
«Nella mente, nella memoria degli uomini.»
«Nella memoria. Noi, il Partito, controlliamo tutti i documenti e la
memoria di ogni singolo individuo, pertanto controlliamo il passato. Non è
così?»
«Ma come potete impedire alle persone di ricordare le cose?» gridò
Winston, dimenticandosi per un attimo del quadrante. «E’ un atto involontario
che non dipende dal nostro controllo. Come potete controllare la memoria? La
mia non l’avete controllata!»
I modi di O’Brien si fecero di
nuovo bruschi. Appoggiò la mano sul quadrante. «E’ proprio il contrario» disse.
«Sei tu che non l’hai controllata, ed
è per questo che ora sei qui. Tu sei qui perché non sei stato capace di essere
umile, d disciplinare te stesso. Non hai
voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità
mentale. Hai preferito essere un pazzo, fare parte per te stesso. Solo una
mente disciplinata può davvero discernere la realtà, Winston. Tu pensi che la
realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza
autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente.
Quando inganni e stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli
altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa
di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella
mente individuale, che è soggetta a errare ed è comunque peritura, ma bensì in
quella del Partito, che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che
il Partito ritiene vero. Non è possibile discernere la realtà se non attraverso
gli occhi del Partito. E’ questo che devi imparare da capo, Winston, e per
ottenere un simile scopo è necessario un atto di annientamento, uno sforzo
della volontà. Per diventare sano di mente devi umiliare te stesso.»
Tacque per qualche momento, come per dare a Winston il tempo di
afferrare fino in fondo quanto aveva
detto.
«Ricordi» riprese a dire «di
aver scritto nel tuo diario: “ la libertà è la libertà di dire che due più due
fa quattro”».
«Sì» rispose Winston.
O’Brien gli voltò le spalle,
quindi sollevò la mano sinistra, tenendo il pollice nascosto e le quattro dita
tese.
«Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?»
«Quattro.»
«E se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante
sono?»
«Quattro.»
La parola terminò in un rantolo
di dolore. L’ago del quadrante era balzato a cinquantacinque.
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Lessi per la prima volta 1984 all’inizio degli anni Settanta, avevo appena iniziato le scuole superiori, in un mondo molto diverso
da quello di adesso. Mi era molto chiaro che, come del resto spiegato nell’introduzione
al libro, l’autore polemizzava con il regime comunista sovietico. Esso dominava
l’immenso territorio, in Europa e in Asia, che, in una rivoluzione nel 1917, aveva
strappato alla dinastia degli Zar Romanov, i sovrani assoluti dell’Impero russo.
Ma leggendo, mi resi conto che l’ideologia che veniva criticata corrispondeva
anche a quella di altri totalitarismi, ai quali del resto nel romanzo si
accennava: quello della Chiesa cattolica, con il suo sistema di polizia del
pensiero costituito dall’Inquisizione e quelli fascisti. Quello della Chiesa
costituiva un grosso problema, perché mi ci trovavo immerso. Mi era stato fatta
imparare a memoria una preghiera, l’Atto
di fede, che contiene le parole «Credo
tutto quello che tu hai rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere.», interpretate nel senso dell’ideologia proposta
da O’Brien nel brano che ho sopra trascritto. Era superbia peccaminosa, mi
avevano spiegato, obiettare a ciò che la Chiesa proponeva a credere. Nelle procedure giudiziarie dell’Inquisizione
spagnola, la più dura dei lunghi secoli, dal Duecento agli inizi dell’Ottocento,
di quell’istituzione, autodafè, che
in spagnolo significa atto di fede, era la solenne proclamazione della sentenza dell’Inquisitore
ecclesiastico, che nel condannare un eretico riconosciuto come tale, un dissenziente dalle verità proclamate come
obbligatorie dalla Chiesa cattolica, lo consegnava allo stato perché fosse
punito duramente, anche con la morte. Il sistema dell’Inquisizione cattolica era dominato da un ministero
centrale, alle dipendenze del Papato, la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio,
che svolgeva sostanzialmente il lavoro che nel romanzo 1984 faceva il Ministero della Verità, in
particolare cercando di sopprimere i documenti che testimoniavano versioni
alternative della verità. E’ un’istituzione che, riformata nel 1965, sulla base
dei deliberati del Concilio Vaticano 2°, sussiste tuttora, anche se travaglia
prevalentemente la vita del clero e dei religiosi e gli stati non eseguono più le
sue condanne. Il Concilio Vaticano 2° ci liberò da quella tirannia, anche se
vi sono coloro che rimpiangono i tempi di prima. Per la mia vita religiosa,
quella storia e quell’ideologia ecclesiastica furono un serio problema, che
alla fine del liceo risolsi a favore della fede e contro il clericalismo
totalitario, quello che pretende di violare le coscienze per imporre una sua
verità. I tempi erano cambiati. Lieto
fine? No.
Il totalitarismo sta
risorgendo con manifestazioni molto più subdole. La pressione sulle coscienze
non è più esercitata da apparati polizieschi: sono le masse che, in questo
contesto, diventano i carnefici dei dissenzienti. Sostenere che “due più due
fanno quattro” sta diventando nuovamente pericoloso. Questo deriva da una forma
molto pericolosa di degenerazione della democrazia, individuata fin dall’antichità
dagli antichi greci, i quali elaborarono le prime teorizzazioni in merito: la
demagogia, l’azione degli agitatori sociali per fascinare le masse a fini di
potere, che ai tempi nostri possono valersi di nuovi potenti strumenti
informatici di controllo sociale.
La potenza dell’umanità sta
nell’azione di massa. Chi mira al potere vuole quindi dominare le masse, perché se non
lo fa il suo non è vero potere. Lo può fare da tiranno, ed è stata la via dei
regimi totalitari comunisti, fascisti e quella dell’Inquisizione cattolica; ma
lo può fare anche da demagogo, da agitatore sociale. In quest’ultimo caso le
masse cadono nelle mani del potente volontariamente, ingannandosi sulle sue
intenzioni e sull’affidabilità delle soluzioni che propone. Sono l’emotività che
governa le nostre decisioni di individui e l’insufficienza delle nostre personali conoscenze della realtà che ci spingono nelle mani del demagogo. Il timore di
questo risultato portò gli antichi greci a preferire, come regime ideale,
quello dominato dai sapienti, dai filosofi. Questi ultimi non avrebbero avuto
bisogno del sistema di limiti nel quale consiste la democrazia, come potere
condiviso tra molti, perché avrebbero riconosciuto in coscienza il limite del
vero e del giusto. Ma il potere assoluto, anche quello dei sapienti, corrompe
sempre: è l’esperienza umana. Nella pratica, solo la costante manutenzione
della democrazia, attraverso il dialogo, vale a dire il confronto razionale tra
le logiche che ciascuno propone e sull’affidabilità degli elementi di prova a
sostegno della ricostruzione della realtà, salva dalla tirannia del potere
degenerato. Ed è appunto il problema dei nostri tempi, la causa dei problemi
che le democrazie contemporanee incontrano.
Un modello economico che
dagli anni ’90 si è esteso a tutto il mondo, per il processo della globalizzazione, è entrato in crisi nel 2008, manifestando problemi seri dopo
aver prodotto molte opportunità positive, tra le quali la collaborazione
globale nella produzione di beni e servizi e la più libera circolazione della
gente, con l’elevazione dei redditi di coloro che nel mondo stavano peggio e l’abbassamento
dei prezzi dei beni di consumo negli stati di quelli che stavano meglio. Quel
modello privilegiava alcuni a scapito di altri e la situazione è peggiorata
velocemente in Occidente, dove vivono ancora i dominatori del mondo eredi dell’egemonia
globale degli europei. Occorrerebbe una redistribuzione equitativa delle
risorse disponibili del mondo, ma su questo fanno resistenza i ceti
privilegiati. Si è arrivati al paradosso che, negli stati più ricchi del mondo,
mancano le risorse per assicurare un livello accettabile dei servizi pubblici,
ad esempio la manutenzione delle strade pubbliche, i trasporti, la raccolta dei
rifiuti, la sanità. E chi domina l’economia ha accreditato la versione che i
problemi non sono derivati dalle diseguaglianze sociali, ma dalla pretesa di
riequilibrare la situazione, con il sistema fiscale, per migliorare quei
servizi pubblici. Le risorse sempre più scarse che si vogliono dedicare a quei
servizi hanno creato crescenti difficoltà a fronteggiare adeguatamente un
fenomeno che è strettamente connesso con la globalizzazione, vale a dire lo
spostamento di gente da un posto all’altro alla ricerca di sistemazioni
migliori. Si pensa che ciò che va per i servizi pubblici sia sprecato, e in
particolare quello che si spende per chi viene da lontano da casa sua a casa nostra. Lo slogan che ha avuto fortuna da
qualche decennio è “Meno tasse!”: esso corrisponde agli
interessi dei privilegiati sociali. La demagogia dominante l’ha accreditato tra
le masse come soluzione giusta facendo leva su tre elementi: la paura e il senso
di insicurezza per il futuro, l’alterazione della rappresentazione della realtà
quale essa veramente è e il controllo delle reti di relazioni sociali di massa in
passato create attraverso la televisione e ora mediante sistemi telematici
controllati da programmi di intelligenza artificiale, ai quali moltissimi
spontaneamente rimangono a lungo connessi. Questo processo sta producendo un
nuovo totalitarismo, che però non è più avvertito come tale, e questo è uno dei
suoi maggiori effetti di distorsione della rappresentazione della realtà.
La manutenzione della
democrazia è sempre la via giusta per rimediare ai problemi che la demagogia di
privilegiati sociali sta creando. Ma come e dove farla? Non è cosa che possa
essere decisa e attuata da un qualche vertice. La via giusta è riprendere il tirocinio di dialogo nei
corpi intermedi, quelli che stabiliscono relazioni di prossimità e che si
situano tra chi domina al vertice e il
singolo, costituendo il mondo vitale delle persone, i gruppi dai quali si traggono
le motivazioni fondamentali per la vita in società. Non è vero dialogo però quello
che si attua mediante le reti sociali telematiche, perché esse sono controllate
da sistemi di intelligenza artificiale, servono più a influire che a far
veramente dialogare, e per questo non
possono essere la soluzione essendo sempre più parte del problema. Esse infatti
confinano il singolo in un bolla cognitiva creata mettendo insieme solo coloro
che la pensano in un certo modo e così rafforzano a vicenda, nell’interazione
telematica, la forza di convinzione del pensiero comune, scambiandosi slogan
coerenti con quell’impostazione dominante. Occorre pazientemente convincersi,
ricercando fonti affidabili del pensiero, in un lavoro di approfondimento
culturale in cui non si dà nulla per scontato ma si è ancora capaci di
discernere il valore di quelle fonti, che due
più due fa quattro, liberandosi dalla tirannia del senso comune indotto dai
demagoghi, secondo la quale che due più due faccia quattro è solo un'opinione che vale quanto quella che due più due fa cinque, e tra le due si sceglie come conviene a chi riesce a prevalere nelle masse fascinandole emotivamente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli