giovedì 6 dicembre 2018

Distopia


Distopia

  Nel Cinquecento il politico inglese Thomas More scrisse un libretto dal titolo Utopia  nel quale progettava un nuovo modello di società su basi razionali. Inventò la parola  utopia  utilizzando quelle del greco antico che significano  non e luogo, a significare che quell’organizzazione sociale non era uno sviluppo di civiltà effettivamente esistite o esistenti, ma qualcosa di totalmente nuovo, ideato per via di ragione, e, in quel senso,  non c’era  da nessuna parte. Era implicito che, essendo un prodotto della ragione, quella nuova società fosse pensata come migliore  di quelle esistenti. Perché mai un sapiente avrebbe perso tempo per pensarla peggiore?
 Nell’ultimi anni è entrato in uso il termine distopia, preso dalla medicina dove indica la condizione di un organo che è in posizione anomala, a significare sviluppi temuti, o in peggio, dell’evoluzione sociale. Ad esempio, se si considera desiderabile una condizione di uguaglianza sociale degli esseri umani per quanto riguarda diritti e doveri fondamentali, è una distopia il prevedere sviluppi sociali del presente che portino ad una condizione di generale diseguaglianza. Distopia  non  è quindi il contrario  dell’utopia: infatti quest’ultima è un progetto, mentre la prima è una previsione. Descrivere una possibile distopia  serve a cercare di impedirla, progettare un’utopia  serve a migliore la società. Per prevenire le distopie, i futuri temuti, non basta tuttavia il pensiero utopico, che, per definizione, è rivoluzionario in quanto totalmente ed esclusivamente basato sulla ragione e immagina di poter cancellare le società reali come effettivamente sono per costruirne di nuove. L’esperienza sociale insegna che non si possono costruire le società così come si edificano gli edifici in muratura. La costruzione sociale deve partire proprio dalle società reali, così come sono, quindi dalla rete di relazioni umane che le caratterizzano e che sono le uniche forze sulle quali si può realizzare il nuovo. Questo perché le società rimangono fatte di quelle relazioni anche se pensate come  nuove,  e anche molto diverse da quelle esistenti; relazioni che hanno una  storia, una tradizione,   e non sono del tutto modificabili secondo il volere e la forza dell’utopista, oppongono una resistenza al cambiamento che può essere ottenuto essenzialmente solo per via culturale, di modifica degli usi e costumi condivisi mediante l’assimilazione e condivisione di altri usi e costumi.
  Si tratta di un problema, e di una corrispondente difficoltà, in cui ci si imbatte anche nelle realtà sociali di prossimità come sono quelle di parrocchia o circolo. Non si riesce mai ad aggregare senza partire dalla situazione sociale così com’è, che il riformatore o il fondatore deve innanzi tutto conoscere bene.
  Un modello utopico è stato tentato nella nostra parrocchia per oltre trent’anni, dall’inizio degli anni ’80 al 2015: realizzare comunità fraterne, chiuse agli influssi negativi della società intorno, nelle quali differenze e dissenso fossero progressivamente annullati, in un lungo cammino di crescita personale e sociale. Con il senno del poi naturalmente, si venne però a creare una situazione  distopica, di piccole comunità essenzialmente composte da gente di fuori, isolate in un contesto sociale che diveniva sempre più estraneo a quelle comunità, ricambiato.
  Un modello utopico può essere considerato il regime comunista leninista sovietico attuato tra i popoli un tempo sottomessi all’Impero russo tra il 1917 e il 1991, poi esteso dal 1945 a stati dell’Europa orientale caduti nell’egemonia dei sovietici. Esso si è risolto in una distopia  totalitaria.
 Ma fu un modello utopico anche il grandioso progetto di riforma sociale e politica pensato dal Papato nel secondo millennio, anch’esso basato sulla repressione del dissenso e tendenzialmente totalitario: quel Papato imperiale  che dagli scorsi anni Sessanta si sta cercando di cambiare per via sostanzialmente democratica, non utopica. Quella utopia religiosa produsse storicamente una distopia, che fu molto chiara a grande anime dal Cinquecento in poi, che è sostanzialmente analoga a quella sovietica e simile a quelle dei vari totalitarismi tentati nell’era moderna. Va detto che una distopia  è tale in quanto previsione  di un futuro temuto: se quest’ultimo si realizza e si fa presente, la riflessione su di esso è semplice sociologia, studio della società così com’è. Previsioni distopiche hanno indotto i saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)  a progettare il cambiamento in religione.
  Quanto alla società sovietica, una visione distopica  su di essa è contenuta nel romanzo 1984  dello scrittore inglese George Orwell, un romanzo scritto nel 1948, al tempo dell’espansionismo sovietico in Europa orientale, al termine della Seconda Guerra mondiale. E’ un libro che consiglio a tutti coloro che, su scala grande o piccola, si vogliono dedicare alla costruzione di nuove società. E’ edito in traduzione italiana da Mondadori, in e-book. Lo scrittore ambienta la sua distopia in una Inghilterra del futuro, rispetto al tempo in cui il libro fu scritto. Immaginava una società egemonizzato da un ristretto numero di associati ad un Partito unico di funzionari e ad un 85% di gente, chiamata prolet, senza alcun ruolo politico che quello di acclamare e di obbedire. Una delle funzioni principali del Governo, nella distopia del romanzo, è quella di cambiare la memoria del passato, distruggendo e riscrivendo i testi, libri, giornali, documenti d’archivio, secondo le esigenze del presente, in modo da rendere evidente, quindi senza che si senta bisogno di approfondimenti, che il Partito ha sempre ragione. Un’altra è quella del costante controllo sociale dei membri del Partito, attraverso una rete di televisori che sono anche telecamere, in modo da rilevare addirittura, attraverso osservazioni psicologiche, i moti inconsci di dissenso, prevenendo qualsiasi opposizione. Nel romanzo questo è una funzione svolta da una psico-polizia. I dissenzienti vengono poi eliminati, vaporizzati, cancellando le tracce della loro esistenza. Questa distopia, pensata come critica al modello sovietico, corrisponde in gran parte anche alle politiche attuate dal Papato dall’inizio del secondo  millennio al Settecento, detto anche perché in esso cominciò a svilupparsi una critica sociale e politica su basi razionali. Nella visione distopica del romanzo, la violenza sociale ha un ruolo determinante nell’ottenere il controllo sociale, sia all’interno che all’esterno: Orwell ci presenta un mondo diviso in tre grandi imperi politici sempre in guerra tra loro, ma non per prevalere effettivamente, risultato impossibile  e anche inutili, ma per ottenere, con il pretesto dello stato di emergenza determinato dalla guerra, un più efficiente e totale controllo sociale all’interno, in particolare una  condizione costante di penuria di beni primari che impedisca alla gente di emanciparsi dal Governo e di acquisire una certa autonomia, sviluppando una capacità critica.
   Lo psico-controllo è stato l’utopia  di ogni totalitarismo contemporaneo. La Chiesa cattolica cercò di ottenerlo sfruttando le possibilità offerte dalla liturgia della Confessione, ma anche con un’estesa rete di polizia inquisitoria che travagliò le società dominate dagli europei fino, più  o meno, a tutto il Settecento, e che ancora è attiva in ambito religioso. I regimi comunisti egemonizzati dai sovietici seguirono prevalentemente quest’ultima via, così come quelli fascisti che si svilupparono nel Novecento. In tutti i casi il controllo sociale fu affidato anche ad un’intensa opera di propaganda, che comprendeva anche l’alterazione della memoria del passato, secondo le esigenze del presente.
  E’ stato osservato che ciò che si tentò di ottenere con la violenza, nei totalitarismi, ai tempi nostri si ottiene in  modo molto più facile e indolore per la fascinazione esercitata sulle menti degli utilizzatori dei nuovi e sempre più potenti dispositivi smartphone  il cui uso è dilagato in tutto il mondo. Si tratta di terminali di sistemi di intelligenza artificiale (come tali sono smart, parola che significa  intelligente), vale a dire di programmi che sono in grado di capire  le abitudini e gli orientamenti di ogni singolo utente, ma anche di influire  sui suoi comportamenti e convinzioni fornendogli, tramite smartphone il materiale informativo in grado di produrli, e questo sulla base di ciò che dell’utente si è appreso mediante una sempre più prolungata  connessione  con lui. Un sistema di intelligenza artificiale progettato per il controllo sociale, ad esempio a fini di pubblicità commerciale o di propaganda politica,  è tanto più potente quanto più sono gli utenti connessi e tanti più a lungo sono connessi. Chi controlla quei sistemi rende gratuita la connessione e invoca connessioni più estese e prolungate. “Connettiti  e vivrai meglio!”, questa è la promessa; “Se sei disconnesso non sei nessuno”, questa la minaccia.  La connessione si ottiene essenzialmente per fascinazione, per le caratteristiche dell’interfaccia con l’utenza sui terminali smart, che è in grado di generare  dipendenza  dal sistema. Il controllo sociale è completato da una situazione artificiale di penuria, per la quale in  società sempre più ricche, sono sempre di più quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese. La capacità di critica sociale di questa condizione, un tempo il campo privilegiato dei movimenti socialisti, è depressa mediante un’egemonia culturale che la presenta come  naturale, e quindi come tale immodificabile o difficilmente modificabile, corrispondendo alla situazione di lotta per la sopravvivenza del più adatto che si osserva nel mondo animale. Si parla a questo proposito di darwinismo sociale, riferendosi al naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882) che teorizzò l’evoluzione biologica dei viventi sulla base di selezione naturale, determinata dalla sopravvivenza del più adatto in un contesto di lotta fra organismi per lo sfruttamento di risorse scarse. Tuttavia il Darwin, persona religiosa,  non fu certamente un darwinista sociale, nel senso che non pensava che le società dovessero essere organizzate come il mondo animale, per migliorarle. In una concezione di darwinismo sociale chi in società scapita, chi ha la peggio, è colpevolizzato: ha la peggio perché non si è adattato bene e non lo ha fatto per insufficienza o pigrizia, non ha  meritato. Insomma, si induce nella gente la convinzione che ci in società ci rimette ha avuto ciò che ha meritato. Questa riflessione è stata al centro del pensiero sviluppato negli ultimi trent’anni dal sociologo di origini polacche, ma inglese d’adozione, Zygmunt Bauman (1925-2017). Ha scritto diversi libri interessanti, ma consiglio  agli aspiranti riformatori sociali di partire da quello più famoso, Modernità liquida, scritto nel 2000 ed edito in traduzione italiana da Laterza, anche in e-book.
 Se dovessi pensare a libri di testo per un gruppo parrocchiale di approfondimento culturale, proporrei:
- il libro di testo di storia dell’ultimo anno delle superiori o, se non conservato, l’ultima edizione del  volume 3 di Nuovi profili storici  di Giardina, Sabbatucci e Vidotto, edito da Laterza;
-l’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, scritto nel 2015 e contenente il disegno di riforma sociale globale dell’attuale Papato;
- Utopia  di Tommaso Moro;
- 1984  di George Orwell;
- Modernità Liquida  di Zygmunt Bauman;
-il quotidiano Avvenire  fresco di stampa.
  Un’ultima notazione: Tommaso Moro, George Orwell, Charles Darwin, inglesi, e Zygmunt Bauman, inglese d’adozione. Capite perché la Brexit  è una grave perdita per l’Unione Europea?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli