Distopia
Nel Cinquecento il politico inglese Thomas More scrisse un libretto dal
titolo Utopia nel quale progettava un nuovo modello di
società su basi razionali. Inventò la parola utopia utilizzando quelle del greco antico che
significano non e luogo,
a significare che quell’organizzazione sociale non era uno sviluppo di civiltà
effettivamente esistite o esistenti, ma qualcosa di totalmente nuovo, ideato
per via di ragione, e, in quel senso, non c’era da nessuna parte. Era implicito che, essendo
un prodotto della ragione, quella nuova società fosse pensata come migliore di quelle esistenti. Perché mai un sapiente
avrebbe perso tempo per pensarla peggiore?
Nell’ultimi anni è entrato in uso il termine distopia, preso dalla medicina dove
indica la condizione di un organo che è in posizione anomala, a significare
sviluppi temuti, o in peggio, dell’evoluzione sociale. Ad esempio, se si
considera desiderabile una condizione di uguaglianza sociale degli esseri umani
per quanto riguarda diritti e doveri fondamentali, è una distopia il prevedere sviluppi sociali del presente che portino ad
una condizione di generale diseguaglianza. Distopia
non
è quindi il contrario dell’utopia:
infatti quest’ultima è un progetto,
mentre la prima è una previsione. Descrivere una possibile distopia serve a cercare di
impedirla, progettare un’utopia serve a migliore la società. Per prevenire le
distopie, i futuri temuti, non basta tuttavia il pensiero utopico, che, per
definizione, è rivoluzionario in quanto totalmente ed esclusivamente basato
sulla ragione e immagina di poter cancellare le società reali come
effettivamente sono per costruirne di nuove. L’esperienza sociale insegna che
non si possono costruire le società così come si edificano gli edifici in
muratura. La costruzione sociale deve partire proprio dalle società reali, così
come sono, quindi dalla rete di relazioni umane che le caratterizzano e che
sono le uniche forze sulle quali si può realizzare il nuovo. Questo perché le
società rimangono fatte di quelle relazioni anche se pensate come nuove, e anche molto diverse da quelle esistenti;
relazioni che hanno una storia, una tradizione, e
non sono del tutto modificabili secondo il volere e la forza dell’utopista, oppongono una resistenza al
cambiamento che può essere ottenuto essenzialmente solo per via culturale, di modifica degli usi e
costumi condivisi mediante l’assimilazione e condivisione di altri usi e
costumi.
Si tratta di un problema, e di una corrispondente difficoltà, in cui ci
si imbatte anche nelle realtà sociali di prossimità come sono quelle di
parrocchia o circolo. Non si riesce mai ad aggregare senza partire dalla
situazione sociale così com’è, che il riformatore o il fondatore deve innanzi
tutto conoscere bene.
Un modello utopico è stato tentato nella nostra parrocchia per oltre
trent’anni, dall’inizio degli anni ’80 al 2015: realizzare comunità fraterne,
chiuse agli influssi negativi della società intorno, nelle quali differenze e
dissenso fossero progressivamente annullati, in un lungo cammino di crescita
personale e sociale. Con il senno del poi naturalmente, si venne però a creare
una situazione distopica, di piccole comunità
essenzialmente composte da gente di fuori, isolate in un contesto sociale che
diveniva sempre più estraneo a quelle comunità, ricambiato.
Un modello utopico può essere considerato il regime comunista leninista sovietico
attuato tra i popoli un tempo sottomessi all’Impero russo tra il 1917 e il
1991, poi esteso dal 1945 a stati dell’Europa orientale caduti nell’egemonia
dei sovietici. Esso si è risolto in una distopia
totalitaria.
Ma fu un modello utopico anche il grandioso
progetto di riforma sociale e politica pensato dal Papato nel secondo
millennio, anch’esso basato sulla repressione del dissenso e tendenzialmente
totalitario: quel Papato imperiale che dagli scorsi anni Sessanta si sta cercando
di cambiare per via sostanzialmente democratica, non utopica. Quella utopia
religiosa produsse storicamente una distopia, che fu molto chiara a grande
anime dal Cinquecento in poi, che è sostanzialmente analoga a quella sovietica
e simile a quelle dei vari totalitarismi tentati nell’era moderna. Va detto che
una distopia è tale in quanto previsione di un futuro
temuto: se quest’ultimo si realizza e si fa presente,
la riflessione su di esso è semplice sociologia, studio della società così com’è.
Previsioni distopiche hanno indotto i saggi del Concilio Vaticano 2°
(1962-1965) a progettare il cambiamento
in religione.
Quanto alla società sovietica, una visione distopica su di essa è
contenuta nel romanzo 1984 dello scrittore inglese George Orwell, un
romanzo scritto nel 1948, al tempo dell’espansionismo sovietico in Europa
orientale, al termine della Seconda Guerra mondiale. E’ un libro che consiglio
a tutti coloro che, su scala grande o piccola, si vogliono dedicare alla
costruzione di nuove società. E’ edito in traduzione italiana da Mondadori, in
e-book. Lo scrittore ambienta la sua distopia
in una Inghilterra del futuro, rispetto al tempo in cui il libro fu scritto.
Immaginava una società egemonizzato da un ristretto numero di associati ad un
Partito unico di funzionari e ad un 85% di gente, chiamata prolet, senza alcun ruolo politico che quello di acclamare e di
obbedire. Una delle funzioni principali del Governo, nella distopia del
romanzo, è quella di cambiare la memoria del passato, distruggendo e
riscrivendo i testi, libri, giornali, documenti d’archivio, secondo le esigenze
del presente, in modo da rendere evidente, quindi senza che si senta bisogno di
approfondimenti, che il Partito ha sempre ragione. Un’altra è quella del
costante controllo sociale dei membri del Partito, attraverso una rete di
televisori che sono anche telecamere, in modo da rilevare addirittura,
attraverso osservazioni psicologiche, i moti inconsci di dissenso, prevenendo
qualsiasi opposizione. Nel romanzo questo è una funzione svolta da una psico-polizia. I dissenzienti vengono
poi eliminati, vaporizzati,
cancellando le tracce della loro esistenza. Questa distopia, pensata come
critica al modello sovietico, corrisponde in gran parte anche alle politiche
attuate dal Papato dall’inizio del secondo
millennio al Settecento, detto anche perché in esso cominciò a
svilupparsi una critica sociale e politica su basi razionali. Nella visione
distopica del romanzo, la violenza sociale ha un ruolo determinante nell’ottenere
il controllo sociale, sia all’interno che all’esterno: Orwell ci presenta un
mondo diviso in tre grandi imperi politici sempre in guerra tra loro, ma non
per prevalere effettivamente, risultato impossibile e anche inutili, ma per ottenere, con il pretesto
dello stato di emergenza determinato dalla guerra, un più efficiente e totale
controllo sociale all’interno, in particolare una condizione costante di penuria di beni
primari che impedisca alla gente di emanciparsi dal Governo e di acquisire una
certa autonomia, sviluppando una capacità critica.
Lo psico-controllo è stato l’utopia di ogni totalitarismo contemporaneo. La Chiesa
cattolica cercò di ottenerlo sfruttando le possibilità offerte dalla liturgia
della Confessione, ma anche con un’estesa rete di polizia inquisitoria che
travagliò le società dominate dagli europei fino, più o meno, a tutto il Settecento, e che ancora è
attiva in ambito religioso. I regimi comunisti egemonizzati dai sovietici
seguirono prevalentemente quest’ultima via, così come quelli fascisti che si
svilupparono nel Novecento. In tutti i casi il controllo sociale fu affidato
anche ad un’intensa opera di propaganda, che comprendeva anche l’alterazione
della memoria del passato, secondo le esigenze del presente.
E’ stato osservato che ciò che si tentò di ottenere con la violenza, nei
totalitarismi, ai tempi nostri si ottiene in
modo molto più facile e indolore per la fascinazione esercitata sulle
menti degli utilizzatori dei nuovi e sempre più potenti dispositivi smartphone il cui uso è dilagato in tutto il mondo. Si
tratta di terminali di sistemi di intelligenza artificiale (come tali sono smart, parola che significa intelligente),
vale a dire di programmi che sono in grado di capire le abitudini e gli
orientamenti di ogni singolo utente,
ma anche di influire sui suoi comportamenti e convinzioni
fornendogli, tramite smartphone il materiale
informativo in grado di produrli, e questo sulla base di ciò che dell’utente si
è appreso mediante una sempre più prolungata connessione con lui. Un sistema di intelligenza
artificiale progettato per il controllo sociale, ad esempio a fini di
pubblicità commerciale o di propaganda politica, è tanto più potente quanto più sono gli utenti
connessi e tanti più a lungo sono connessi. Chi controlla quei sistemi rende
gratuita la connessione e invoca connessioni più estese e prolungate. “Connettiti e vivrai meglio!”, questa è la promessa; “Se sei disconnesso non sei nessuno”, questa la minaccia. La connessione si ottiene essenzialmente per fascinazione, per le caratteristiche
dell’interfaccia con l’utenza sui terminali smart,
che è in grado di generare dipendenza dal sistema. Il controllo sociale è completato
da una situazione artificiale di penuria, per la quale in società sempre più ricche, sono sempre di più
quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese. La capacità di critica
sociale di questa condizione, un tempo il campo privilegiato dei movimenti
socialisti, è depressa mediante un’egemonia culturale che la presenta come naturale, e quindi come tale
immodificabile o difficilmente modificabile, corrispondendo alla situazione di
lotta per la sopravvivenza del più adatto che si osserva nel mondo animale. Si
parla a questo proposito di darwinismo sociale,
riferendosi al naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882) che teorizzò l’evoluzione
biologica dei viventi sulla base di selezione
naturale, determinata dalla sopravvivenza del più adatto in un contesto di
lotta fra organismi per lo sfruttamento di risorse scarse. Tuttavia il Darwin,
persona religiosa, non fu certamente un darwinista sociale, nel senso che non
pensava che le società dovessero essere organizzate come il mondo animale, per
migliorarle. In una concezione di darwinismo sociale chi in società scapita, chi
ha la peggio, è colpevolizzato: ha la peggio perché non si è adattato bene e
non lo ha fatto per insufficienza o pigrizia, non ha meritato. Insomma, si induce
nella gente la convinzione che ci in società ci rimette ha avuto ciò che ha
meritato. Questa riflessione è stata al centro del pensiero sviluppato negli
ultimi trent’anni dal sociologo di origini polacche, ma inglese d’adozione,
Zygmunt Bauman (1925-2017). Ha scritto diversi libri interessanti, ma
consiglio agli aspiranti riformatori
sociali di partire da quello più famoso, Modernità
liquida, scritto nel 2000 ed edito in traduzione italiana da Laterza, anche
in e-book.
Se dovessi pensare a libri di testo per un
gruppo parrocchiale di approfondimento culturale, proporrei:
- il libro di testo di storia
dell’ultimo anno delle superiori o, se non conservato, l’ultima edizione del volume 3 di
Nuovi profili storici di Giardina,
Sabbatucci e Vidotto, edito da Laterza;
-l’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, scritto nel 2015 e contenente il
disegno di riforma sociale globale dell’attuale Papato;
- Utopia di Tommaso Moro;
- 1984 di George Orwell;
- Modernità Liquida di Zygmunt
Bauman;
-il quotidiano Avvenire fresco di stampa.
Un’ultima notazione: Tommaso Moro, George Orwell, Charles Darwin, inglesi,
e Zygmunt Bauman, inglese d’adozione. Capite perché la Brexit è una grave perdita
per l’Unione Europea?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli