Nazionalismo,
intransigentismo ed integralismo
L’unità nazionale italiana si fece contro il Papato, in particolare
abbattendo il piccolo regno che aveva nell’Italia centrale, con capitale Roma.
La conquista militare della città, attuata nel 1870 dal nuovo Regno d’Italia,
fu preceduta, nel 1849, dalla breve rivoluzione attuata dai repubblicani
mazziniani, che costrinse alla fuga il Papa regnante, Pio 9°, Giovanni Maria
Mastai Ferretti e portò a nuove istituzioni politiche, in particolare all’instaurazione
di un governo di triumviri, tre esponenti politici di vertice, vale a dire
Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Alla difesa della Repubblica romana mazziniana combatterono Giuseppe Garibaldi
e i suoi, e vi perse la vita Goffredo
Mameli, l’autore del testo del nostro inno nazionale Fratelli d’Italia, vibrante di nazionalismo mazziniano. Questo
spiega perché il nostro nazionalismo, benché animato dalle idealità religiose
mazziniane, non abbia inglobato la religione cattolica nella sua ideologia
politica, nella sua cultura fondativa, e sia stato marcatamente anticlericale,
ricambiato da parte clericale da analoga avversione.
Quando il Papato, sviluppando una politica antinazionalista e antiliberale, assecondò un movimento politico reazionario, quest’ultimo ebbe
carattere di intransigentismo e di integralismo, rifiutando qualsiasi
dialettica con la controparte, anche nel quadro istituzionale della nuova
democrazia. Ai cattolici italiani fu vietato di partecipare alla democrazia
nazionale. E questo anche quando nel movimentismo cattolico si svilupparono
correnti di riforma sociale su modello di quelle socialiste e il Papato diede
loro quell’ideologia che venne definita dottrina
sociale. Le masse dovevano servire solo come forza di pressione in favore
delle rivendicazioni papali, ma non le si doveva elevare alla politica
democratica: il Papato, in particolare negli anni più bui della persecuzione
antimodernista nei primi quindici anni del Novecento, temeva di perderne il
controllo.
La dura sconfessione dei propositi di realizzare politiche democratiche cristiane venne dal Papa
che aveva inaugurato nel 1891, con l’enciclica Le novità - Rerum Novarum, la
moderna dottrina sociale, Leone 13° - Vincenzo Gioacchino Pecci, con l’enciclica
Le gravi dispute sopra l’economia sociale - Graves de communi re, del 1901, nella quale si legge:
«Così dunque, sotto
gli auspici della Chiesa iniziò fra i cattolici una comunanza d’azione e
sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non
meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa
specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con
denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e
di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero
meritamente in disuso. Dipoi parve bene a parecchi di dirla azione
popolare cristiana; in qualche luogo quelli che metton mano a siffatte
opere si chiamano sociali cristiani; altrove si prendono il titolo
di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli
che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale,
propugnata dai socialisti.
Di queste due ultime
denominazioni, se non la prima di sociali cristiani, certo l’altra,
di democrazia cristiana, suona male a molti tra i buoni, perché vi
veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione:
cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portar al
potere il popolo, promovendo questa forma di governo in luogo di altre; che per
tal modo, mirando al bene della plebe, e mettendo in disparte gl’interessi
delle altre classi, sembri rimpicciolirsi l’azione della Religione cristiana; e
che finalmente sotto la speciosità del nome si voglia in certo modo nascondere
il proposito di sottrarsi alle legittime autorità nell’ordine civile ed
ecclesiastico. Ora considerando che qua e là si eccede in tali dispute fino
all’acrimonia, sentiamo il dovere di imporre un limite alla presente
controversia, e di regolare il pensiero dei Cattolici sopra un tale argomento:
intendiamo inoltre dettare alcune norme che rendano la loro azione più larga e
assai più salutare alla società.
Non può sorgere alcun
dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui
convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non
tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da
non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i
beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto
e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe,
affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo
all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà,
e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti
per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per
ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i
principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in
ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più
inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo
integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben
costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e
quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi
tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro
tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del
cristianesimo.
Non sia poi lecito di
dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene
la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei
filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso
nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica
azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del
Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario
che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con
tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi
pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di
guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano
tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra
tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante
della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò
posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene
dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma
di governo invece d’un’altra.
In somigliante modo
bisogna rimuovere dal concetto della democrazia cristiana l’altro
inconveniente, cioè che, mentre essa mette ogni impegno nel cercare il
vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure
non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società. Al che
provvede quella legge di carità cristiana, di cui abbiam ora ragionato, e che
comanda di abbracciare indistintamente tutti gli uomini in quanto sono parte di
una sola e medesima famiglia e figli di un solo benignissimo Padre, e redenti
dallo stesso Salvatore e chiamati alla medesima eredità eterna. Appunto come ne
ammaestra e ammonisce l’Apostolo: "Un solo corpo e un solo spirito,
come siete ancora stati chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione.
Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di
tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi". (Eph.
IV, 4-6). Quindi per l’unione naturale della plebe con le altre classi, resa
anche più stretta dallo spirito di fratellanza cristiana, tutto ciò che di bene
si fa per sollevare la plebe, ridonda anche a vantaggio di quelle; tanto più
che per raggiungere l’intento è conveniente e necessario il loro concorso, come
diremo appresso.
Guardisi parimenti
ognuno dal ricoprire sotto la denominazione di democrazia cristiana il
proposito d’insubordinazione o di opposizione alle legittime autorità. Già la
legge, tanto naturale che cristiana, ingiunge il rispetto ai diversi poteri
civili e l’obbedienza ai loro giusti comandi. Il che conviene fare sinceramente
e per sentimento di dovere, cioè per coscienza, come ben s’addice ad uomo e
cristiano; come insegna lo stesso Apostolo là dove dice: "Ogni anima
sia soggetta alle potestà superiori" (Rom. XIII 1-5). Si comporta poi
tutt’altro che cristianamente chi ricusa di sottostare a coloro che sono
rivestiti di autorità nella Chiesa; e da prima ai Vescovi, che salva
l’universale autorità del Pontefice Romano, "lo Spirito Santo pose a
pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col proprio sangue" (Act.
XX, 28). Chi pensa ed opera diversamente mostra di aver dimenticato quel
solenne precetto dello stesso Apostolo: "Siate obbedienti ai vostri
prelati, e siate ad essi soggetti. Imperocché vegliano essi, come dovendo
render conto delle anime vostre" (Hebr. XIII, 17). Parole queste che
tutti i fedeli devono profondamente imprimere nel cuore e cercar di mettere in
pratica nella loro condotta; più che mai i sacerdoti, considerandole con ogni
diligenza, non cessino di inculcarle agli altri, non solo con la predicazione,
ma più ancora con l’esempio.
Ora, dopo aver
richiamato questi punti di dottrina che altre volte all’uopo abbiamo più
dichiaratamente e di proposito trattato Ci ripromettiamo che cessi qualsiasi
discordia sul nome di democrazia cristiana e ogni sospetto di
pericolo sul suo significato. E ce lo ripromettiamo a buon diritto. Perché,
prescindendo da quelle opinioni, sulla natura e sugli effetti della democrazia
cristiana, che non mancano di qualche esagerazione o errore, nessuno certo
troverà di riprovar un’azione che mira, come vuole la natura e la divina legge,
a quest’unico fine di ricondurre a condizioni men dure quelli che campano del
lavoro manuale, sì che riescano gradatamente a provvedere alle necessità della
vita. Possano quindi in famiglia e in pubblico liberamente soddisfare ai doveri
morali e religiosi; sentano di non esser bestie ma uomini, non pagani ma
cristiani; quindi e più facilmente e con più ardore si volgano a ciò che solo è
necessario, vale a dire al sommo bene per cui siamo nati. Tale vuoi essere il
programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano
arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del
socialismo.»
Quando, dopo la fondazione della moderna
Azione Cattolica Italiana, nel 1906 in esecuzione di un’enciclica dell’anno
precedente, il Papato decise di cogliere le opportunità politiche date dall’istituzione,
nel 1912, del suffragio universale maschile, vietò ai politici di orientamento
cattolico sociale la denominazione religiosa, riservando a sé l’autorità di
dettare la linea politico-sociale, nel quadro del Magistero di dottrina
sociale.
L’unica epoca in cui il nazionalismo italiano
fu assecondato dal Papato fu nel decennio della conciliazione, tra il 1929,
anno della stipula dei Patti Lateranensi tra il Papato e il Regno d’Italia, e il 1939,
anno in cui fu eletto Papa Eugenio Pacelli
con ll nome di Pio 12°. Quella conciliazione
apparve presto problematica su due
temi: il programma delle guerre di regime e il razzismo anti-ebraico, che
finiva per screditare l’ambiente sociale dal quale si era sviluppato il
cristianesimo e le stesse figure del Fondatore
e degli apostoli. La conciliazione
fu possibile solo in quanto assentita
dal Papato nel quadro del Patti Lateranensi. A seguire, nel 1931, con l’enciclica Il Quarantennale - Quadragesimo anno (nei
quarant’anni dall’enciclica Le Novità -
Rerum novarum), l’ideologia corporativa fascista, parte importante del
disegno di riforma sociale mussoliniana, venne inglobata nella dottrina
sociale. Ma la commistione tra ideologia religiosa e quella fascista fu molto
più profonda e fa sentire i suoi effetti tutt’ora, anche se in genere se ne è
inconsapevoli. I fedeli cattolici divennero il modello del cittadino
nazionalista. Questa breve, ma intensa, stagione di conciliazione fu seguita da una rottura frontale, inaspritasi
durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) e manifestatasi, in particolare,
con il patto di collaborazione tra il Papato e i cattolici democratici di
Alcide De Gasperi, all’inizio degli anni ’40. L'ideologia fondativa di quel patto fu definita dal Papato, regnante papa Pio 12° - Eugenio Pacelli, in una serie di radiomessaggi tra il 1939 e il 1945 ed ebbe forte impostazione anti-nazionalista e antitotalitaria, in particolare accettando il metodo e i valori democratici come base per progettare nuove istituzioni politiche statali e internazionali per promuovere e garantire un nuovo ordine pacifico a livello mondiale. Si predicò la necessità dell’unione
politica dei cattolici nel nuovo partito della Democrazia Cristiana per sostenere in Italia l'attuazione di quelle nuove idealità. Questa strategia politica ebbe grande
successo da noi, alla caduta del fascismo, e determinò, tra il 1946 e il 1994 la lunga egemonia
politica dei cattolici democratici, in unione con il Papato, sulla democrazia
italiana. Le masse cattoliche, in particolare quelle femminili, a lungo educate alla politica nelle organizzazioni di Azione Cattolica, vi ebbero un ruolo determinante.
Dopo il
Concilio Vaticano 2° (1962-1965) si osservò che l’obbligo di unione politica
partitica poteva avere effetti controproducenti per l’evangelizzazione, vincolandola in definitiva ad un partito di moderata riforma sociale ma piuttosto legato agli sviluppi dell’economia
capitalista, fronteggiata dalle correnti socialiste a fini di più intensa
riforma sociale, di elevazione delle masse in ogni campo e addirittura di rivoluzione. D’altra parte, sfruttando le
libertà sancite da quel Concilio, si svilupparono anche movimenti
fondamentalisti che, come all’inizio del Novecento aveva fatto il Papato,
tacciarono sostanzialmente di eresia ogni disegno politico di riforma sociale,
proponendosi di limitare l’azione sociale, e in particolare l’autonomia dei
laici, all’ambito strettamente ecclesiale. Negli scorsi anni ’80, per gli
sviluppi di queste forze, si finì per considerare superato l’obbligo di unità
politica dei cattolici in un partito cristiano e
presto terminò anche l’esperienza politica della Democrazia Cristiana. Chi ha vissuto quel decennio, sa bene che ciò
che si produsse formalmente solo all’inizio degli anni ’90, in particolare per la
metamorfosi dei socialismi europei e la rapida caduta dei regimi comunisti dell’Europa
Orientale, tra il 1989 e il 1991, era già sostanzialmente compiuto dalla metà
degli anni ’80, dopo un infruttuoso tentativo di ricomposizione all’inizio di
quel decennio.
Lo sviluppo
storico-ideologico che ho sintetizzato pesa sui nostri tempi. In Italia il
neo-nazionalismo che si sta sviluppando da noi non può contare su altre basi
ideologiche di conciliazione con la religione cattolica che quelle costruite negli anni del
compromesso tra il fascismo mussoliniano e il Papato, negli anni ’30 del secolo
scorso, e non ha il tempo, per l’incalzare degli eventi politici, né la
capacità, per la poca dimestichezza con la cultura religiosa, di costruirne
altre. Ha tuttavia necessità di inglobare in qualche modo la religione nelle
sua cultura fondativa, per la grande rilevanza politica che ancora hanno le
masse dei fedeli, intesi come coloro che, nelle scelte della vita, sono ancora
in qualche modo influenzati dall’etica religiosa. Questo, quindi, lo porterà fatalmente
verso l’orizzonte culturale della conciliazione degli anni ’30, ma non sarà veramente la religione che
verrà ad assimilare, ma un orientamento religioso che inglobò parte importante
dell’ideologia del fascismo storico. Da qui l’evidente riemergere ai nostri giorni di temi del
fascismo storico, in particolare l’intolleranza verso il
dissenso politico e il cesarismo o bonapartismo di
esponenti dell’esecutivo.
Per vari
motivi questa tendenza non è validamente contrastata negli ambienti di fede, in
particolare dall’attuale Papato, pure tanto diverso da quelli che l’hanno
preceduto. Questo, in particolare, perché non vi è mai stata una vera revisione
critica della politica del papato che, negli anni Venti, portò alla conciliazione con il fascismo storico italiano e, nel decennio successivo, alla
collaborazione attiva con quel regime. Quella conciliazione
non è stata tra le colpe delle quali
si è fatta ammenda durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000, nella Giornata del perdono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli