La costruzione
della società: andando avanti o indietro?
La società è integralmente un fatto
culturale, una creazione sociale. L'organizzazione della società dipende dalla cultura del gruppo che l'esprime, ma quella cultura è a sua volta un fatto sociale, dipende dalle dinamiche delle relazioni umane in quel gruppo di riferimento. Dalla natura abbiamo invece la nostra
biologia, in particolare un cervello che risale a circa 200.000 anni fa. Dal
cervello si è sviluppata la nostra mente, che è alla base della nostra
evoluzione culturale, vale a dire degli usi, costumi e concezioni che
caratterizzano e ordinano le società umane, e che fanno tutt’uno con esse. Su
com’erano le società umane prima di circa seimila anni fa, in quella che definiamo preistoria perché non ci ha lasciato cronache
scritte, abbiamo informazioni
congetturali, imprecise, derivate dalle tracce che lasciarono e che siamo
riusciti a rinvenire. Immaginiamo che siano state simili alle società meno evolute
che ancora osserviamo tra gli attuali umani e che, per essere meno progredite, chiamiamo primitive. Con le prime tracce scritte ci
sono venute informazioni più precise, anche se i documenti che le
contenevano ci sono giunti in modo
spesso frammentario, perché danneggiati nel corso di disastri naturali o
sociali, in particolare dalle distruzioni belliche degli archivi o dal loro
danneggiamento a seguito di abbandono. In Europa è solo dal Medioevo, vale a
dire dal Quinto secolo della nostra era, che cominciano ad essere tenuti
sistematicamente, in particolare da organizzazioni ecclesiastiche, degli
archivi di documenti con cronache affidabili che ci sono giunti con una certa
integrità. La nostra Bibbia, che contiene informazioni su società molto
antiche, le prime risalenti a circa cinquemila anni addietro, ci può dare
un’idea dell’evoluzione delle società umane, anche se le culture più
antiche di cui ci tramanda la memoria non possono essere definite primitive e, anzi, furono piuttosto evolute. Le cronache bibliche partono infatti da una delle antiche
civiltà della Mesopotamia, vissuta nei luoghi oggi dominati dallo stato
dell’Iraq, molto progredita.
Pensiamo alle prime società umane, ancora in
epoca preistorica, come piccoli gruppi organizzati intorno a maschi, al modo
come si osserva nelle società degli attuali primati, i parenti più prossimi che abbiamo tra gli animali, e che le relazioni di
forza tra quei maschi dettassero la linea sociale. Nelle società primitive studiate dagli
antropologi si hanno però tracce anche di ordinamenti organizzati intorno a madri dominanti. Quanto a quell'umanità primitiva, si immagina essersi trattato inizialmente di gruppi
nomadi che si spostavano alla ricerca delle risorse naturali necessarie per
sopravvivere. La caratteristica degli umani di avere una lunga infanzia e di
dover imparare quasi tutto dagli altri,
in società, a parte il succhiare che ci è innato, diede
un ruolo importante agli anziani, che trasmettevano la sapienza collettiva in una tradizione
culturale. Formandosi le prime civiltà, le possiamo immaginare dirette da un
ceto dirigente formato da guerrieri e da anziani e che, progressivamente, le
esigenze di ordine sociale per una più sicura sopravvivenza, abbiano fatto
sorgere da esso la figura di un re-padre, ma anche di una regina-madre, assistiti da un consiglio di
anziani. Le prime concezioni politiche
avevano probabilmente carattere religioso, per cui il re era anche un
sacerdote, il tramite tra le potenze superne e l’umanità, le prime immaginate
come personificazione delle forze della natura. Una importante funzione delle
prime organizzazioni sociali fu quindi il creare pace tra Cielo, le potenze
incontrollabili della natura, e Terra. Da qui, con metamorfosi via via più
evolute e complesse, le varie
sacralizzazioni del potere che si sono
osservate nelle società umane fino all’Ottocento, secondo le quali il dissenso
politico era anche eresia, empietà religiosa, e poneva in pericolo la
sopravvivenza sociale guastando il rapporto con la divinità.
Non c’è quindi un modello naturale
di società: le società si sono strutturate ed evolute secondo le culture
che storicamente si sono formate nell'umanità. In particolare non lo è quello basato
sull’idea di nazione, vale a dire di stirpe etnica caratterizzata da ben
definiti usi e costumi, e in particolare da lingue e religione. Questo perché
l’etnia delle nazioni è piuttosto problematica, per i
rimescolamenti familiari che si sono sempre prodotti nell’interazione tra le
società umane, e la cultura è sempre
solo occasionalmente collegata ad una certa etnia perché è semplicemente un
sistema di relazioni sociali, che tra gruppi etnici si può avere più occasione
di sviluppare per la più intensa e lunga convivenza. Di fatto, negli stati contemporanei si
osservano varie nazioni, nel senso che ho indicato, e la nazione-stato, uno stato che governi una nazione in senso etnico e culturale, con confini geografici definiti quasi come per natura, dalle coste marittime, dai fiumi e dalle maggiori catene montane, è quindi sempre solo una concezione politica, normativa e, prima di questo, una costruzione
culturale con finalità politiche. Anzi, il nazionalismo politico contemporaneo, che
risale solo all’Ottocento, si è
sviluppato contrastando il pluralismo delle nazioni in senso etnico-culturale:
è stato il caso del nazionalismo italiano, che ha abbattuto diversi ordinamenti che potevano essere considerati stati nazionali. Dal punto di vista culturale, i
nostri nazionalisti ottocenteschi avevano ben chiaro che occorreva fare l’Italia, ma anche fare
gli italiani, costruirli quindi come popolo intorno a una nuova
idea di nazione, benché fossero ancora molto distanti come culture e lingue. Contro questo nazionalismo politico, storicamente il Papato usò, a sostegno delle proprie rivendicazioni politiche verso il nuovo Regno unitario, l’arma culturale del nazionalismo popolare, contrapponendo il popolo, inteso come masse caratterizzate da certi
costumi culturali tradizionali tra i
quali quelli religiosi, alla nuova classe dirigente nazionalista del Regno
d’Italia, che ancora doveva fare i suoi
italiani, ed effettivamente cominciò a riuscirci solo dopo essersi conciliata con il Papato. In questo conflitto si scontrarono due idee di civiltà, entrambe in
fase recessiva ai tempi nostri.
I nazionalismi che stanno prendendo piede in
Europa, nel tentativo di recuperare la cultura degli stati-nazione contro
quella delle comunità pluri-nazionali per sottrarsi agli obblighi di solidarietà
che queste ultime comportano, hanno seri problemi nel definire i fattori
culturali caratterizzanti le neo-nazioni da loro immaginate e idealizzate. Si tratta in genere di nazionalismi
incolti, in particolare poco attenti alla storia delle civiltà europee, e
vorrebbero affermare superficialmente un primato del noi, del proprio gruppo
nazionale, senza definirne con chiarezza i contorni, dando per scontati molti
aspetti e, in particolare, l’esistenza di una civiltà nazionale con caratteristiche proprie. In Italia lo si
fa con particolare disinvoltura, ad esempio transitando dal nazionalismo regionalistico
sviluppato tra gli anni ’80 del secolo scorso e il primo decennio del nuovo
millennio al nazionalismo unitario sul
modello ottocentesco, con gli stessi esponenti politici che adottano
l’ideologia e gli argomenti del secondo che avevano vivacemente contrastato,
con toni molto accesi, quando sostenevano il primo proponendosi la secessione.
Si tratta di un fenomeno europeo e che ha origine fondamentalmente nella grave
crisi recessiva iniziata nel 2008 e ancora in atto, che le istituzioni
dell’Unione Europea non hanno saputo fronteggiare tempestivamente e più
efficacemente in quanto non (più) sufficientemente pervase da culture solidariste. Questo perché l’Unione
Europea è stata investita dalla crisi nel bel mezzo di un delicatissimo
processo di ristrutturazione e di estensione nel quale non si metteva in conto
un disastro economico di quelle proporzioni e, anzi, si confidava in una
continua crescita sorretta dalle dinamiche di una libera economia capitalista
resa efficiente dalla competizione degli attori economici.
Per quanto i neo-nazionalisti vagheggino un
ritorno al passato, per via di
disgregazione degli accordi internazionali, non c’è alcun passato a cui
ritornare: si tratta di costruire
nuove società adatte ai tempi.
Purtroppo la cultura, e in particolare quella popolare, fa difetto e troviamo
riproposto, in varie forme, il modello di organizzazione sociale primitivo
strutturato su maschi dominanti, nel quale sembra potercisi raccapezzare più
facilmente. E’ appunto questo il senso delle organizzazioni basate su un
leader prevalente. Queste ultime sono
state accreditate da norme del 2013 (decreto legge n.149 del 2013, convertito
in legge con legge n.13 del 2014) che prescrivono di indicare negli statuti dei
partiti politici l'organo o comunque il
soggetto investito della rappresentanza legale, espressione che viene intesa
(erroneamente dal punto giuridico) equivalente a quella di capo politico. Giuridicamente, infatti, il rappresentante legale è solo colui che è autorizzato a manifestare all'esterno la volontà di un corpo collettivo, non necessariamente colui che decide, o addirittura decide da solo come demiurgo, al modo di un duce. In democrazia, anzi, si cerca di affidare le decisioni più importanti ad assemblee elettive, quindi a corpi collegiali.
La creazione di un nuova società può essere il
frutto di una conquista o di un regresso culturale, a seconda che ci si evolva
o si ritorni indietro. Al centro dell’attuale dottrina sociale c’è
l’esortazione a far evolvere le società umane organizzandole su scala
planetaria secondo principi di solidarietà e giustizia che ne garantiscano la
pacifica sopravvivenza, quelli che concepiscono l’umanità come un’unica
famiglia; la cultura politica dei neo-nazionalismi recupera invece ideologie
tribali primitive a fini di controllo sociale, ma comunque si trova a dover
interagire in un mondo globalizzato che di tribale non ha più nulla, un po’
come se un antico re-sacerdote potesse progettare un impresa spaziale su Marte,
invece che limitarsi ad invocare quel pianeta come un dio.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli