martedì 4 dicembre 2018

La costruzione della società: andando avanti o indietro?


La costruzione della società: andando avanti o indietro?

  La società è integralmente un fatto culturale, una creazione sociale. L'organizzazione della società dipende dalla cultura del gruppo che l'esprime, ma quella cultura è a sua volta un fatto sociale, dipende dalle dinamiche delle relazioni umane in quel gruppo di riferimento. Dalla natura abbiamo invece la nostra biologia, in particolare un cervello che risale a circa 200.000 anni fa. Dal cervello si è sviluppata la nostra mente, che è alla base della nostra evoluzione culturale, vale a dire degli usi, costumi e concezioni che caratterizzano e ordinano le società umane, e che fanno tutt’uno con esse. Su com’erano le società umane prima di circa seimila anni fa, in quella che definiamo  preistoria perché non ci ha lasciato cronache scritte,  abbiamo informazioni congetturali, imprecise, derivate dalle tracce che lasciarono e che siamo riusciti a rinvenire. Immaginiamo che siano state simili alle società meno evolute che ancora osserviamo tra gli attuali umani e che, per essere meno progredite, chiamiamo  primitive. Con le prime tracce scritte ci sono venute informazioni più precise, anche se i documenti che le contenevano  ci sono giunti in modo spesso frammentario, perché danneggiati nel corso di disastri naturali o sociali, in particolare dalle distruzioni belliche degli archivi o dal loro danneggiamento a seguito di abbandono. In Europa è solo dal Medioevo, vale a dire dal Quinto secolo della nostra era, che cominciano ad essere tenuti sistematicamente, in particolare da organizzazioni ecclesiastiche, degli archivi di documenti con cronache affidabili che ci sono giunti con una certa integrità. La nostra Bibbia, che contiene informazioni su società molto antiche, le prime risalenti a circa cinquemila anni addietro, ci può dare un’idea dell’evoluzione delle società umane, anche se le culture più antiche di cui ci tramanda la memoria non possono essere definite primitive  e, anzi, furono piuttosto evolute. Le cronache  bibliche partono infatti da una delle antiche civiltà della Mesopotamia, vissuta nei luoghi oggi dominati dallo stato dell’Iraq, molto progredita.
  Pensiamo alle prime società umane, ancora in epoca preistorica, come piccoli gruppi organizzati intorno a maschi, al modo come si osserva nelle società degli attuali primati, i parenti più prossimi che abbiamo tra gli animali, e che le relazioni di forza tra quei maschi dettassero la linea sociale. Nelle società primitive studiate dagli antropologi si hanno però tracce anche di ordinamenti  organizzati intorno a  madri dominanti. Quanto a quell'umanità primitiva, si immagina essersi trattato  inizialmente di gruppi nomadi che si spostavano alla ricerca delle risorse naturali necessarie per sopravvivere. La caratteristica degli umani di avere una lunga infanzia e di dover imparare  quasi tutto dagli altri, in società,  a parte il succhiare che ci è innato, diede un ruolo importante agli anziani, che trasmettevano  la sapienza collettiva in una tradizione culturale. Formandosi le prime civiltà, le possiamo immaginare dirette da un ceto dirigente formato da guerrieri e da anziani e che, progressivamente, le esigenze di ordine sociale per una più sicura sopravvivenza, abbiano fatto sorgere da esso la figura di un re-padre, ma anche di una  regina-madre, assistiti da un consiglio di anziani. Le prime concezioni politiche  avevano probabilmente carattere religioso, per cui il re era anche un sacerdote, il tramite tra le potenze superne e l’umanità, le prime immaginate come personificazione delle forze della natura. Una importante funzione delle prime organizzazioni sociali fu quindi il creare pace tra Cielo, le potenze incontrollabili della natura, e Terra. Da qui, con metamorfosi via via più evolute e complesse,  le varie sacralizzazioni  del potere che si sono osservate nelle società umane fino all’Ottocento, secondo le quali il dissenso politico era anche eresia, empietà religiosa, e poneva in pericolo la sopravvivenza sociale guastando il rapporto con la divinità.
  Non c’è quindi un modello  naturale  di società: le società si sono strutturate ed evolute secondo le culture che storicamente si sono formate nell'umanità. In particolare non lo è quello basato sull’idea di nazione, vale a dire di stirpe etnica caratterizzata da ben definiti usi e costumi, e in particolare da lingue e religione. Questo perché l’etnia  delle nazioni  è piuttosto problematica, per i rimescolamenti familiari che si sono sempre prodotti nell’interazione tra le società umane, e la cultura  è sempre solo occasionalmente collegata ad una certa etnia perché è semplicemente un sistema di relazioni sociali, che tra gruppi etnici si può avere più occasione di sviluppare per la più intensa e lunga convivenza.  Di fatto, negli stati contemporanei si osservano varie nazioni, nel senso che ho indicato,  e la nazione-stato, uno stato che governi una nazione in senso etnico e culturale, con confini geografici definiti quasi come per natura, dalle coste marittime, dai fiumi e dalle maggiori catene montane,  è quindi sempre solo  una concezione politica,  normativa e, prima di questo, una costruzione culturale con finalità politiche. Anzi, il nazionalismo politico  contemporaneo, che risale solo all’Ottocento, si  è sviluppato contrastando il pluralismo delle nazioni in senso etnico-culturale: è stato il caso del nazionalismo italiano, che ha abbattuto diversi ordinamenti che potevano essere considerati stati nazionali. Dal punto di vista culturale, i nostri nazionalisti ottocenteschi avevano ben chiaro che occorreva fare  l’Italia, ma anche  fare  gli italiani, costruirli quindi come popolo intorno a una  nuova  idea di nazione, benché fossero ancora molto distanti come culture e lingue. Contro questo nazionalismo politico, storicamente il Papato usò,  a sostegno delle proprie rivendicazioni politiche verso il nuovo Regno unitario,  l’arma culturale del nazionalismo popolare, contrapponendo il popolo,  inteso come masse caratterizzate da certi costumi culturali tradizionali  tra i quali quelli religiosi, alla nuova classe dirigente nazionalista del Regno d’Italia, che ancora doveva fare  i suoi italiani, ed  effettivamente cominciò  a riuscirci solo dopo essersi conciliata  con il Papato. In questo conflitto si scontrarono due idee di civiltà, entrambe in fase recessiva ai tempi nostri.
  I nazionalismi che stanno prendendo piede in Europa, nel tentativo di recuperare la cultura degli stati-nazione contro quella delle comunità pluri-nazionali per sottrarsi agli obblighi di solidarietà che queste ultime comportano, hanno seri problemi nel definire i fattori culturali caratterizzanti le neo-nazioni da loro immaginate e idealizzate. Si tratta in genere di nazionalismi incolti, in particolare poco attenti alla storia delle civiltà europee, e vorrebbero affermare superficialmente un primato del noi, del proprio gruppo nazionale, senza definirne con chiarezza i contorni, dando per scontati molti aspetti e, in particolare, l’esistenza di una civiltà nazionale  con caratteristiche proprie. In Italia lo si fa con particolare disinvoltura, ad esempio  transitando dal nazionalismo regionalistico sviluppato tra gli anni ’80 del secolo scorso e il primo decennio del nuovo millennio al nazionalismo  unitario sul modello ottocentesco, con gli stessi esponenti politici che adottano l’ideologia e gli argomenti del secondo che avevano vivacemente contrastato, con toni molto accesi, quando sostenevano il primo proponendosi la secessione. Si tratta di un fenomeno europeo e che ha origine fondamentalmente nella grave crisi recessiva iniziata nel 2008 e ancora in atto, che le istituzioni dell’Unione Europea non hanno saputo fronteggiare tempestivamente e più efficacemente in quanto non (più) sufficientemente pervase da  culture solidariste. Questo perché l’Unione Europea è stata investita dalla crisi nel bel mezzo di un delicatissimo processo di ristrutturazione e di estensione nel quale non si metteva in conto un disastro economico di quelle proporzioni e, anzi, si confidava in una continua crescita sorretta dalle dinamiche di una libera economia capitalista resa efficiente dalla competizione degli attori economici.
 Per quanto i neo-nazionalisti vagheggino un ritorno  al passato, per via di disgregazione degli accordi internazionali, non c’è alcun passato a cui ritornare: si tratta di costruire  nuove  società adatte ai tempi. Purtroppo la cultura, e in particolare quella popolare, fa difetto e troviamo riproposto, in varie forme, il modello di organizzazione sociale primitivo strutturato su maschi dominanti, nel quale sembra potercisi raccapezzare più facilmente. E’ appunto questo il senso delle organizzazioni basate su un leader  prevalente. Queste ultime sono state accreditate da norme del 2013 (decreto legge n.149 del 2013, convertito in legge con legge n.13 del 2014) che prescrivono di indicare negli statuti dei partiti politici l'organo  o comunque il soggetto investito della rappresentanza legale, espressione che viene intesa (erroneamente dal punto giuridico) equivalente a quella di capo politico. Giuridicamente, infatti, il rappresentante legale  è solo colui che è autorizzato a manifestare all'esterno la volontà di un corpo collettivo, non necessariamente colui che decide,  o addirittura decide da solo come demiurgo, al modo di un  duce. In democrazia, anzi, si cerca di affidare le decisioni più importanti ad assemblee elettive, quindi a corpi collegiali.
 La creazione di un nuova società può essere il frutto di una conquista o di un regresso culturale, a seconda che ci si evolva o si ritorni indietro. Al centro dell’attuale dottrina sociale c’è l’esortazione a far evolvere le società umane organizzandole su scala planetaria secondo principi di solidarietà e giustizia che ne garantiscano la pacifica sopravvivenza, quelli che concepiscono l’umanità come un’unica famiglia; la cultura politica dei neo-nazionalismi recupera invece ideologie tribali primitive a fini di controllo sociale, ma comunque si trova a dover interagire in un mondo globalizzato che di tribale non ha più nulla, un po’ come se un antico re-sacerdote potesse progettare un impresa spaziale su Marte, invece che limitarsi ad invocare quel pianeta come un dio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli