Metamorfosi
delle civiltà
Quando diciamo metamorfosi, parliamo greco antico. In quella lingua quella parola si scriveva μεταμόρϕωσις, si pronunciava come facciamo in italiano e derivava da un verbo che significava trasformare. E’ quando qualcosa cambia a tal punto da diventare un’altra, da non
essere più riconosciuta come quella di prima, pur avendosi consapevolezza che deriva da quella di prima nel corso di un processo, di una serie continua di
cambiamenti. Tutte le civiltà umane che oggi osserviamo, compresa
la nostra naturalmente, sono frutto di lunghe metamorfosi prodotte dall’interazione
tra le culture umane. E’ tanto evidente che può essere apprezzato anche da
persone che abbiano un’istruzione di base, ma è molto difficile da accettare
dal punto di vista culturale. Si preferisce, allora, pensare di vivere in una
civiltà che si è solo tramandata nell’essenziale, ma non veramente trasformata. Si pensa che, nel corso della
sua storia, si sia limitata ad arricchirsi di conoscenze e tecniche nuove,
rimanendo però sostanzialmente la stessa. In questo modo la si assimila all’essere umano, che
vediamo cambiare nel tempo conservando però una sua identità personale. In
realtà quello che accade agli esseri umani nella loro vita può essere
considerato una vera e propria metamorfosi, nel senso che ho prima indicato, ma
non è questo il problema: lo è invece il fatto che l’essere umano ha un tempo
limitato per vivere e quindi, per quanto effettivamente si trasformi, c’è un
limite oggettivo a come può farlo. Le civiltà, invece, intese come le culture che caratterizzano i popoli, gli ambienti
sociali maggiori, superano in durata la vita degli esseri umani che le animano
e hanno un tempo molto più lungo per
trasformarsi. Inoltre non hanno i limiti biologici dei singoli esseri umani, derivati
dalle caratteristiche delle loro menti e dallo scadimento progressivo del loro
supporto organico. La base biologica delle civiltà, infatti, si rigenera
continuamente, di generazione in generazione. Infine, le civiltà sono fenomeni
di massa. I singoli esseri umani cambiano per la loro biologia e le loro
relazioni culturali: sulla prima dinamica possono farci poco, per l’altra sono
meno limitati. Dal punto di vista della cultura, quindi degli usi e costumi di
riferimento, ciascuno può effettivamente diventare ciò che vuole. Ma si vuole
secondo ciò che si apprende: nessuno si fa da sé, né come biologia né come
cultura. Biologicamente si deriva da altri per processi fisiologici che solo ai
tempi nostri la scienza comincia a dominare, dal punto di vista della cultura
si deriva per apprendimento. A parte il succhiare e forse poco altro, tutto ciò
che sappiamo e sappiamo fare è appreso. Nelle dinamiche di civiltà questo processo di apprendimento si ripropone ma su scale molto più vaste, quante sono
le miriadi di relazioni sociali, e quindi culturali, che i popoli che quelle
civiltà animano sono in grado di intrattenere. E’ per questa via che si attua
la metamorfosi delle civiltà. Per apprendimento culturale.
Considerando la nostra fede religiosa, dal
punto di vista culturale essa è stata integralmente appresa da un’altra
civiltà, l’antico ebraismo, ma rimodellata in punti essenziali attraverso la
cultura greca dell’ellenismo, che proprio ai tempi del Maestro aveva preso a
influenzare in modo consistente l’ambiente culturale latino, il quale nella sua
espansione verso Oriente lo aveva incontrato venendone come fascinato. Si ricorda in proposito un detto del poeta romano Quinto Orazio Flacco, vissuto nel primo secolo dell'era antica, secondo la quale "La Grecia, vinta, conquistò il selvaggio vincitore". Come è accaduto infatti, se non per via di apprendimento culturale mediato dall'ellenismo, che sia divenuta tanto importante per noi
una città marginale del Vicino Oriente come Gerusalemme, che nel primo secolo
della nostra era la periferia di una periferia e che, in fondo, lo è sempre
rimasta fino ad oggi, per noi europei, dove si parlava una lingua locale ignota ai più al di fuori dell'ambiente culturale di origine?
In genere, in religione si pensa che il
cristianesimo sia derivato per metamorfosi dall’antico ebraismo, e gli
ebrei di oggi non lo accettano e protestano, giustamente. Questa idea è stata
anche all’origine di quel tipo di persecuzione dell’ebraismo contemporaneo del
cristianesimo che procede per tentativi di assimilazione culturale e che viene
vista dall’ebraismo come il pericolo maggiore, e questo fin dall’antichità e,
in particolare, quando si dovette confrontare con l’ellenismo, la cultura di
origine greca che negli ultimi tre secoli dell’era antica e nel primo secolo
della nostra prese a influenzare potentemente la civiltà latina e alcune di
quelle cadute nel dominio dell’Impero macedone e dei sistemi politici che da
esso storicamente derivarono. Se ne trova traccia nella nostra Bibbia e, in
particolare, nei due libri del Maccabei. E tuttavia bisogna osservare che all’ellenismo
fu dovuta l’opera che influì in maniera determinante nella costruzione, per metamorfosi,
della nostra fede religiosa, vale a dire la traduzione in greco della Bibbia
ebraica e di altri testi religiosi che, non compresi nella Bibbia ebraica,
confluirono nella nostra per la loro autorevolezza, compiuta ad Alessandria, in
Egitto, intorno al 200 dell’era antica, in ambiente ellenistico. Si tratta della traduzione in greco della
Bibbia detta dei Settanta. Questa fu
la Bibbia, che comprendeva solo gli scritti che oggi definiamo Antico Testamento, mediante la quale le
nostre prime collettività di fede, di etnia, lingua e cultura non ebraiche, conobbero la
cultura religiosa dell’antico ebraismo. La cultura greca fu tanto importante
per la nostra fede che gli scritti che
definiamo Nuovo Testamento, tra i quali i Vangeli ritenuti normativi in religione,
ci sono pervenuti all’origine in greco.
Da quello che ho cercato di sintetizzare
emerge chiaramente che condividiamo con l’ebraismo un importante lascito
culturale. Tuttavia, e questo è molto importante capirlo, il cristianesimo non è una metamorfosi dell’antico ebraismo,
sostanzialmente perché ne è divenuto molto presto, nel giro di circa trent’anni,
troppo distante culturalmente e
religiosamente, stravolgendone le categorie fondamentali, nella sua espansione
verso Occidente, a partire dall’originaria Antiochia di Siria, la città
ellenistica dove, si racconta, i cristiani
iniziarono ad essere chiamati in
quel modo.
Atti degli Apostoli 11,26
[26] Rimasero insieme un anno intero in quella
comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli
furono chiamati Cristiani.
Se il
cristianesimo fosse stato effettivamente una metamorfosi dell’antico ebraismo, avrebbe
condiviso con quest’ultimo una posizione di minoranza sociale, che ancora ai nostri giorni caratterizza l’ebraismo. Di che cosa fu metamorfosi allora? Come ha
potuto assumere una rilevanza tanto importante per la civiltà europea, quella quindi di
coloro che dall’Ottocento sono diventati i dominatori del mondo, da
esserne considerato addirittura tra le radici? Da quello che ho scritto sopra è piuttosto evidente, ma riconoscerlo, e soprattutto dirlo, risulta difficile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli