venerdì 14 dicembre 2018

Monoteismi


Monoteismi

  Ebraismo, cristianesimo e islamismo sono visti come accomunati dall’essere monoteismi. La critica razionale al monoteismo, dal punto di vista dei suoi effetti sulle società umane, è centrata sull’intolleranza religiosa che ne deriva, perché considerare il proprio l’unico  dio comporta il contrastare gli dei altrui, non ammettendone la coesistenza. E, certamente, se si osservano  le prassi seguite storicamente negli accostamenti tra civiltà monoteistiche e tra esse e civiltà politeistiche, si riscontra quella dinamica. Tuttavia è importante rendersi conto che l’assimilazione di quei monoteismi in un'unica categoria è superficiale, perché, in realtà si tratta di religioni profondamente diverse, molto più di quanto si sia portati a credere. Se però si mantiene quell’assimilazione, si è condotti fatalmente a vedere cristianesimo e islamismo come metamorfosi  dell’ebraismo  e a considerarli quindi come il superamento  di quest’ultimo perché più giovani, come appunto, nella biologia delle società umane, i giovani sostituiscono gli anziani già quando questi ultimi sono in vita e perdono le forze, ma tanto più quando scompaiono alla fine della loro vita. E’ per reagire a questo modo di pensare, quando si cominciò a prendere atto della sua inesattezza, che tra i cristiani si iniziò a parlare di Primo Testamento, invece che di Vecchio o Antico Testamento, riferendosi a quella parte della Bibbia che abbiamo appreso dall’antico ebraismo.
   Per vari motivi,  a cui accennerò, cristianesimo ed islamismo sono più vicini tra loro che all’ebraismo, con il quale condividono un importante patrimonio culturale, costituito dalle narrazioni bibliche e da un corpo di principi sapienziali, di vita buona. La loro differenza principale dall’ebraismo è che si presentano come religioni universalistiche, non legate a un singolo popolo, quindi ad un preciso ambiente culturale. Fondamentalmente si manifestano come correnti religiose volte a fare di tutta l’umanità una sola comunità legata da vincoli di rispetto e benevolenza, al modo di una famiglia. Questo aspetto manca nelle varie correnti culturali e religiose dell’ebraismo che si sono storicamente manifestate, e l’ebraismo, come fatto sociale, si è sempre presentato come legato ad un preciso ambiente culturale, ben delimitato da un complesso di riti, da un’etica e dalla riflessione dotta su quest’ultima. Ma, questo è molto importante da capire, non più su base etnica, nonostante l’importanza che ancora nell’ebraismo si dà ai legami familiari di discendenza, di stirpe: probabilmente per questa evoluzione è stato determinante il contesto culturale in cui l’ebraismo si è trovato inserito in Europa. A questo proposito leggo sulla pagina del sito ebraico <www.aish.com> (che è una fonte molto interessante di informazioni sull’ebraismo, perché interna all’ebraismo) <http://www.aish.com/sem/wtj/82878122.html>

The Racial Theory (The Big Six: Examining more frequently offered reasons for anti-Semitism.)
  This gave rise to a new excuse: the inferiority of the Jewish race. You can shed the external trappings of your life, shave your beard, get rid of your yarmulke [il copricapo rituale a forma di zucchetto, usato dagli ebrei, detto anche in italiano chippà], even change your religion. But you can never change your race.
The overriding problem with this theory is that it is self-contradictory: Jews are not a race. Anyone can become a Jew ― and members of every race, creed and color in the world have done so at one time or another.
  There is no distinguishing racial physical feature common only to Jews. Even the idea of a "Jewish nose" is a myth. Anti-Semites don't hate only those Jews who have distinctively Jewish physical features; they hate all Jews. They hate Eastern European Jews; they hate Israeli, Russian and Yemenite Jews; they hate blond, blue-eyed Dutch Jews, as well as dark-skinned, Mediterranean Jews. Any Jew will do.
Anti-Semitism cannot be explained as racism for the very simple reason that Jews are a nation, not a race.

La Teoria Razziale (I Grandi Sei: Esaminando le ragioni più frequentemente offerte per l'antisemitismo).
    Questo diede origine ad un nuovo pretesto: l'inferiorità della razza ebraica. Puoi liberarti delle trappole esterne della tua vita, raderti la barba, sbarazzarti del tuo yarmulke [il copricapo rituale a forma di zucchetto, usato dagli ebrei, detto anche in italiano chippà], persino cambiare la tua religione. Ma non puoi mai cambiare la tua razza.
Il problema principale di questa teoria è che è in sé contraddittoria: gli ebrei non sono una razza. Chiunque può diventare ebreo - e membri di ogni razza, credo e colore nel mondo lo hanno fatto una volta o l'altra.
   Non esiste alcuna caratteristica fisica razziale che sia comune solo agli ebrei. Anche l'idea di un "naso ebreo" è un mito. Gli antisemiti non odiano solo quegli ebrei che hanno caratteristiche fisiche distintamente ebraiche; odiano tutti gli ebrei. Odiano gli ebrei dell'Europa orientale; odiano gli ebrei israeliano, russo e yemenita; odiano gli ebrei olandesi biondi e con gli occhi azzurri, così come gli ebrei mediterranei dalla pelle scura. Qualsiasi ebreo.
Un anti-semitismo non può essere spiegato come razzismo per la semplice ragione che gli ebrei sono una nazione, non una razza.

  Mi pare che in quel testo si parli degli ebrei come di  una nazione, non come degli appartenenti ad una  religione, nello stesso senso in cui Giuseppe Mazzini, nell’Ottocento, parlava degli italiani come di una nazione. In effetti, il  Sionismo, come movimento nazionalista  ebraico, risale proprio all’Ottocento.
 Leggiamo sull’enciclopedia on line  Treccani, all’indirizzo < http://www.treccani.it/enciclopedia/sionismo/>

Sionismo - Movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme).
Sviluppatosi alla fine del 19° sec., in seguito all’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e alla crisi seguita al cosiddetto affare Dreyfus, il s. avanzò le proprie rivendicazioni nel Congresso di Basilea (1897), organizzato da Theodor Herzl. Furono allora tracciate le linee del futuro programma d’azione del s., in cui si fondevano tre tendenze: la prima, pratica, vedeva nella colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire agli Ebrei la loro dignità umana e per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio, e trovò il suo strumento nel Qeren qayyemeth le Yiśrā’ĕl («Fondo permanente per Israele», noto come Fondo nazionale ebraico), creato nel 1901 allo scopo di acquistare terreni in Palestina; la seconda tendenza, etico-religiosa, si batteva per un ritorno alla tradizione e la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori culturali e religiosi dell’ebraismo; infine la tendenza politica mirava a ottenere la concessione di una ‘carta’ internazionale che autorizzasse e tutelasse l’immigrazione ebraica in Palestina.

 L’attuale Stato di Israele, fondato nel 1948, condivide con l’Italia il fatto di essere stato costruito oltre che costituito, facendo forza sul ciò che si aveva in comune, dal punto di vista culturale, e mettendo in secondo piano ciò che divideva, ad esempio le differenze fisionomiche e la  lingua, che tra gli ebrei dell’Europa orientale era lo yiddish, non compreso e parlato dagli ebrei inseriti in altre culture. Insomma, anche in Israele, dopo aver costituito lo stato si dovettero fare  gli israeliani, innanzi tutto ripristinando    una lingua popolare comune, a partire da quella dotta del Talmud. Lo stesso accadde con l’italiano. L’operazione culturale e politica può dirsi riuscita in Israele, fondamentalmente per le  limitate dimensioni del nuovo stato; non ancora in Italia, nella quale ciclicamente risorgono tendenze secessioniste.
  Ma, tornando ora a concentrarci su cristianesimo e islamismo, queste due religioni, che hanno avuto e hanno importanti risvolti politici, non hanno connotati nazionalistici, tanto che storicamente hanno pervaso le più diverse nazioni in senso culturale e politico. In particolare, la forza espansiva del cristianesimo nelle relazioni interculturali e nella politica fu costituita storicamente da due fattori: nel Medioevo dall’universalismo che gli derivava dall’aver assimilato nella sua teologia parti importanti della cultura universalistica greca e quella giuridica dell'antica romanità, successivamente dalla forza delle armi. Quest’ultimo fattore fu determinante nell’ultima espansione a livello globale dall’Ottocento, veicolata dal colonialismo europeo. Dalla seconda metà del Novecento ha iniziato  nuovamente a prevalere l’universalismo culturale delle origini. Ai tempi nostri il Magistero sostiene, riprendendo del resto concezioni risalenti alle origini del pensiero sociale cristiano, che il cristianesimo  non è legato ad alcuna cultura particolare e  si può incarnare in tutte. Il cristianesimo non concepisce più la diversità culturale come una minaccia. Fino ad un passato piuttosto recente lo si pensava molto più legato alle culture degli europei, in particolare considerandolo tra le radici  delle civiltà europee e quindi ad esse connesso al modo dei vegetali, nei quali la radice fa parte della pianta e non può vivere senza di essa. Ai tempi nostri questa metafora biologica è stata sostanzialmente dismessa e, parlando di radici, si vuole intendere i fondamenti culturali. Questo rende possibile anche una critica religiosa delle attuali civiltà europee.
  I tre monoteismi, dunque, non riflettono tanto e principalmente  una diversa concezione teologica, ma una diversa concezione dell’umanità, dalla quale consegue  una teologia. Questa diversa concezione dell’umanità spiega bene perché cristianesimo e islamismo non possono essere considerati metamorfosi dell’ebraismo, pur condividendo con esso importanti narrazioni e un’impostazione etica. Essi, in realtà, sono metamorfosi delle società che li espressero, non dell'antico ebraismo. In particolare, il cristianesimo si presenta come risultato di un metamorfosi dell'antica civiltà greco-romana per via di fusione, con l'apprendimento dall'antico ebraismo di un importante patrimonio culturale e religioso, poi liberamente rimaneggiato secondo le esigenze sociali, culturali e politiche dei tempi. Dalla seconda metà del Novecento, mutando queste ultime in una storia che si andava globalizzando a livello planetario, si è prodotta l'ultima spettacolare metamorfosi, che è ancora in corso e data, per i cattolici, dall'ultimo Concilio Ecumenico, il Vaticano 2° (1962-1965),  ma che corrisponde a impostazioni sensibili anche nelle altre confessioni cristiane.
 Concludo osservando che una religione che si propone di riconoscere  (non di costruire, e questa è la fondamentale divergenza di concezioni antropologiche, sull'umanità, tra gli attuali cristianesimi e gli islamismi loro contemporanei) nell'umanità un'unica famiglia (come espressione del suo monoteismo) sarà portata a ripudiare ogni discriminazione su base religiosa, e la violenza religiosa che fatalmente ne consegue, e a discernere nelle altre concezioni religiose, monoteistiche o politeistiche, aneliti religiosi simili ai propri. Questa è la base di ogni dialogo religioso, in quello che si chiama Spirito di Assisi,  dal luogo dove si tenne, nel 1986,  presieduto dal papa Giovanni Paolo 2°, il primo di una serie di incontri tra esponenti di varie religioni a livello mondiale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli