Monoteismi
Ebraismo, cristianesimo e islamismo sono visti come accomunati dall’essere
monoteismi. La critica razionale al monoteismo, dal punto di vista dei suoi
effetti sulle società umane, è centrata sull’intolleranza religiosa che ne
deriva, perché considerare il proprio l’unico
dio comporta il contrastare gli dei
altrui, non ammettendone la coesistenza. E, certamente, se si osservano
le prassi seguite storicamente negli accostamenti tra civiltà
monoteistiche e tra esse e civiltà politeistiche, si riscontra quella dinamica.
Tuttavia è importante rendersi conto che l’assimilazione di quei monoteismi in un'unica
categoria è superficiale, perché, in realtà si tratta di religioni
profondamente diverse, molto più di quanto si sia portati a credere. Se però si
mantiene quell’assimilazione, si è condotti fatalmente a vedere cristianesimo e
islamismo come metamorfosi dell’ebraismo
e a considerarli quindi come il superamento
di quest’ultimo perché più giovani, come appunto, nella biologia
delle società umane, i giovani sostituiscono gli anziani già quando questi
ultimi sono in vita e perdono le forze, ma tanto più quando scompaiono alla
fine della loro vita. E’ per reagire a questo modo di pensare, quando si
cominciò a prendere atto della sua inesattezza, che tra i cristiani si iniziò a
parlare di Primo Testamento, invece
che di Vecchio o Antico Testamento, riferendosi a quella parte della Bibbia che
abbiamo appreso dall’antico ebraismo.
Per vari motivi, a cui accennerò,
cristianesimo ed islamismo sono più vicini tra loro che all’ebraismo, con il
quale condividono un importante patrimonio culturale, costituito dalle
narrazioni bibliche e da un corpo di principi sapienziali, di vita buona. La
loro differenza principale dall’ebraismo è che si presentano come religioni universalistiche, non legate a un
singolo popolo, quindi ad un preciso
ambiente culturale. Fondamentalmente si manifestano come correnti religiose
volte a fare di tutta l’umanità una sola comunità legata da vincoli di rispetto
e benevolenza, al modo di una famiglia. Questo aspetto manca nelle varie
correnti culturali e religiose dell’ebraismo che si sono storicamente
manifestate, e l’ebraismo, come fatto sociale, si è sempre presentato come
legato ad un preciso ambiente culturale, ben delimitato da un complesso di
riti, da un’etica e dalla riflessione dotta su quest’ultima. Ma, questo è molto
importante da capire, non più su base etnica, nonostante l’importanza che ancora
nell’ebraismo si dà ai legami familiari di discendenza, di stirpe:
probabilmente per questa evoluzione è stato determinante il contesto culturale in
cui l’ebraismo si è trovato inserito in Europa. A questo proposito leggo sulla
pagina del sito ebraico <www.aish.com> (che è una fonte molto
interessante di informazioni sull’ebraismo, perché interna all’ebraismo) <http://www.aish.com/sem/wtj/82878122.html>
The Racial Theory (The Big Six: Examining more frequently offered
reasons for anti-Semitism.)
This gave rise to a new excuse: the
inferiority of the Jewish race. You can shed the external trappings of your
life, shave your beard, get rid of your yarmulke [il copricapo rituale a forma di zucchetto, usato dagli ebrei, detto anche in italiano chippà], even change your religion.
But you can never change your race.
The
overriding problem with this theory is that it is self-contradictory: Jews are
not a race. Anyone can become a Jew ― and members of every race, creed and
color in the world have done so at one time or another.
There is no
distinguishing racial physical feature common only to Jews. Even the idea of a
"Jewish nose" is a myth. Anti-Semites don't hate only those Jews who
have distinctively Jewish physical features; they hate all Jews. They hate
Eastern European Jews; they hate Israeli, Russian and Yemenite Jews; they hate
blond, blue-eyed Dutch Jews, as well as dark-skinned, Mediterranean Jews. Any
Jew will do.
Anti-Semitism
cannot be explained as racism for the very simple reason that Jews are a
nation, not a race.
La Teoria Razziale (I Grandi Sei:
Esaminando le ragioni più frequentemente offerte per l'antisemitismo).
Questo diede origine ad un nuovo pretesto:
l'inferiorità della razza ebraica. Puoi liberarti delle trappole esterne della
tua vita, raderti la barba, sbarazzarti del tuo yarmulke [il copricapo rituale a forma di zucchetto, usato dagli ebrei, detto anche in italiano chippà], persino cambiare la
tua religione. Ma non puoi mai cambiare la tua razza.
Il problema principale di questa
teoria è che è in sé contraddittoria: gli ebrei non sono una razza. Chiunque
può diventare ebreo - e membri di ogni razza, credo e colore nel mondo lo hanno
fatto una volta o l'altra.
Non esiste alcuna
caratteristica fisica razziale che sia comune solo agli ebrei. Anche l'idea di
un "naso ebreo" è un mito. Gli antisemiti non odiano solo quegli
ebrei che hanno caratteristiche fisiche distintamente ebraiche; odiano tutti
gli ebrei. Odiano gli ebrei dell'Europa orientale; odiano gli ebrei israeliano,
russo e yemenita; odiano gli ebrei olandesi biondi e con gli occhi azzurri,
così come gli ebrei mediterranei dalla pelle scura. Qualsiasi ebreo.
Un anti-semitismo non può essere
spiegato come razzismo per la semplice ragione che gli ebrei sono una nazione,
non una razza.
Mi pare che in quel testo si parli degli ebrei come di una nazione, non come degli appartenenti ad
una religione, nello stesso senso in cui
Giuseppe Mazzini, nell’Ottocento, parlava degli italiani come di una nazione.
In effetti, il Sionismo, come movimento nazionalista ebraico, risale proprio all’Ottocento.
Leggiamo sull’enciclopedia on line Treccani, all’indirizzo < http://www.treccani.it/enciclopedia/sionismo/>
Sionismo - Movimento politico e ideologia volti alla
creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion ,
nome della collina di Gerusalemme ).
Sviluppatosi alla fine del 19° sec., in
seguito all’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa
orientale e alla crisi seguita al cosiddetto affare Dreyfus, il s. avanzò le
proprie rivendicazioni nel Congresso di Basilea (1897), organizzato da Theodor
Herzl . Furono allora tracciate le linee del futuro
programma d’azione del s., in cui si fondevano tre tendenze: la prima, pratica,
vedeva nella colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire
agli Ebrei la loro dignità umana e per far valere in futuro effettivi diritti
sul territorio, e trovò il suo strumento nel Qeren qayyemeth le Yiśrā’ĕl
(«Fondo permanente per Israele »,
noto come Fondo nazionale ebraico), creato nel 1901 allo scopo di acquistare
terreni in Palestina; la seconda tendenza, etico-religiosa, si batteva per un
ritorno alla tradizione e la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori
culturali e religiosi dell’ebraismo; infine la tendenza politica mirava a ottenere
la concessione di una ‘carta’ internazionale che autorizzasse e tutelasse
l’immigrazione ebraica in Palestina.
L’attuale
Stato di Israele, fondato nel 1948, condivide con l’Italia il fatto di essere
stato costruito oltre che costituito, facendo forza sul ciò che si
aveva in comune, dal punto di vista culturale, e mettendo in secondo piano ciò
che divideva, ad esempio le differenze fisionomiche e la lingua, che tra gli ebrei dell’Europa orientale era
lo yiddish, non compreso e parlato dagli ebrei
inseriti in altre culture. Insomma, anche in Israele, dopo aver costituito lo
stato si dovettero fare gli israeliani, innanzi tutto ripristinando una
lingua popolare comune, a partire da quella dotta del Talmud. Lo stesso accadde
con l’italiano. L’operazione culturale e politica può dirsi riuscita in Israele,
fondamentalmente per le limitate dimensioni del nuovo stato; non ancora in Italia, nella
quale ciclicamente risorgono tendenze secessioniste.
Ma, tornando ora a concentrarci su
cristianesimo e islamismo, queste due religioni, che hanno avuto e hanno
importanti risvolti politici, non hanno connotati nazionalistici, tanto che
storicamente hanno pervaso le più diverse nazioni in senso culturale e
politico. In particolare, la forza espansiva del cristianesimo nelle relazioni
interculturali e nella politica fu costituita storicamente da due fattori: nel Medioevo dall’universalismo
che gli derivava dall’aver assimilato nella sua teologia parti importanti della
cultura universalistica greca e quella giuridica dell'antica romanità, successivamente dalla forza delle armi. Quest’ultimo
fattore fu determinante nell’ultima espansione a livello globale dall’Ottocento,
veicolata dal colonialismo europeo. Dalla seconda metà del Novecento ha
iniziato nuovamente a prevalere l’universalismo
culturale delle origini. Ai tempi nostri il Magistero sostiene, riprendendo del resto concezioni risalenti alle origini del pensiero sociale cristiano, che il
cristianesimo non è legato ad alcuna cultura particolare
e si può incarnare in tutte. Il
cristianesimo non concepisce più la diversità culturale come una minaccia. Fino
ad un passato piuttosto recente lo si pensava molto più legato alle culture
degli europei, in particolare considerandolo tra le radici delle civiltà europee
e quindi ad esse connesso al modo dei vegetali, nei quali la radice fa parte
della pianta e non può vivere senza di essa. Ai tempi nostri questa metafora
biologica è stata sostanzialmente dismessa e, parlando di radici, si vuole intendere i fondamenti culturali. Questo rende
possibile anche una critica religiosa delle attuali civiltà europee.
I tre
monoteismi, dunque, non riflettono tanto e principalmente una diversa concezione teologica, ma una
diversa concezione dell’umanità, dalla quale consegue una teologia. Questa
diversa concezione dell’umanità spiega bene perché cristianesimo e islamismo
non possono essere considerati metamorfosi dell’ebraismo, pur condividendo con esso importanti narrazioni e un’impostazione etica. Essi, in realtà, sono
metamorfosi delle società che li espressero, non dell'antico ebraismo. In particolare, il cristianesimo si presenta come risultato di un metamorfosi dell'antica civiltà greco-romana per via di fusione, con l'apprendimento dall'antico ebraismo di un importante patrimonio culturale e religioso, poi liberamente rimaneggiato secondo le esigenze sociali, culturali e politiche dei tempi. Dalla seconda metà del Novecento, mutando queste ultime in una storia che si andava globalizzando a livello planetario, si è prodotta l'ultima spettacolare metamorfosi, che è ancora in corso e data, per i cattolici, dall'ultimo Concilio Ecumenico, il Vaticano 2° (1962-1965), ma che corrisponde a impostazioni sensibili anche nelle altre confessioni cristiane.
Concludo osservando che una religione che si propone di riconoscere (non di costruire, e questa è la fondamentale divergenza di concezioni antropologiche, sull'umanità, tra gli attuali cristianesimi e gli islamismi loro contemporanei) nell'umanità un'unica famiglia (come espressione del suo monoteismo) sarà portata a ripudiare ogni discriminazione su base religiosa, e la violenza religiosa che fatalmente ne consegue, e a discernere nelle altre concezioni religiose, monoteistiche o politeistiche, aneliti religiosi simili ai propri. Questa è la base di ogni dialogo religioso, in quello che si chiama Spirito di Assisi, dal luogo dove si tenne, nel 1986, presieduto dal papa Giovanni Paolo 2°, il primo di una serie di incontri tra esponenti di varie religioni a livello mondiale.
Concludo osservando che una religione che si propone di riconoscere (non di costruire, e questa è la fondamentale divergenza di concezioni antropologiche, sull'umanità, tra gli attuali cristianesimi e gli islamismi loro contemporanei) nell'umanità un'unica famiglia (come espressione del suo monoteismo) sarà portata a ripudiare ogni discriminazione su base religiosa, e la violenza religiosa che fatalmente ne consegue, e a discernere nelle altre concezioni religiose, monoteistiche o politeistiche, aneliti religiosi simili ai propri. Questa è la base di ogni dialogo religioso, in quello che si chiama Spirito di Assisi, dal luogo dove si tenne, nel 1986, presieduto dal papa Giovanni Paolo 2°, il primo di una serie di incontri tra esponenti di varie religioni a livello mondiale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli