giovedì 8 novembre 2018

Ricette di vita buona


Ricette di vita buona

 La nostra religione non  è un ricetta di vita buona. Dicono che complica la vita, in realtà serve a sopravvivere in una società che si è molto complicata. Non è stata pensata per eremiti, per gente a cui va di isolarsi circondata dai propri fantasmi. Vissuta in quel modo perde senso. Anche tra noi ci sono stati, e ci sono ancora, monaci eremiti, ma vivono la loro spiritualità pensandosi legati all’intera umanità e addirittura all'universo: cercano, e riescono a vivere, in questa che chiamano unione mistica, che significa appunto quello. Questo è, allora, in modo per superare  i  nostri limiti umani, che ci confinano in ambienti sociali piuttosto ristretti. In effetti, per nostri limiti biologici di specie, non possiamo gestire un grande numero di contatti personali. Quindi le moltitudini, si tratti di esseri umani, di formiche o di zucchine, ci sfuggono: ne abbiamo immagini approssimative, mediate  da sintesi e semplificazioni. Una di queste è la statistica. E’ sicuramente più precisa di certe favole, ma, quando si la si utilizza per situazioni molto limitate, la tua vita, la mia, la tua e la mia vita insieme, noi due, delude. Ma è così anche quando si lancia in previsioni di lunga durata, ad esempio su fatti sociali molto importanti e che coinvolgono moltitudini come quelli economici.
 Uno dei nostri tanti limiti biologici è quello dell’apprendimento e un altro è quello della memoria. A parte il succhiare, che sappiamo fare addirittura prima di nascere, dobbiamo imparare tutto e tendiamo a dimenticare. Apprendiamo dai maestri e vedendo come fanno gli altri. Si tratta di un processo faticoso, che va rinnovato e, anzi, mai interrotto. Sembra che gli anziani, e parlo di gente dai cinquanta in su, tendano a dimenticare più degli altri, ma è così solo andando molto avanti con l’età, quando il nostro cervello è più duramente colpito dall’invecchiamento. Per gli altri è solo il risultato del mancato ripasso di ciò che si è appreso e anche del difettoso aggiornamento. Un adulto si aggiorna in ciò che lo interessa e lo interessa ciò che gli serve in società. Con l’avanzare dell'età si vive in gruppi sempre più limitati, per varie ragioni, innanzi tutto per la naturale progressiva estinzione dei coetanei, poi perché mancano le forze per dedicare più tempo ai contatti umani, e, infine, perché viene meno una delle spinte emotive più importanti verso gli altri, quella degli impulsi sessuali. L’anziano non è solo, quindi, una persona più limitata dei più giovani, ma non sente neanche la necessità di allargare la cerchia dei suoi rapporti. Quando gli accade di farlo o di trovarvisi in mezzo, si sente a disagio, non sa più bene che fare, come comportarsi con gli altri. Quella italiana è una società, lo dimostra un dato statistico recentemente diffuso, in cui gli anziani hanno iniziato a prevalere su chi ha meno di trent’anni  e, anche nei nostri gruppi ecclesiali, è considerato giovane. Questo determina che le concezioni e dinamiche prevalenti sono quelle degli anziani, e si vede. Si parla di rinascita del fascismo, ma quest’ultimo fu storicamente centrato su una propaganda giovanilistica e si proponeva di fare dei giovani il motore del cambiamento della società. In realtà si tratta di qualcosa di diverso, che non c’è mai stato nella storia dell’umanità, perché quelle Occidentali avanzate sono le prime società che hanno così tanti anziani tra loro. Così, non abbiamo ancora una parola per definire questa nuova società in cui ci siamo ritrovati a vivere. Quello che ognuno può arrivare a constatare, anche nella propria limitata realtà sociale, è però che non ci si vive tanto bene, al più si sopravvive, innanzi tutto perché non c’è una vera immagine del futuro. Si parla quindi di vivere come in un eterno presente. Ma il tempo passa, il futuro ci è addosso. Se ne ha paura. Ecco, per definire la società italiana del nostro tempo, che condivide le stesse situazioni esistenziali con altre società Occidentali, bisognerebbe usare qualche derivato della parola paura o, detto nel greco antico, fobia, un po’ come  "futurofobia". La nostra società si presenta come futurofobica. E' un sentimento da anziani. Queste caratteristiche sociali, che negli anni Settanta iniziavano a manifestarsi, furono ben intese, veramente con spirito profetico, da san Karol Wojtyla, il quale, in una storica omelia del ’78, qualche giorno dopo la sua elezione a Papa, così ci esortò:
«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
 Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»
   Dunque la via della nostra religione è quella che ricrea uno spirito saldo in un cuore puro e così cerca di vincere le paure che minacciano di dominarci  e che ci spingono a rinchiuderci in fortezze sociali e fisiche. La sua ricetta, non per fare buona la vita del singolo ma per far sopravvivere l'intera umanità, è di spalancare le porte, dunque fare esperienza degli altri, liberarci dalla nostra mentalità confinata che corrisponde ad una nostra esistenza progressivamente ridotta, e così umiliata,  in ambienti sociali sempre più piccoli. Chi pensa la religione come un costume da realizzare in piccoli gruppi di autocoscienza non l’ha veramente compresa e, in fondo, la strumentalizza, la riduce a ricetta di vita buona, con risultati in genere mediocri. Dalla nostra religione siamo invece stati lanciati fino agli estremi confini della Terra, questa è la nostra missione. E’ questo che condusse il palestinese Pietro a Roma, tanto lontano dalla sua società di origine. Anche il Maestro, durante i pochi anni della sua missione terrena, iniziò a spostarsi, non rimase confinato nella sua Galilea. Dopo, intesero il suo insegnamento genti di ogni lingua e cultura, e questo stupì i suoi primi discepoli. Ci ha promesso di rimanere con noi per sempre: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», sono le ultime parole del Vangelo secondo Matteo nella traduzione Cei del 2008. Ma non per tranquillizzarci nelle nostre microliturgie sociali: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni», questa è la missione [Mt 28,19].
  Ricordalo, tu, che, da anziano, l’altro giorno te ne sei uscito con parole razziste perché hai paura di tutto. E sei dei nostri. Perché hai paura di tutto? E’ questo l’ideale di vita di quand’eri giovane?
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli