Ricette di vita buona
La nostra religione non è un ricetta di vita buona. Dicono che
complica la vita, in realtà serve a sopravvivere in una società che si è molto
complicata. Non è stata pensata per eremiti, per gente a cui va di isolarsi
circondata dai propri fantasmi. Vissuta in quel modo perde senso. Anche tra noi
ci sono stati, e ci sono ancora, monaci eremiti, ma vivono la loro spiritualità
pensandosi legati all’intera umanità e addirittura all'universo: cercano, e
riescono a vivere, in questa che chiamano unione
mistica, che significa appunto quello. Questo è, allora, in modo per superare i
nostri limiti umani, che ci confinano in ambienti sociali piuttosto ristretti. In effetti, per nostri limiti biologici di specie, non possiamo
gestire un grande numero di contatti personali. Quindi le moltitudini, si
tratti di esseri umani, di formiche o di zucchine, ci sfuggono: ne abbiamo
immagini approssimative, mediate da sintesi e semplificazioni. Una di queste è
la statistica. E’ sicuramente più precisa di certe favole, ma, quando si la si
utilizza per situazioni molto limitate, la tua vita, la mia, la tua e la mia
vita insieme, noi due, delude. Ma è così anche quando si lancia in previsioni
di lunga durata, ad esempio su fatti sociali molto importanti e che coinvolgono
moltitudini come quelli economici.
Uno dei nostri tanti limiti biologici è quello
dell’apprendimento e un altro è quello della memoria. A parte il succhiare, che sappiamo fare
addirittura prima di nascere, dobbiamo imparare tutto e tendiamo a dimenticare.
Apprendiamo dai maestri e vedendo come fanno gli altri. Si tratta di un
processo faticoso, che va rinnovato e, anzi, mai interrotto. Sembra che gli
anziani, e parlo di gente dai cinquanta in su, tendano a dimenticare più degli
altri, ma è così solo andando molto avanti con l’età, quando il nostro cervello
è più duramente colpito dall’invecchiamento. Per gli altri è solo il risultato
del mancato ripasso di ciò che si è appreso e anche del difettoso
aggiornamento. Un adulto si aggiorna in ciò che lo interessa e lo interessa ciò
che gli serve in società. Con l’avanzare dell'età si vive in gruppi sempre più limitati, per
varie ragioni, innanzi tutto per la naturale progressiva estinzione dei
coetanei, poi perché mancano le forze per dedicare più tempo ai contatti umani,
e, infine, perché viene meno una delle spinte emotive più importanti verso gli
altri, quella degli impulsi sessuali. L’anziano non è solo, quindi, una persona più limitata
dei più giovani, ma non sente neanche la necessità di allargare la cerchia dei suoi
rapporti. Quando gli accade di farlo o di trovarvisi in mezzo, si sente a disagio, non sa più bene che fare, come comportarsi con gli altri. Quella italiana è una società, lo dimostra un dato statistico recentemente diffuso, in cui gli anziani hanno iniziato a
prevalere su chi ha meno di trent’anni e, anche nei nostri gruppi ecclesiali,
è considerato giovane. Questo
determina che le concezioni e dinamiche prevalenti sono quelle degli anziani, e
si vede. Si parla di rinascita del fascismo, ma quest’ultimo fu storicamente
centrato su una propaganda giovanilistica e si proponeva di fare dei giovani il
motore del cambiamento della società. In realtà si tratta di qualcosa di
diverso, che non c’è mai stato nella storia dell’umanità, perché quelle
Occidentali avanzate sono le prime società che hanno così tanti anziani tra loro.
Così, non abbiamo ancora una parola per definire questa nuova società in cui ci
siamo ritrovati a vivere. Quello che ognuno può arrivare a constatare, anche
nella propria limitata realtà sociale, è però che non ci si vive tanto bene, al
più si sopravvive, innanzi tutto perché non c’è una vera immagine del futuro.
Si parla quindi di vivere come in un eterno presente. Ma il tempo passa, il
futuro ci è addosso. Se ne ha paura. Ecco, per definire la società italiana del
nostro tempo, che condivide le stesse situazioni esistenziali con altre società
Occidentali, bisognerebbe usare qualche derivato della parola paura o, detto nel greco antico, fobia, un po’ come "futurofobia". La nostra società si presenta come futurofobica. E' un sentimento da anziani. Queste caratteristiche sociali, che negli anni
Settanta iniziavano a manifestarsi, furono ben intese, veramente con spirito
profetico, da san Karol Wojtyla, il quale, in una storica omelia del ’78, qualche
giorno dopo la sua elezione a Papa, così ci esortò:
«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le
porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà
aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti
campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è
dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»
Dunque
la via della nostra religione è quella che ricrea uno spirito saldo in un cuore
puro e così cerca di vincere le paure che minacciano di dominarci e che ci spingono a rinchiuderci in fortezze sociali e fisiche. La sua ricetta, non per fare buona la vita del singolo ma per far sopravvivere l'intera umanità, è di spalancare le porte, dunque fare
esperienza degli altri, liberarci dalla nostra mentalità confinata che
corrisponde ad una nostra esistenza progressivamente ridotta, e così umiliata, in ambienti sociali sempre più
piccoli. Chi pensa la religione come un costume da realizzare in piccoli gruppi di autocoscienza non l’ha
veramente compresa e, in fondo, la strumentalizza, la riduce a ricetta di vita buona, con risultati in genere mediocri. Dalla nostra religione siamo invece stati lanciati fino agli estremi confini della Terra, questa è la nostra missione. E’
questo che condusse il palestinese Pietro a Roma, tanto lontano dalla sua
società di origine. Anche il Maestro, durante i pochi anni della sua missione
terrena, iniziò a spostarsi, non rimase confinato nella sua Galilea. Dopo, intesero
il suo insegnamento genti di ogni lingua e cultura, e questo stupì i suoi primi
discepoli. Ci ha promesso di rimanere con noi per sempre: «Ecco, io sono con voi
tutti i giorni, fino alla fine del mondo», sono le ultime parole del Vangelo secondo Matteo nella
traduzione Cei del 2008. Ma non per tranquillizzarci nelle nostre microliturgie
sociali: «Andate dunque e
ammaestrate tutte le nazioni», questa è la
missione [Mt 28,19].
Ricordalo, tu, che, da anziano, l’altro
giorno te ne sei uscito con parole razziste perché hai paura di tutto. E sei
dei nostri. Perché hai paura di tutto? E’ questo l’ideale di vita di quand’eri
giovane?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli