mercoledì 7 novembre 2018

Razzismo e ignoranza


Razzismo  e ignoranza

 Anche nelle parrocchie si sentono, da giovani e anziani, discorsi francamente razzisti. Di solito chi li fa è un incolto, o perché sta ancora studiando ma dallo studio non sembra trarre molto profitto, o perché, per troppa lunga desuetudine, ha dimenticato ciò che ha imparato. Chi non sa, ha paura di tutto e di tutti, perché non capisce il mondo intorno. Vede in giro gente con una faccia diversa e si sente perso. Se avesse in casa un mappamondo e tempo per dargli un'occhiata, si renderebbe conto che la Terra è piena di gente diversa. Guardando le etichette dei prodotti che acquista per la vita di tutti i giorni, scoprirebbe poi che sono fatti da quella gente e che, quindi, per vivere bene, bisogna imparare ad andare d'accordo con i diversi. Ma non trova il tempo per farlo e nemmeno ne ha voglia. Sta prevalentemente con i pochi amici suoi, o almeno con quelli che gli si presentano come tali.  Questa è la base del razzismo popolare. C’è anche, largamente minoritario però, quello delle persone colte. In genere quest’ultimo non fa bene i conti con la realtà, si muove in un mondo immaginario, di fantasmi, quello appunto in cui ci sono razze  superiori e inferiori e, di solito, chi fa certi discorsi razzisti immagina  di essere capitato in una di quelle superiori. E se anche la sua non è tra quelle considerate tali nel mondo, la sogna, e cerca di descriverla, così.  Da ciò poi vengono quelle sparate crudeli, indifferenti verso gli altri e le loro sofferenze,  come sono le tirate razziste, che di superiore  hanno poco, perché paiono l’espressione della nostra antica mentalità di belve, quelle dalle quali biologicamente discendiamo e abbiamo da millenni cercato di elevarci, innanzi tutto pensando religiosamente.
  L’antidoto è la conoscenza. Il sapere eleva, se è vero sapere. Però bisogna cercarsi buoni maestri. Raramente si ha successo come autodidatti. In religione però siamo messi sull'avviso: non tutti coloro che hanno fama di maestri sono buoni maestri. Da gente di fede cerchiamo di metterci alla scuola del nostro buon Maestro. Chi fa discorsi razzisti, anche in parrocchia, è però sulla cattiva strada, si allontana da lui, fa peccato  si dice in religione (la domenica a Messa, chiediamo perdono per i peccati fatti con pensieri, parole, opere, omissioni, "per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa", recitiamo spesso distrattamente), e un peccato molto grave. Com'è, allora, che in parrocchia si sentono discorsi razzisti? Chi li fa non solo fa il male, ma rinuncia a capire ed ha la testa piena di favole e di paure. Chi si accontenta di favole rimane però in una condizione infantile. E un certo rimbambimento è sicuramente all’origine del razzismo popolare. Dicono che la religione sia  un complesso di favole. Nel suo contrastare apertamente il razzismo dimostra di non esserlo, sebbene esistano anche religioni razziste. Il razzismo  è una favola,  una favola cattiva, perché infondato dal punto di vista biologico, psicologico, antropologico, sociologico e culturale. La scienza contemporanea ha dimostrato in maniera affidabile che le nostre differenze etniche sono superficiali, come se ne può rendere conto chi fa l’esperienza di immergersi in altre culture. E’ innanzi tutto l’esperienza dei migranti. Ecco perché nell'Ottocento faceva parte dell'iniziazione alla vita adulta dei figli delle classi privilegiate il viaggio in altre nazioni. Chi viaggia, e anche il migrante per persecuzione o bisogno, svolge un ruolo importante in società: avvicina le culture. E' costretto a fare un sforzo in quel senso, che spesso chi non viaggia è riluttante a fare. Verso il viaggiatore che viene da lontano siamo sospettosi. Da viaggiatori, però, non si capisce la ragione di questa diffidenza. E nemmeno capiamo quella degli altri verso i nostri migranti, e gli italiani hanno animato grandi migrazioni per necessità, e anche per persecuzione. Un migrante di quest'ultimo tipo fu Giuseppe Garibaldi. E anche Giuseppe Mazzini. Molti altri hanno condiviso questa condizione. Mio nonno paterno fu invece migrante in Argentina per necessità. Lavorò per costruire le ferrovie di quel Paese, un lavoro molto duro in un contesto in cui i lavoratori italiani erano spesso disprezzati. In genere noi italiani abbiamo dimenticato quali umiliazioni brucianti dovettero subire i nostri migranti.  Un libro che i ragazzi miei coetanei leggevano, Cuore, ne parlava, e quel disprezzo verso i nostri migranti mi bruciava, non lo capivo. 
 A volte noi italiani, riferendoci ai migranti che arrivano da noi,  immaginiamo di essere stati migranti superiori. Non è stato così. Si è scritto molto su questo, ma se non si legge non si sa. Ecco, ad esempio, come sul Corriere della Sera del 6-11-18 Aldo  Cazzullo ricorda la condizione degli immigrati italiani in Louisiana - USA nell’Ottocento.

 Come fare per informarsi meglio? Lascia perdere il tuo smartphone! Ti dice solo quello che vuoi sentirti dire. Ti blandisce per controllarti.

 L’unica via è leggere altro. Ad esempio i quotidiani. Ti consiglio un piccolo investimento. Compra due quotidiani al giorno. Uno generalista e affidabile, scegli tu. Che non sia militante. L’altro, invece, di tendenza. Un giornale che riunisce le due qualità è Avvenire. Non è necessario leggere tutto. Il tempo è poco se si hanno altri doveri. Fai una cernita degli articoli più importanti, degli argomenti del giorno. Confronta come ne tratta il quotidiano generalista  e quello di tendenza. Cerca di capire se hanno le stesse fonti e se sono affidabili. Una chiacchiera che gira in rete, ad esempio, non è affidabile. Molti, invece, si fanno influenzare da cose come quelle.
  Su fonti affidabili si fonda l’articolo di Avvenire che incollo di seguito, apparso nel numero del 6-11-18. Tratta dei numeri dell’immigrazione, nel mondo e da noi.




Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli