martedì 6 novembre 2018

Correggere l'Ingiustizia globale: una questione di vita o di morte. Alla fine: il populismo di oggi spiegato da Topolino


Questione di vita o di morte

  Per capire il mondo d'oggi occorre leggere. Non c'è altra soluzione. Il chiacchiericcio che vi coinvolge sul vostro cellulare non vi servirà. Già, leggere. Ma che cosa? Di seguito vi do due consigli di lettura. Il primo è un libro del sociologo inglese di origini polacche Zygmunt Bauman (1925-1917). Il secondo  è Topolino  in edicola n.3284 del 31-10-18, dove si spiega il populismo di oggi. Topolino  è uno dei periodici più venduti,con circa 120.000 copie settimanali (più  o meno come la tiratura quotidiana di Avvenire).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Zygmunt Bauman: è l’ingiusta distribuzione delle ricchezze prodotte nella società la causa dei mali sociali che si sono manifestati negli ultimi decenni

[citazione da Zygumunt Bauman, Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale, Laterza, 2014, pagine 2016,  in commercio in edizione cartacea ad €8,50 e in ebook ad €6,99]

«Esistono validi motivi per supporre che in un pianeta globalizzato, in cui le difficoltà di ciascun individuo, ovunque esso si trovi, contribuiscono a determinare le difficoltà di tutti gli altri - da cui a loro volta sono determinate -, non sia più possibile riuscire a  tutelare e proteggere la democrazia “ separatamente” in un solo Paese, o in alcuni Paesi prescelti, come nel caso dell’Unione Europea. Il destino della libertà e della democrazia in ciascuna terra si decide e si attua sulla scena globale, e lì dolo può essere difeso con realistiche possibilità di successo duraturo. Nessun Paese, per quanto intraprendente, ben armato, risoluto e intransigente può più permettersi di difendere con le sole proprie forze alcuni valori in patria e al tempo stesso voltare le spalle ai sogni e ai desideri di chi vive al di fuori dei suoi confini. Tuttavia sembra proprio questo che noi, europei e americani, facciamo quando ci teniamo strette le nostre ricchezze e le moltiplichiamo a scapito dei poveri che vivono al di fuori delle nostre frontiere.
  Qualche esempio dovrebbe bastare: se quarant’anni fa il reddito del più ricco 5 per cento della popolazione mondiale era trenta volte superiore rispetto a quello del più povero 5%, quindici anni fa lo era sessanta volte e nel 2002 ben centoquattordici volte.
  Come indicato da Jacques Attali in La voie humaine [la via umana], la metà degli scambi commerciali mondiali e più della metà degli investimenti globali arricchiscono solo ventidue Paesi, in cui vive un mero 14 per cento della popolazione mondiale, mentre i quarantanove  Paesi più poveri, che ospitano l’11 per cento della popolazione mondiale, si sostengono con una percentuale pari allo 0,5 per cento del prodotto complessivo globale, una cifra che corrisponde più o meno al reddito complessivo dei tre uomini più ricchi del pianeta. Il 90 per cento della ricchezza complessiva  del pianeta rimane nelle mani di appena l’1 per cento della popolazione mondiale.
  Mentre ogni anno la Tanzania [stato africano] suddivide i suoi 2,2 miliardi di dollari di entrate tra 25 milioni di abitanti, la banca Goldman Sachs ne guadagna 2,6 miliardi, che ripartisce tra i suoi 161 soci azionisti.
   E se ogni anno Europa e Stati Uniti spendono 17 miliardi di dollari in mangimi per animali, secondo alcuni esperti ne potrebbero bastare 19 per risolvere il problema della fame nel mondo. Come faceva notare Joseph Stiglitz ai ministri del Commercio che si preparavano a incontrarsi in Messico per un summit, il sussidio che l’Europa vera per ogni bovino “corrisponde ai due dollari al giorno con cui miliardi di esseri umani sopravvivono a stento nella povertà” e i sussidi di 4 miliardi di dollari per il cotone americano versati a 25.000 coltivatori benestanti “costringono alla miseria 10 milioni di coltivatori africani, annullando di fatto l’esiguo contributo che gli Stati Uniti d’America erogano ad alcuni di quegli stessi Paesi”. Di tanto in tanto si sentono l’Europa e l’America accusarsi reciprocamente di “pratiche agricole scorrette”, ma Stiglitz osserva che “nessuno dei due Paesi sembra disposto a fare concessioni significative” - quando solo una “concessione significativa” potrebbe convincere gli altri Paesi a non considerare più la spudorata esibizione di “bruta supremazia economica da parte degli Stati Uniti e dell’Europa” nient’altro che un tentativo di difendere i privilegi dei privilegiati, proteggere le ricchezze dei ricchi e assecondare i lori interessi. Il ce, dal loro punto di vista, si riduce all’accumulo di ricchezze sempre maggiori.
 Se si vogliono elevare e reindirizzare i tratti principali della solidarietà umana (come il sentimento di reciproca appartenenza, la responsabilità condivisa verso un futuro comune, la volontà di prendersi cura del benessere del prossimo e di trovare soluzioni amichevoli e durature agli occasionali, ma accesi, scontri di interesse) a un livello tale che vada oltre quello dello Stato nazionale, è necessario creare un quadro istituzionale all’interno del quale si possono formare opinioni e costruire volontà. L’Unione Europea mira, per quanto lentamente e con titubanza, a realizzare un quadro istituzionale sia pure in forma rudimentale o embrionale, incontrando sul suo cammino come principali ostacoli gli Stati nazionali esistenti e la loro riluttanza a separarsi da ciò che resta della loro sovranità, un tempo incontrastata. E’ difficile tracciare con certezza la direzione da prendere (e ancor più difficile predirne le svolte future? che si annuncia oltretutto priva di garanzie, azzardata, imprudente.
  Riteniamo, immaginiamo, sospettiamo di sapere ciò che occorrerebbe fare, ma no possiamo sapere in che forma o modo alla fine sarà fatto. Tuttavia, possiamo essere ragionevolmente certi che il risultato definitivo sarà diverso da ciò che già conosciamo. Sarà - dovrà essere - diverso da tutti  risultati a cui siamo stati abituati in passato, nell’epoca in cui il senso di identità nazionale si andava consolidando e gli Stati nazionali iniziavano ad affermarsi. E’ difficile che le cose possano andare altrimenti, dato che tutte le istituzioni politiche attualmente a nostra disposizione sono state create a misura della sovranità territoriale  dello Stato nazionale e resistono al tentativo di essere estese a livello sovranazionale, planetario, e le istituzioni politiche al servizio dell’auto-costituzione della comunità planetaria umana non saranno - non potranno  essere - “le stesse, solo più grandi”. Se avesse avuto la possibilità di assistere  a una seduta del parlamento di Londra, Parigi o Washington, Aristotele ne avrebbe forse approvato le norme procedurali, riconoscendo i vantaggi che il parlamento offre al popolo a cui le sue decisioni sono destinate, ma avrebbe provato una certa perplessità nel venire a sapere di trovarsi di fronte a una “democrazia in azione”. Non è così che Aristotele, che coniò il termine, immaginava una polis  democratica.
  Possiamo certo intuire che il passaggio da agenzie e strumenti esecutivi internazionali a istituzioni universali - che si estendono al globo, al pianeta, all’umanità - deve essere, e sarà, un cambiamento qualitativo e non semplicemente quantitativo  nella storia della democrazia. Possiamo quindi domandarci, con un certo grado di preoccupazione, se gli organismo di “politica internazionale” attualmente disponibili possano soddisfare le modalità del sistema globale che sta emergendo, o anzi fungere da lori incubatrice. Pensiamo ad esempio alle Nazioni Unite, tra i cui compiti, fin dalla  fondazione, c’è quello di vigilare e difendere l’indivisa e inviolabile sovranità dello Stato sul proprio territorio. E’ possibile che il potere vincolante  di leggi planetarie dipenda dagli accordi (considerati revocabili!) che obbligano i membri sovrani della “comunità internazionale” ad attenervisi?
  Nella sua fase iniziale, la modernità ha innalzato il livello dell’integrazione tra gli esseri umani al livello delle nazioni. Prima di completare la propria opera, la modernità dovrà compiere uno sforzo ulteriore, ancora più eroico: innalzare tale integrazione umana al livello dell’umanità, sino a comprendere l’intera popolazione del pianeta. Un compito che, per quanto arduo a spinoso, si presenta come tassativo e urgente, e che in un pianeta caratterizzato dall’interdipendenza universale rappresenta  - letteralmente una questione di vita (condivisa) o di morte (comune)».