Questione di vita o di morte
Per capire il mondo d'oggi occorre leggere. Non c'è altra soluzione. Il chiacchiericcio che vi coinvolge sul vostro cellulare non vi servirà. Già, leggere. Ma che cosa? Di seguito vi do due consigli di lettura. Il primo è un libro del sociologo inglese di origini polacche Zygmunt Bauman (1925-1917). Il secondo è Topolino in edicola n.3284 del 31-10-18, dove si spiega il populismo di oggi. Topolino è uno dei periodici più venduti,con circa 120.000 copie settimanali (più o meno come la tiratura quotidiana di Avvenire).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
Zygmunt Bauman: è l’ingiusta distribuzione delle ricchezze prodotte
nella società la causa dei mali sociali che si sono manifestati negli ultimi
decenni
[citazione da Zygumunt Bauman, Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale, Laterza, 2014, pagine 2016,
in commercio in edizione cartacea ad
€8,50 e in ebook ad €6,99]
«Esistono validi motivi per supporre che in un pianeta globalizzato, in
cui le difficoltà di ciascun individuo, ovunque esso si trovi, contribuiscono a
determinare le difficoltà di tutti gli altri - da cui a loro volta sono
determinate -, non sia più possibile riuscire a tutelare e proteggere la democrazia “ separatamente” in un solo Paese,
o in alcuni Paesi prescelti, come nel caso dell’Unione Europea. Il destino
della libertà e della democrazia in ciascuna terra si decide e si attua sulla
scena globale, e lì dolo può essere difeso con realistiche possibilità di
successo duraturo. Nessun Paese, per quanto intraprendente, ben armato,
risoluto e intransigente può più permettersi di difendere con le sole proprie
forze alcuni valori in patria e al tempo stesso voltare le spalle ai sogni e ai
desideri di chi vive al di fuori dei suoi confini. Tuttavia sembra proprio
questo che noi, europei e americani, facciamo quando ci teniamo strette le nostre
ricchezze e le moltiplichiamo a scapito dei poveri che vivono al di fuori delle
nostre frontiere.
Qualche esempio dovrebbe
bastare: se quarant’anni fa il reddito del più ricco 5 per cento della
popolazione mondiale era trenta volte superiore rispetto a quello del più
povero 5%, quindici anni fa lo era sessanta volte e nel 2002 ben
centoquattordici volte.
Come indicato da Jacques Attali
in La voie humaine [la via umana], la
metà degli scambi commerciali mondiali e più della metà degli investimenti
globali arricchiscono solo ventidue Paesi, in cui vive un mero 14 per cento
della popolazione mondiale, mentre i quarantanove Paesi più poveri, che ospitano l’11 per cento
della popolazione mondiale, si sostengono con una percentuale pari allo 0,5 per
cento del prodotto complessivo globale, una cifra che corrisponde più o meno al
reddito complessivo dei tre uomini più ricchi del pianeta. Il 90 per cento
della ricchezza complessiva del pianeta
rimane nelle mani di appena l’1 per cento della popolazione mondiale.
Mentre ogni anno la Tanzania
[stato africano] suddivide i suoi 2,2 miliardi di dollari di entrate tra 25
milioni di abitanti, la banca Goldman Sachs ne guadagna 2,6 miliardi, che
ripartisce tra i suoi 161 soci azionisti.
E se ogni anno Europa e Stati
Uniti spendono 17 miliardi di dollari in mangimi per animali, secondo alcuni
esperti ne potrebbero bastare 19 per risolvere il problema della fame nel
mondo. Come faceva notare Joseph Stiglitz ai ministri del Commercio che si
preparavano a incontrarsi in Messico per un summit, il sussidio che l’Europa
vera per ogni bovino “corrisponde ai due dollari al giorno con cui miliardi di
esseri umani sopravvivono a stento nella povertà” e i sussidi di 4 miliardi di
dollari per il cotone americano versati a 25.000 coltivatori benestanti “costringono
alla miseria 10 milioni di coltivatori africani, annullando di fatto l’esiguo
contributo che gli Stati Uniti d’America erogano ad alcuni di quegli stessi
Paesi”. Di tanto in tanto si sentono l’Europa e l’America accusarsi
reciprocamente di “pratiche agricole scorrette”, ma Stiglitz osserva che “nessuno
dei due Paesi sembra disposto a fare concessioni significative” - quando solo
una “concessione significativa” potrebbe convincere gli altri Paesi a non
considerare più la spudorata esibizione di “bruta supremazia economica da parte
degli Stati Uniti e dell’Europa” nient’altro che un tentativo di difendere i
privilegi dei privilegiati, proteggere le ricchezze dei ricchi e assecondare i
lori interessi. Il ce, dal loro punto di vista, si riduce all’accumulo di
ricchezze sempre maggiori.
Se si vogliono elevare e
reindirizzare i tratti principali della solidarietà umana (come il sentimento
di reciproca appartenenza, la responsabilità condivisa verso un futuro comune,
la volontà di prendersi cura del benessere del prossimo e di trovare soluzioni
amichevoli e durature agli occasionali, ma accesi, scontri di interesse) a un
livello tale che vada oltre quello dello Stato nazionale, è necessario creare
un quadro istituzionale all’interno
del quale si possono formare opinioni e costruire volontà. L’Unione Europea
mira, per quanto lentamente e con titubanza, a realizzare un quadro
istituzionale sia pure in forma rudimentale o embrionale, incontrando sul suo
cammino come principali ostacoli gli Stati nazionali esistenti e la loro
riluttanza a separarsi da ciò che resta della loro sovranità, un tempo
incontrastata. E’ difficile tracciare con certezza la direzione da prendere (e
ancor più difficile predirne le svolte future? che si annuncia oltretutto priva
di garanzie, azzardata, imprudente.
Riteniamo, immaginiamo,
sospettiamo di sapere ciò che occorrerebbe fare, ma no possiamo sapere in che
forma o modo alla fine sarà fatto. Tuttavia, possiamo essere ragionevolmente
certi che il risultato definitivo sarà diverso da ciò che già conosciamo. Sarà
- dovrà essere - diverso da tutti risultati
a cui siamo stati abituati in passato, nell’epoca in cui il senso di identità
nazionale si andava consolidando e gli Stati nazionali iniziavano ad
affermarsi. E’ difficile che le cose possano andare altrimenti, dato che tutte
le istituzioni politiche attualmente a nostra disposizione sono state create a
misura della sovranità territoriale dello Stato nazionale e resistono al tentativo
di essere estese a livello sovranazionale, planetario, e le istituzioni
politiche al servizio dell’auto-costituzione della comunità planetaria umana
non saranno - non potranno essere - “le
stesse, solo più grandi”. Se avesse avuto la possibilità di assistere a una seduta del parlamento di Londra, Parigi
o Washington, Aristotele ne avrebbe forse approvato le norme procedurali,
riconoscendo i vantaggi che il parlamento offre al popolo a cui le sue
decisioni sono destinate, ma avrebbe provato una certa perplessità nel venire a
sapere di trovarsi di fronte a una “democrazia
in azione”. Non è così che Aristotele, che coniò il termine, immaginava una polis democratica.
Possiamo certo intuire che il
passaggio da agenzie e strumenti esecutivi internazionali
a istituzioni universali -
che si estendono al globo, al pianeta, all’umanità - deve essere, e sarà, un
cambiamento qualitativo e non
semplicemente quantitativo nella storia della democrazia. Possiamo quindi
domandarci, con un certo grado di preoccupazione, se gli organismo di “politica
internazionale” attualmente disponibili possano soddisfare le modalità del
sistema globale che sta emergendo, o anzi fungere da lori incubatrice. Pensiamo
ad esempio alle Nazioni Unite, tra i cui compiti, fin dalla fondazione, c’è quello di vigilare e
difendere l’indivisa e inviolabile sovranità dello Stato sul proprio
territorio. E’ possibile che il potere
vincolante di leggi planetarie dipenda dagli accordi
(considerati revocabili!) che obbligano i membri sovrani della “comunità
internazionale” ad attenervisi?
Nella sua fase iniziale, la modernità ha innalzato il livello dell’integrazione
tra gli esseri umani al livello delle nazioni.
Prima di completare la propria opera, la modernità dovrà compiere uno sforzo
ulteriore, ancora più eroico: innalzare tale integrazione umana al livello dell’umanità, sino a comprendere l’intera
popolazione del pianeta. Un compito che, per quanto arduo a spinoso, si
presenta come tassativo e urgente, e che in un pianeta caratterizzato dall’interdipendenza
universale rappresenta - letteralmente
una questione di vita (condivisa) o di morte (comune)».



