La conquista della
libertà
Il tema della libertà è spinoso nelle nostre collettività di fede. Non
se ne sa parlare e quindi non se ne parla. I preti in genere non sono stati
formati a trattarne e non la vivono, quindi, quando ne affrontano il tema, si
dilungano sui pericoli della libertà. Di solito i libri religiosi mostrano
questa impostazione.
Libertà è autodeterminazione, poter decidere che fare nella vita e della
propria vita. E’ libertà da ogni forma di potere, inizialmente da quello, veramente
dispotico, dei genitori, ma anche dagli
altri intorno. Una libertà importante, riconosciuta anche nella Carta dei
diritti umani delle Nazioni Unite, è
quella di migrare, di trasferirsi da un’altra parte, sottraendosi ai problemi
locali o cercando nuove opportunità.
Il bambino è la persona meno libera che c’è. E’ nelle mani dei genitori
o di loro luogotenenti. E’ libero solo nei sogni e nei giochi, ma quando è l’ora
di fare qualcosa lo si prende o lo si porta dove si pensa che debba stare, per
fare ciò che deve. Ad un certo punto, assumendo forma fisica e mentalità da
adulti, si abbandonano sogni e giochi da bimbo. I genitori, ad un certo punto,
si accorgono che i figli lasciano i loro giocattoli preferiti. E a questo punto
che, di solito, i ragazzi abbandonano anche la religione. Fino a quel momento
aveva rafforzato l’autorità, il potere, dei genitori e quindi, messa così, non serve più per ciò che devono diventare.
Ed è così.
Chi esercita il potere spesso immagina di essere il padre del suo popolo, e in
quel modo pensa a quest’ultimo come fatto di bambini. Tutte le volte che chi
comanda si dimostra infastidito delle richieste di chiarimenti e delle
obiezioni dei cittadini segue questa impostazione. In una società dominata da
un padre si è
indubbiamente meno liberi. Una società tipicamente dominata da padri è la nostra Chiesa e questo in parte spiega i
problemi che incontra nel trattare della libertà delle persone. Questi tipi di padri vorrebbero essere anche pastori nel senso evangelico, guide
disposte a dare la vita per il gregge, ma finiscono per pensarsi pastori come lo
sono quelli veri, e allora arrivano a pensare la gente di cui devono occuparsi
come a un mucchio di pecore. La pecora appare ancora meno libera del bambino.
Basta un cane che abbaia su e giù per il gregge per condurlo dove si vuole. Ora
questa è un’immagine desueta, ma a me è ancora piuttosto familiare: infatti
negli anni Sessanta, quando fui bimbo, nel Pratone
portavano a pascolare numerose
greggi e a me piaceva osservarle.
Un libretto molto interessante, di Beniamino Pagliaro, Attenzione! Capire l’economia digitale ti
può cambiare la vita, Hoepli, 2018, pagine 146, €14,90, pubblicato anche in
e-book, spiega come chi gestisce le reti sociali alle quali siamo connessi
almeno un’ora circa al giorno, ma in genere di più, si propongono di
controllarci al modo dei bambini, ma in modo molto meno doloroso ed evidente. E
ci riescono. Nate per far soldi con la pubblicità (vi chiedete mai perché sono
gratuite?) imparando, dai dati che liberamente forniamo loro, chi siamo e come
ci comportiamo, per poi orientare le proposte commerciali, ora vengono
utilizzate dalla politica per orientare gli elettori. Il risultato più
spettacolare che si è ottenuto in quel modo è stata l’elezione di Donald Trump
a Presidente degli Stati Uniti d’America.
Pagliaro spiega che le reti sociali, gestite da squadre di scienziati
sociali e informatici, riescono ad acquisire a basso costo il bene più
importante nella nostra società avanzata: la nostra attenzione e il nostro
tempo. Siamo esseri naturali, con capacità di attenzione limitate, così come lo
sono i nostri giorni (la Bibbia ci esorta a contarli per imparare la saggezza).
Il tempo passa e non si recupera, è inestimabile. Quelle reti, in realtà chi le
organizza e gestisce, creano un ambiente artificiale che ci appare come
confortevole e amicale, in modo da spingerci a trascorrere sempre più tempo in
esso. Alla fine non se ne ha mai abbastanza. E vediamo gente che cammina per
strada guardano il suo smartphone, il dispositivo che connette a quelle reti.
Le chiamiamo reti e lo sono veramente anche in un altro senso,
diverso da quello di sistema di relazioni:
sono reti nel senso che ci pescano e ci rinchiudono, poi in un certo senso ci
cucinano.
Impariamo molto da come fanno gli altri. Se il nostro tempo e la nostra
attenzione sono presi nelle reti sociali, gli altri sono quelli che troviamo lì dentro, quelli con
i quali interagiamo in quell’ambiente. Le reti sono organizzate in modo da
farci finire tra persone che tendono a pensarla come noi: il gruppo rafforza la
tendenza comune. Ma chi gestisce le reti e chi compra servizi da lui possono
influire sulle tendenze comuni con varie tecniche. Interagiscono con gli
utenti. Vediamo sempre più spesso politici che, come Trump, girano con i loro
smartphone in mano e lanciano messaggi. Vi sono anche altri modi, meno
onesti e più subdoli per influenzare le
reti sociali. Per riuscirci è comunque necessario ridurre le facoltà critiche
degli utenti, riducendoli ad uno stato infantile, in cui le reazioni sono
dominate da emozioni superficiali e istintive.
Pagliaro ci avverte: disconnettersi non basta. In questo modo ci si
limita a isolarsi da una società che va in un certo modo e finisce comunque per
dominarci. Come quando da piccoli si cresce, occorre imparare la libertà.
Crescere alla libertà, affrancandosi dallo stato infantile o di gregge in cui
alcuni hanno interesse a ridurci. Ma le scuole di libertà scarseggiano.
Bene: una di queste, e molto potente, è la
nostra fede religiosa. Nega a chiunque la libertà di fare degli altri e agli altri tutto ciò che
vuole e gli conviene. E in questo modo crea i presupposti della libertà di
tutti. Limitando gli abusi della libertà, condannandoli come immorali, ingiusti, cattivi, ma di più: contrari al bene comune, un pericolo per la sopravvivenza nella quale dipendiamo gli uni dagli altri. Non lo si potrebbe fare tenendo conto solo della nostra realtà
biologica, che condividiamo con gli altri animali, dei quali facciamo ciò che vogliamo. L’essere umano è
più di questo, si insegna in religione. Ma come vivere da persone libere, se
poi da soli non ce la facciamo? Prendere coscienza di questo è molto importante
e significa capire che la nostra libertà dipende dal costruire una società in
cui si possa vivere da persone libere, innanzi tutto libere dal bisogno dei
beni essenziali. Questo non viene naturale: la natura è impostata su altri
presupposti. La regola delle belve è che
il grosso e più forte mangia il piccolo e più debole. Al dunque è questa l’impostazione
politica che sembra prendere piede in Occidente, a scuola del Presidente Donald
Trump, che usa diffondere la sua dottrina politica mediante reti sociali, con
brevi tweet. Come in natura, essa porta alla guerra, quando
non si è l’unico forte. La vera libertà, insegna la nostra dottrina sociale,
dipende allora anche dal costruire una vera pace, vale a dire una pace alla quale non si sia costretti con la forza,
ma che si decida liberamente di costruire e vivere, consapevoli che non esclude nessuno, dà a tutti casa e famiglia, e in questo è buona e desiderabile, più dell'ambiente creato dalla legge della giungla, quella del tutti contro tutti e vinca il più forte, nel quale anche il forte, fatalmente, finisce per soccombere, quando trova uno più forte di lui.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli