martedì 13 novembre 2018

Retropia di Zygmunt Bauman


Retropia  di Zygmunt Bauman

 Retropia, uscito nel 2017, è l’ultimo libro del sociologo Zygmunt Bauman, morto quell’anno molto anziano, dopo una vita di insegnamento universitario in Gran Bretagna. Era originario della Polonia.
  Il suo libro più noto è  Modernità liquida, del 2000. Vi sosteneva che, con la globalizzazione, gli stati hanno cessato di esercitare il controllo sociale mediante apparati repressivi, dando in cambio sicurezza sociale ai loro sudditi, e che ognuno è stato lasciato solo a cavarsela da sé di fronte a problemi che però non sono individuali ma sociali, determinati da come andava la società intorno. E’ il passaggio dalla modernità alla post-modernità. In questo contesto, chi non ce la fa viene colpevolizzato, invece di essere aiutato. E’ un sistema diverso di controllo sociale che ha funzionato ed è molto meno costoso del precedente.
   Retropia  è pubblicato da Laterza nella collana Tempi nuovi sia in formato cartaceo (€12,75) che in e-book (€4,99). Affronta, alla luce del pensiero precedente dell’autore, il fenomeno del risorgere dei nazionalismi.
 Retropia è intesa come una utopia nel passato, il prendere a  modello per il presente un passato immaginario. Oggi prende sempre più piede la politica che cerca di orientare la gente con principi nazionalistici. La nazione è vista come un’entità naturale che può fondare una nuova solidarietà tra gli individui lasciati soli nell’era della globalizzazione. Le ragioni delle difficoltà della gente sono individuate nell’aver abbandonato il modello nazionalistico. In realtà, sostiene Bauman, l’immagine di quel tipo di nazione è una costruzione culturale e non è basata su una memoria realistica. Si fonda, come sempre nella storia delle società umane fin da epoca preistorica, sul definire innanzi tutto chi dalla nazione è fuori, un loro  contrapposto a un noi. Ai tempi nostri la costruzione nazionalistica si fa prendendosela con un loro che sono costituiti dai migranti poveri che cercano di sfruttare le possibilità offerte dalla globalizzazione per evadere dagli inferni del mondo in cui si sono trovati confinati. La difficoltà dell’operazione è però che si è persa dimestichezza con la solidarietà civile sulla quale anche l’edificazione delle nazioni si fonda e si tende a rifiutare gli impegnativi doveri che il nazionalismo comporta, innanzi tutto quello del sacrificio della vita se occorre. Questo perché negli ultimi trent’anni, un tempo lungo, corrispondente a una generazione, sono stati proposti come valori la competizione e il farcela da sé. Inoltre le relazioni sociali sono sempre più dominate da quelle intrattenute dalle reti sociali, che, rispetto alle relazioni umani di prossimità reale, sono caratterizzate dal potersene sganciare molto velocemente, al modo in cui si preme il tasto CANC del computer.
   L’epoca della globalizzazione, in cui si può produrre, commerciare  e avere scambi culturali senza più i limiti ideologici e politici del passato, prometteva agli individui l’autonomia e la libertà, ma sta producendo paura e, da questa, violenza. Gli stati non riescono più a contenere efficacemente questa violenza sociale; in Occidente hanno dismesso, sostiene Bauman, la funzione che il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) affidava ad un stato - Leviatano, la personificazione del potere a cui si cede libertà per ottenere sicurezza dalla violenza sociale. Vi è, anche per questo problema, l’idea che la soluzione sia consentire a ciascuno di armarsi: questo incentiva il mercato della armi, mai così fiorente come di questi tempi, ma aggrava i problemi sociali, perché le armi vengono usate. Il paradosso, scrive Bauman è che gli elettorati del mondo sono convinti invece che una maggiore disponibilità di armi, e una maggiore facilità di ottenerle, siano la migliore medicina contro i danni provocati dal gran numero di quelle stesse armi che è tanto facile procurarsi e usare. La violenza, individuale e collettiva, offre una morbosa forza d’attrazione, che sta nell’offrire un temporaneo sollievo a proprio umiliante senso d’inferiorità (debolezza, sventura, indolenza, irrilevanza), determinato da una società in cui ciascuno è sollecitato a farcela da sé, ma poi non ce la fa.Questo spiega anche l'aggressività, a volte estrema, che pervade le reti sociali telematiche. 
  La società globalizzata, rendendo possibili relazioni economiche e sociali su scala mondiale, ha reso tutti interdipendenti. Il nostro benessere dipende anche da come vanno le cose in posti molto lontani. Attualmente si sta sviluppando in modo da rifiutare la responsabilità sociale, puntando tutto sull’autonomia e la libertà. E’ stata una scelta politica che si è presa a partire dagli anni ’80, seguendo gli indirizzi diffusi dallo statunitense Ronald Reagan e dalla britannica Magaret Thatcher. Questo ha consentito ai più ricchi di arricchirsi ancora di più, mentre le condizioni di tutti gli altri iniziava a farsi peggiore. Nel mondo di oggi si registrano fortissime diseguaglianze, sia all’interno di ciascun sistema statale, sia su base geografica, tra gli stati.
«Ormai la materia non è più controversa. Quale che sia l’indicatore di disuguaglianza scelto da questa o quella scuola economica, si osserva una straordinaria convergenza  di risultati: la disuguaglianza aumenta; dall’inizio di questo secolo il valore aggiunto della crescita economica va quasi per intero all’uno per cento più ricco della popolazione  (alcuni parlano già dello 0,5 per cento, o addirittura dello 0,1 per cento), mentre il livello di reddito e di patrimonio del resto della società è già  - o è previsto - in calo. Il processo si è avviato subito dopo il 2000, e il tracollo del credito del 2007 e 2007 l’ha ulteriormente accelerato, riportandoci a una situazione che nei cosiddetti paesi “sviluppati” non di vedeva dagli anni Venti del Novecento. […] A livello globale (secondo l’ultimo resoconto del Credit Suisse), la metà più povera dell’umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l’1 per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti della terra».[Retropia, pag.88].
  E non è risultato vero, alla prova dei fatti, che la ricchezza di pochi avvantaggia tutti,  producendone uno sgocciolamento  verso il basso.
Parlare di giustizia sociale, di un riequilibro della situazione con politiche specifiche, ad esempio quelle che garantiscano a tutti un reddito di base  appare sovversivo. Questo mette in pericolo le democrazie avanzate, basate sull’idea che la partecipazione delle masse alla politica richiedesse di liberarle dal bisogno. Il sistema globalizzato della finanza, quello che determina anche le risorse a disposizione degli stati, reagisce male ad ogni tentativo di correzione. La riposta a questa sfida globale  dovrebbe essere globale  anch’essa, ma questo andrebbe conto gli interessi dei più ricchi, che, come anche nel passato, dominano ancora il corso del mondo. La soluzione proposta alla gente è allora quella di recuperare nazionalismi del passato e cercare così di prevalere a danno di altri, di un qualche loro  escluso dal noi  che si vuole essere. Ma questo non funziona e allora ci si dice sconsolati che  non c’è alternativa,  che fu uno dei più noti slogan di Margaret Thatcher. Però, sostiene Bauman,  è stata in realtà una serie di scelte operate dall’uomo a portare a una situazione in cui non c’è scelta.
   L’ideologia del neo-nazionalismo attuale si basa innanzi tutto sul prendersela con un loro al di fuori di un noi, lasciando però tutto com’è all’interno del sistema. E’ in realtà impotente perché non capace di creare una vera solidarietà  a livello sia nazionale che globale, e anzi ostacola quest’ultima. La solidarietà sembra un lusso che non ci può permettere.  Il neo-nazionalismo riprende antichi  costumi tribali, cercando di compattare la società sulla base di elementi culturali, selezionati dai molti esistenti in base alla loro  utilità politica, alla loro forza di convinzione. Dà alla gente  «una visione del mondo che lega a filo l’integrazione e la separazione; l’intimità della propria casa e la distanza verso ciò che è fuori; l’amicizia all’interno e lo straniamento, la diffidenza e la circospezione all’esterno. Questa visione e questo modo di essere si condensano oggi nel fenomeno del nazionalismo».
   Lo stato moderno, basato sul  dominio di nazioni, nacque nel Seicento come forma di integrazione sociale di realtà minori, che avevano dominato le società medioevali. Alla fine della Prima Guerra mondiale fu fondato un ordine internazionale basato sul rispetto di quegli stati, che però non resse alla prove dei fatti, conducendo alla Seconda guerra mondiale. Al termine di quest’ultima fu riproposto, con la creazione delle Nazioni Unite e di realtà sovranazionali come l’Unione Europea. In questo contesto si aggiunse l’idea della solidarietà tra nazioni e della garanzia di diritti fondamentali degli esseri umani, come limite alla sovranità  degli stati. L’era della globalizzazione richiederebbe una forma di integrazione a livello mondiale ancora più intensa: si è tentati invece dalla retropie,  al ritorno, nel futuro, ad un passato immaginario, del quale però si  selezionano  solo alcuni aspetti, quelli coerenti con un certo disegno  politico. Questo, secondo profezia del sociologo statunitense Samuel Huntigton (1927-2008) sta portando ad un catastrofico  scontro di civiltà, vale a dire al conflitto tra costruzioni nazionalistiche contrapposte.  Trovare una soluzione diversa, sostiene Bauman, è diventata questione di vita e di morte ed egli la indica in quella proposta da Papa Francesco e, in proposito, nell’ultimo capitolo del libro, cita un passo del discorso che il papa fece il 6-5-16, ricevendo il premio Carlo Magno: «[…] se c’è una parola  che dobbiamo ripetere fino a stancarci   è questa: dialogo. […] La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi  del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura  che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione». Una soluzione che non comporti più il ritrovare la compattezza in un  noi  tribale definito prendendo di mira un loro costituito da nemici da respingere all'estero e da aggredire in quell'esterno dove li si è ricacciati in quanto origine di tutti  i nostri mali, ma l'intendersi con tutti gli altri popoli della terra, creando una struttura sociale solidale a livello planetario e di tutta l'umanità. 
Mario Ardigò - Azione  Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli