Retropia di Zygmunt Bauman
Retropia,
uscito nel 2017, è l’ultimo libro del sociologo Zygmunt Bauman, morto quell’anno
molto anziano, dopo una vita di insegnamento universitario in Gran Bretagna.
Era originario della Polonia.
Il suo libro più noto è Modernità liquida, del 2000. Vi sosteneva
che, con la globalizzazione, gli stati hanno cessato di esercitare il controllo
sociale mediante apparati repressivi, dando in cambio sicurezza sociale ai loro
sudditi, e che ognuno è stato lasciato solo a cavarsela da sé di fronte a
problemi che però non sono individuali ma sociali, determinati da come andava
la società intorno. E’ il passaggio dalla modernità
alla post-modernità. In questo
contesto, chi non ce la fa viene colpevolizzato, invece di essere aiutato. E’
un sistema diverso di controllo sociale che ha funzionato ed è molto meno
costoso del precedente.
Retropia è pubblicato da Laterza nella collana Tempi nuovi sia in formato cartaceo
(€12,75) che in e-book (€4,99). Affronta, alla luce del pensiero precedente
dell’autore, il fenomeno del risorgere dei nazionalismi.
Retropia
è intesa come una utopia nel passato, il prendere a modello per il presente un passato
immaginario. Oggi prende sempre più piede la politica che cerca di orientare la
gente con principi nazionalistici. La nazione è vista come un’entità naturale
che può fondare una nuova solidarietà tra gli individui lasciati soli nell’era
della globalizzazione. Le ragioni delle difficoltà della gente sono individuate
nell’aver abbandonato il modello nazionalistico. In realtà, sostiene Bauman, l’immagine
di quel tipo di nazione è una costruzione culturale e non è basata su una
memoria realistica. Si fonda, come sempre nella storia delle società umane fin
da epoca preistorica, sul definire innanzi tutto chi dalla nazione è fuori, un loro contrapposto a un noi. Ai tempi nostri la costruzione nazionalistica si fa
prendendosela con un loro che sono
costituiti dai migranti poveri che cercano di sfruttare le possibilità offerte
dalla globalizzazione per evadere dagli inferni del mondo in cui si sono
trovati confinati. La difficoltà dell’operazione è però che si è persa
dimestichezza con la solidarietà civile sulla quale anche l’edificazione delle
nazioni si fonda e si tende a rifiutare gli impegnativi doveri che il
nazionalismo comporta, innanzi tutto quello del sacrificio della vita se
occorre. Questo perché negli ultimi trent’anni, un tempo lungo, corrispondente
a una generazione, sono stati proposti come valori la competizione e il farcela
da sé. Inoltre le relazioni sociali sono sempre più dominate da quelle
intrattenute dalle reti sociali, che, rispetto alle relazioni umani di
prossimità reale, sono caratterizzate dal potersene sganciare molto
velocemente, al modo in cui si preme il tasto CANC del computer.
L’epoca della globalizzazione, in cui si può produrre, commerciare e avere scambi culturali senza più i limiti
ideologici e politici del passato, prometteva agli individui l’autonomia e la
libertà, ma sta producendo paura e, da questa, violenza. Gli stati non riescono
più a contenere efficacemente questa violenza sociale; in Occidente hanno dismesso, sostiene Bauman, la
funzione che il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) affidava ad un stato
- Leviatano, la personificazione del potere a cui si cede libertà per ottenere
sicurezza dalla violenza sociale. Vi è, anche per questo problema, l’idea che
la soluzione sia consentire a ciascuno di armarsi: questo incentiva il mercato
della armi, mai così fiorente come di questi tempi, ma aggrava i problemi
sociali, perché le armi vengono usate. Il paradosso, scrive Bauman è che gli
elettorati del mondo sono convinti invece che una maggiore disponibilità di
armi, e una maggiore facilità di ottenerle, siano la migliore medicina contro i
danni provocati dal gran numero di quelle stesse armi che è tanto facile
procurarsi e usare. La violenza, individuale e collettiva, offre una morbosa
forza d’attrazione, che sta nell’offrire un temporaneo sollievo a proprio
umiliante senso d’inferiorità (debolezza, sventura, indolenza, irrilevanza),
determinato da una società in cui ciascuno è sollecitato a farcela da sé, ma
poi non ce la fa.Questo spiega anche l'aggressività, a volte estrema, che pervade le reti sociali telematiche.
La società globalizzata, rendendo possibili relazioni economiche e
sociali su scala mondiale, ha reso tutti interdipendenti. Il nostro benessere
dipende anche da come vanno le cose in posti molto lontani. Attualmente si sta
sviluppando in modo da rifiutare la responsabilità sociale, puntando tutto sull’autonomia
e la libertà. E’ stata una scelta politica che si è presa a partire dagli anni ’80,
seguendo gli indirizzi diffusi dallo statunitense Ronald Reagan e dalla
britannica Magaret Thatcher. Questo ha consentito ai più ricchi di arricchirsi
ancora di più, mentre le condizioni di tutti gli altri iniziava a farsi
peggiore. Nel mondo di oggi si registrano fortissime diseguaglianze, sia all’interno
di ciascun sistema statale, sia su base geografica, tra gli stati.
«Ormai la materia non è più
controversa. Quale che sia l’indicatore di disuguaglianza scelto da questa o
quella scuola economica, si osserva una straordinaria convergenza di risultati: la disuguaglianza aumenta; dall’inizio
di questo secolo il valore aggiunto della crescita economica va quasi per
intero all’uno per cento più ricco della popolazione (alcuni parlano già dello 0,5 per cento, o
addirittura dello 0,1 per cento), mentre il livello di reddito e di patrimonio
del resto della società è già - o è
previsto - in calo. Il processo si è avviato subito dopo il 2000, e il tracollo
del credito del 2007 e 2007 l’ha ulteriormente accelerato, riportandoci a una
situazione che nei cosiddetti paesi “sviluppati” non di vedeva dagli anni Venti
del Novecento. […] A livello globale (secondo l’ultimo resoconto del Credit
Suisse), la metà più povera dell’umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l’1
per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti della
terra».[Retropia, pag.88].
E non è risultato vero, alla prova dei fatti, che la ricchezza di pochi avvantaggia tutti, producendone uno sgocciolamento verso il
basso.
Parlare di giustizia sociale, di
un riequilibro della situazione con politiche specifiche, ad esempio quelle che
garantiscano a tutti un reddito di base appare sovversivo. Questo mette in pericolo le
democrazie avanzate, basate sull’idea che la partecipazione delle masse alla
politica richiedesse di liberarle dal bisogno. Il sistema globalizzato della
finanza, quello che determina anche le risorse a disposizione degli stati,
reagisce male ad ogni tentativo di correzione. La riposta a questa sfida globale dovrebbe essere globale anch’essa, ma questo
andrebbe conto gli interessi dei più ricchi, che, come anche nel passato,
dominano ancora il corso del mondo. La soluzione proposta alla gente è allora
quella di recuperare nazionalismi del passato e cercare così di prevalere a
danno di altri, di un qualche loro escluso dal noi che si vuole essere. Ma
questo non funziona e allora ci si dice sconsolati che non c’è alternativa, che fu uno dei più noti slogan di Margaret
Thatcher. Però, sostiene Bauman, è stata in realtà una serie di scelte operate
dall’uomo a portare a una situazione in cui non c’è scelta.
L’ideologia del neo-nazionalismo attuale si basa innanzi tutto sul
prendersela con un loro al di fuori
di un noi, lasciando però tutto com’è
all’interno del sistema. E’ in realtà impotente perché non capace di creare una
vera solidarietà a livello sia nazionale che globale, e anzi
ostacola quest’ultima. La solidarietà sembra un lusso che non ci può
permettere. Il neo-nazionalismo riprende
antichi costumi tribali, cercando di
compattare la società sulla base di elementi culturali, selezionati dai molti
esistenti in base alla loro utilità
politica, alla loro forza di convinzione. Dà alla gente «una visione del mondo che lega a filo l’integrazione
e la separazione; l’intimità della propria casa e la distanza verso ciò che è
fuori; l’amicizia all’interno e lo straniamento, la diffidenza e la circospezione
all’esterno. Questa visione e questo modo di essere si condensano oggi nel
fenomeno del nazionalismo».
Lo stato moderno, basato sul dominio di nazioni, nacque nel Seicento come forma di integrazione sociale di
realtà minori, che avevano dominato le società medioevali. Alla fine della
Prima Guerra mondiale fu fondato un ordine internazionale basato sul rispetto
di quegli stati, che però non resse alla prove dei fatti, conducendo alla
Seconda guerra mondiale. Al termine di quest’ultima fu riproposto, con la
creazione delle Nazioni Unite e di realtà sovranazionali come l’Unione Europea.
In questo contesto si aggiunse l’idea della solidarietà tra nazioni e della
garanzia di diritti fondamentali degli esseri umani, come limite alla sovranità degli stati. L’era della globalizzazione
richiederebbe una forma di integrazione a livello mondiale ancora più intensa:
si è tentati invece dalla retropie, al ritorno, nel futuro, ad un passato
immaginario, del quale però si selezionano solo alcuni aspetti, quelli coerenti con un
certo disegno politico. Questo, secondo
profezia del sociologo statunitense Samuel
Huntigton (1927-2008) sta portando ad un catastrofico scontro di civiltà, vale a
dire al conflitto tra costruzioni nazionalistiche contrapposte. Trovare una soluzione diversa, sostiene
Bauman, è diventata questione di vita e di morte ed egli la indica in quella
proposta da Papa Francesco e, in proposito, nell’ultimo capitolo del libro,
cita un passo del discorso che il papa fece il 6-5-16, ricevendo il premio Carlo Magno: «[…] se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. […] La pace sarà duratura nella misura in cui
armiamo i nostri figli con le armi del
dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione.
In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte
ma di vita, non di esclusione ma di integrazione». Una soluzione che non comporti più il ritrovare la compattezza in un noi tribale definito prendendo di mira un loro costituito da nemici da respingere all'estero e da aggredire in quell'esterno dove li si è ricacciati in quanto origine di tutti i nostri mali, ma l'intendersi con tutti gli altri popoli della terra, creando una struttura sociale solidale a livello planetario e di tutta l'umanità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli