domenica 11 novembre 2018

Sull’intervista a Ronald Inglehart sulle cause dei populismi pubblicata su La Repubblica dell’8-11-18


Sull’intervista a Ronald Inglehart sulle cause dei populismi pubblicata su La Repubblica dell’8-11-18

 L’altro giorno vi ho proposto l’intervista a Ronald Inglehart sulle cause dei populismi pubblicata su La Repubblica dell’8-11-18.
 Inglehart è uno scienziato sociale, una persona che ha credito di essere molto competente nel suo campo.  L’occasione dell’intervista è stata la pubblicazione del suo ultimo libro sui mutamenti delle culture sociali avvenuti negli anni scorsi. Le domande dell’intervistatore hanno portato il sociologo a parlare delle cause dei populismi europei e di quello statunitense. La mediazione del giornalista è stata molto importante per ottenere una risposta su quel tema che ci interessa particolarmente di questi tempi, ma, prima di questo, per attestare il credito scientifico dell’intervistato.
  Capire il credito che possiamo dare ad un nostro interlocutore interessa per capire fin dove possiamo confidare nella verità di ciò che ci racconta e nella validità di ciò che propone di fare. Questo vaglio è fondamentale nel campo della scienza. Ogni articolo scientifico viene  infatti proposto, prima di essere pubblicato, ad un gruppo di competenti nel ramo, che a volte nega la sua validità scientifica, a volte propone modifiche o approfondimenti, o dà il consenso alla diffusione, anche se dissente dalle tesi proposte. L’importante è che si sia seguito il metodo scientifico che comporta, innanzi tutto, di sapere tutto ciò che c’è da sapere nel campo su cui si interviene, e poi, quando è possibile, di aver dimostrato di poter replicare un esperimento, o comunque di aver raccolto, con metodi validi, una vasta casistica o prove storiche degne di fede; infine esporre le proprie tesi in modo coerente con le premesse e il metodo seguito, quindi con una logica stringente. Il lavoro del giornalista, nel campo della divulgazione scientifica, è una sintesi di quel lavoro critico. Egli è il nostro mediatore culturale con la persona di scienza. Tutto questo però non ci esime da uno sforzo culturale personale.
  Leggendo l’articolo di cui parlo ci si può essere ingannati, si può essere caduti in un errore cognitivo molto comune  e che, ci dicono gli psicologici cognitivi, dipende da come funziona la nostra mente. E’ l’errore cognitivo detto “di conferma”. Capiamo solo ciò che pensiamo di aver già capito, il resto, anche se non coerente con quella nostra convinzione, lo ignoriamo. Questo è il meccanismo psicologico mediante il quale chi controlla le reti sociali a cui molti di noi sono connessi, traendone argomenti per le proprie scelte, riesce a influire sul pubblico degli utenti, di coloro che a quelle reti rimangono collegati,  appunto connessi.  Si induce la gente a connettersi con altri che la pensano come loro, a fare gruppo  con loro, in modo che nessuna obiezione possa essere ritenuta valida se contrasta con quella di quel gruppo coeso, e si immettono anche,  con varie tecniche,  conferme  di certe convinzioni. Connettendosi, gli utenti trovano solo conferme a ciò che già ritengono valido e ogni obiezione che riesca comunque a giungere alla loro attenzione viene silenziata dalla forza del conformismo di gruppo: infatti una delle forme principali di apprendimento sociale è il fare come fanno tutti (o si pensa che tutti facciano). Il metodo democratico insegna invece a fare i conti con le obiezioni di altri che non la pensano come noi; in un gruppo in cui tutti la pensano in uno stesso modo può apparire superfluo. Il punto è che nella vita reale non tutti la pensano in uno stesso modo, ma se la propria vita sociale si riduce prevalentemente all'interazione con una rete sociale si può arrivare a pensarlo.
 Nell’intervista di Inglehart si parla della difficoltà degli Occidentali a gestire fenomeni migratori che appaiono più rilevanti che nel passato. In realtà, stati Occidentali come gli Stati Uniti d’America, il Canada e la Germania, ma anche il Belgio, hanno storicamente controllato con successo, anche nel recente passato,    migrazioni molto più imponenti di quelle attuali. Per stati come l’Italia, invece, si tratta di un fatto nuovo, che data essenzialmente dalla fine degli scorsi anni ’80. Siamo stati storicamente una nazione di emigranti, non una destinazione di migrazioni. E tuttavia proprio al tempo in cui la fede cristiana prese a dominare nell’antico ambiente sociale mediterraneo, tra il terzo e il settimo secolo della nostra era, l’Italia fu oggetto di imponenti migrazioni, che senz’altro possiamo definire come  invasioni, dal settentrione. Ciò che, ad esempio, ha lasciato alla Lombardia  il nome che ha, dall’antico popolo invasore dei Longobardi. Successivamente invasioni vennero anche dall’Africa, da popoli musulmani. Il nome della città di Marsala, ad esempio,  è un loro lascito: si ritiene derivi dall’arabo Marsa  che significa porto.
 A quell'epoca la nostra fede fu modellata in modo da favorire l'integrazione culturale tra vecchi e nuovi abitanti. E' in quel periodo che si tennero i Concili ecumenici che determinarono i fondamenti dei più importanti dogmi della nostra fede. Si veniva già, però, da un modello politico di impero multinazionale e multiculturale, la cui esperienza fece scuola. 
   Dunque dell'articolo di Inglehart si può arrivare a capire questo, a  conferma  di  tesi populiste correnti: il populismo è la reazione a fenomeni migratori ingestibili. In concomitanza di questi si è prodotto un impoverimento delle fasce medie della popolazione. Quindi quest’ultimo è prodotto da quelle migrazioni e la ricetta giusta per combatterlo è cercare di respingere i migranti. Questa, appunto è la ricetta degli attuali populismi europei.
  In realtà, leggendo attentamente le parole di Inglehart, esce un quadro molto diverso.
  Egli ha osservato che il populismo autoritario si sta  affermando in un ambiente sociale che è dominato dalla sensazione di insicurezza. E’ un fatto che, paradossalmente, interessa le società più ricche del mondo, quelle Occidentali. Il sociologo aggiunge che storicamente questo fenomeno sociale ha precedenti: l’insicurezza sociale spinge a invocare governi autoritari.
 Inglehart, anche sulla base di altra specializzazione scientifica, l'antropologia, della quale assume i risultati, ritiene che questa reazione sia un prodotto evolutivo, che risalga quindi addirittura ad epoca preistorica:
«Il sentimento che la sopravvivenza propria e della propria prole sia diventata insicura conduce a rafforzare la solidarietà etnocentrica contro gli outsider e la solidarietà interna  a sostegno di leader autoritari».
  Ma da dove è scaturita questa insicurezza in Occidente?
«[le cose] sembravano davvero andar bene per gli strati più garantiti della popolazione, inizialmente per i due terzi, poi la metà più in altro, ma alla fine solo per il dieci per cento in cima».
 Ecco la vera causa di tutti i problemi! Sono diminuite le garanzie  per fasce sempre più larghe di popolazione, con il discredito dell'ideologia politica dello stato sociale  o  del benessere, in cui si riteneva interesse pubblico mantenere determinati livelli di benessere nelle popolazioni.
  La soluzione, secondo Inglehart, dovrebbe essere dunque una riallocazione di risorse, in particolare per creare posti di lavoro sicuri, come si fece negli Trenta del Novecento per contrastare un’altra rovinosa crisi economica in Occidente.
  Lo stato sociale, quello che scaturì da quella crisi  e che  si proponeva di garantire un certo livello di benessere alla maggior parte della gente, è stato decostruito a partire dagli scorsi anni ’80. Si pensava che l’economia, lasciata a se stessa, in particolare sfruttando le enormi opportunità date dalla globalizzazione, quindi dal poter produrre e commerciare su scala mondiale senza più barriere ideologiche e protezionistiche, avrebbe garantito a tutti quel benessere che lo stato sociale consentiva essenzialmente con risorse fiscali. La previsione si  è rivelata sbagliata. In Occidente ha consentito ai più  ricchi di arricchire, facendo arretrare il benessere degli altri. Questo è il problema delle diseguaglianze sociali, che, su base geografica, sono all’origine delle migrazioni. Queste ultime sfruttano le opportunità della globalizzazione: perché non circolano solo le merci, ma anche le persone.
  La crisi dello stato sociale ha reso più difficile, oltre che la convivenza tra gli originari abitanti degli stati Occidentali, anche il  gestire le migrazioni dei più poveri. Ricostruirne le basi consentirebbe, attenuando le diseguaglianze sociali e creando risorse per l’integrazione sociale degli strati meno ricchi delle popolazioni,  di lenire tutti i problemi dell’oggi. Si pensa, invece, che la soluzione giusta sia andare nella direzione contraria, Questo crea problemi per le democrazie occidentali, osserva Inglehart. E’ qui, nei Paesi più ricchi i quali sono anche democrazie, che la tendenza xenofobico-autoritaria è più forte. Fondamentalmente perché è qui che si  è virata più marcatamente la rotta politica nel campo dello stato sociale, al tempo, negli anni ’80, in cui ebbero fortuna le politiche dello statunitense Ronald Reagan e della britannica Margaret Thatcher.
 Un’ultima nota. Inglehart descrive il contrasto tra Liberal, che guardano alle libertà personali e sociali  ma che sono meno attenti alle esigenze materiali della gente, di sopravvivenza, dando per scontato, almeno in Occidente, un certo benessere diffuso,  e sovranisti, che pensano che la democrazia sia divenuto un lusso che, di questi tempi, non ci si può permettere, perché, siccome si sta sempre peggio, bisogna combattere per prevalere nella lotta per la sopravvivenza e quindi occorre tagliare corto con le discussioni.  Un tempo il pensiero socialista riteneva che il sostegno alle esigenze di sopravvivenza della gente fosse essenziale per la costruzione della democrazia: la nostra Costituzione ne è espressione in molte parti, a partire dall’art.3. Quest'ultimo manifesta la consapevolezza che ostacoli di ordine economico e sociale, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscano l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese, appunto lo scopo della democrazia. La crisi del pensiero socialista si è accompagnata ai problemi determinati dalla globalizzazione. 
  Che rilevanza hanno questi temi per la religione? Sono al centro dell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa Francesco.
  Un vantaggio molto importante del metodo religioso di affrontare in problemi sociali, che emerge con molta chiarezza da quell'enciclica,  è che guida alla libertà nonostante le difficoltà economiche e sociali.  Non è indifferente verso queste ultime, ma insegna a non lasciarsene travolgere e, così, crea i presupposti per risolverle con un impegno collettivo. Il fedele è impegnato ad essere buono nella buona e nella cattiva sorte. 
  La soluzione dei populismi sovranisti, come già nei fascismi storici emersi dagli anni Venti ai Quaranta del secolo scorso, è invece quella di essere cattivi con quelli che vengono considerati nemici interni ed esterni, i primi individuati nei dissenzienti, gli altri scelti in base a convenienze del momento, oggi sono genericamente i migranti più poveri come prima lo furono persone di etnia  o religione diverse. In realtà quel  cattivismo  è la strada che si è già iniziato a seguire demolendo i sistemi di stato sociale o del benessere  e creando così le premesse per le diseguaglianze sociali. La soluzione proposta è quindi quella di insistere per la strada che si è già rivelata sbagliata, perché ha portato, in Occidente, ai problemi sociali che ci travagliano. Si sostiene, sostanzialmente, che quel metodo non ha funzionato perché non si è stati abbastanza radicali nell'attuarlo, presi da scrupoli di coscienza umanitari. Lo strumento principale per arrivare al risultato voluto, demolendo le obiezioni ragionevoli a quel modo di pensare,  è di enfatizzare l'immagine di insicurezza sociale causata da un nemico esterno contro il quale occorre compattarsi intorno ad un'autorità che vada per le spicce, secondo il metodo che negli anni Settanta venne definito strategia della tensione e che all'epoca non funzionò essendosi riusciti, in Italia, a recuperare un alto livello di coesione sociale su principi.  Ai tempi nostri la sfida, però, è a livello globale. E il problema è aggravato dal deterioramento del metodo democratico, causato dal fatto che sempre più persone vengono confinate negli ambienti virtuali creati dalle reti sociali telematiche e sono travolte da valanghe di  conferme  delle opinioni prevalenti in quei gruppi di tendenza, per cui tendono a sottovalutare, o semplicemente ignorare, le persone che non la pensano come loro.
  La paura, determinata dalla sensazione di insicurezza, risveglia la belva che è in noi e ci spinge ad adottare le strategie che l'evoluzione biologica e culturale ha determinato negli animali sociali dai quali discendiamo: coalizzarsi dietro un maschio dominante per aggredire i nemici e averne ragione. La nostra fede ci spinge invece a mantenerci umani anche nelle difficoltà e ad usare, per risolvere i problemi che ci si pongono, quella facoltà che maggiormente ci distingue dagli altri animali: la ragione. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli