Dall’introduzione del Presidente, Gualtiero Bassetti, tenuta il 12
novembre 2018 all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana dal
12 al 15 novembre 2018.
dal
WEB: https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2018/11/14/Bassetti_Introduzione-Assemblea_12-novembre-2018.pdf
« La risposta a quanto
stiamo vivendo passa dalla promozione della dignità di ogni persona, dal
rispetto delle leggi esistenti, da un indispensabile recupero degli spazi della
solidarietà. Stiamo attenti, dicevo: se l’Italia rinnega la sua storia e
soprattutto i suoi valori civili e democratici, non c’è un’Italia di riserva. Se
si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà. […] Non c’è
poi un’Europa di riserva e rischiamo di ritornare a tempi in cui i nazionalismi
erano il motore dei conflitti e del colonialismo.».
[..]
Cari Confratelli, usciamo da giorni che ci hanno fatto nuovamente
sperimentare la fragilità idrogeologica
del nostro Paese. Ci stringiamo solidali alle Regioni più colpite,
rinnovando la nostra attenzione e la nostra disponibilità.
Lo facciamo mentre tocchiamo con mano anche altre fragilità, che minacciano lo smottamento sociale.
Penso alla fragilità valoriale.
Alla fragilità del sentimento comune.
Alla fragilità culturale: senza
avvolgerci in inutili vittimismi, ne è espressione la stessa caricatura che
anche di recente i media hanno offerto della nostra Chiesa, quasi fossimo
preoccupati essenzialmente di difendere posizioni di privilegio e tornaconto
economico.
In realtà, ciò che ci preoccupa è altro. Lo respiriamo stando in mezzo alla
gente e facendo nostre le sue attese. Sono le attese frustrate rispetto al lavoro, per cui molti giovani, per
poter immaginare un futuro, si ritrovano costretti ad andarsene dalla nostra
terra. Sono le attese delle famiglie
ferite negli affetti, che soffrono nel silenzio delle solitudini urbane e
nell’avvizzimento dei sentimenti. Sono le attese
degli anziani, che non si sentono più utili a nessuno, privi di quella
considerazione di cui avrebbero – o, meglio, avremmo tutti – tanto bisogno.
Sono le attese di una scuola qualificata,
che sia frontiera e laboratorio educativo da cui non possono essere esclusi i
nuovi italiani, per i quali torniamo a chiedere un ripensamento della legge di
cittadinanza. Sono le attese di una
sanità puntuale, attenta e accessibile a tutti. Sono le attese di una giustizia che – rispetto al
malaffare e alla criminalità organizzata – continui a perseguire un uso
sociale dei beni recuperati alla legalità. Sono le attese di un uso del potere,
che sia davvero corretto e trasparente.
In un Paese sospeso come il
nostro, caratterizzato dalla mancanza
di investimenti e di politiche di ampio respiro, gli effetti della crisi economica continuano a farsi sentire in maniera
pesante, aumentando l’incertezza e la
precarietà, l’infelicità e il rancore sociale. Al posto della moderazione si fa strada la polarizzazione, l’idea che
si è arrivati a un punto in cui tutti debbano schierarsi per l’uno o per
l’altro, comunque contro qualcuno. Ne è segno un linguaggio imbarbarito e
arrogante, che non tiene conto delle conseguenze che le parole possono avere.
Stiamo attenti a non soffiare sul
fuoco delle divisioni e delle paure collettive, che trovano nel migrante il
capro espiatorio e nella chiusura un’improbabile quanto ingiusta scorciatoia.
La risposta a quanto stiamo vivendo
passa dalla promozione della dignità di ogni persona, dal rispetto delle leggi
esistenti, da un indispensabile recupero degli spazi della solidarietà. Stiamo
attenti, dicevo: se l’Italia rinnega la sua storia e soprattutto i suoi valori
civili e democratici, non c’è un’Italia di riserva. Se si sbagliano i conti non
c’è una banca di riserva che ci salverà: i danni contribuiscono a far defluire
i nostri capitali verso altri Paesi e colpiscono ancora una volta e soprattutto
le famiglie, i piccoli risparmiatori e chi fa impresa. Così, se l’Unione
Europea ha a cuore soltanto la stabilità finanziaria, disinteressandosi di
quella sociale e delle motivazioni che soggiacciono ai vincoli europei; se
perde il gusto della cittadinanza comune e del metodo politico della
cooperazione, non c’è poi un’Europa di
riserva e rischiamo di ritornare a tempi in cui i nazionalismi erano il motore
dei conflitti e del colonialismo. Questo nonostante le opportune
celebrazioni di questi giorni per il centenario della fine della Grande Guerra!
Come Vescovi non intendiamo stare
alla finestra. La Chiesa vuole contribuire alla crescita di una società più
libera, plurale e solidale, che lo stesso Stato è chiamato a promuovere e
sostenere. In particolare, come Pastori, proprio perché consapevoli delle
responsabilità spirituali, educative e materiali di cui siamo portatori, ci riconosciamo attorno a due principi, che
appartengono alla storia del movimento cattolico di cui siamo parte.
Il primo è il servizio al bene comune. Nella complessità di questa stagione,
i limiti individuali possono trovare una compensazione soltanto nella
dimensione comunitaria, educandoci a pensare e ad agire insieme. La politica migliore è quella che opera in
unità di mente e di cuore, senza cadere in faziosità. Al riguardo, a
cent’anni dalla morte, l’esempio del
beato Giuseppe Toniolo ha ancora molte cose da dirci: in una situazione in
cui i cattolici erano politicamente irrilevanti e comunque impediti, egli seppe
riunirli attorno a un impegno per il lavoro, la giustizia e la pace sociale; con il suo servizio culturale divenne
promotore di legislazioni e di opere sociali a favore delle classi più
disagiate. Così, la sua visione di un’economia per l’uomo, permeata dall’etica
e governata dai principi di sussidiarietà e di solidarietà, rimane anch’essa
una lezione estremamente attuale.
Il secondo principio è la laicità della politica. Ne sono stati interpreti uomini di fede
che hanno fatto grande la nostra storia. Penso
a un De Gasperi, che seppe lottare per difendere la propria fede con grande
pudore, facendo gli interessi dei cittadini, in piena e sofferta autonomia di
pensiero, di parola e di azione.
Cari amici, guardiamo avanti con fiducia. C’è un Paese che – come la
vedova povera e generosa, di cui parlava il Vangelo di ieri – non solo sa
contenere la preoccupazione ansiosa per il domani, ma continua a dare quello
che ha e quello che è, senza far rumore, con larghezza di cuore e purezza
d’intenzione. La storia è davvero scritta anche dai piccoli, anzi probabilmente
proprio loro scrivono la storia più vera e profonda, più ricca di fiducia in
Dio e di attenzione agli altri. Su questa via c’è la possibilità per ciascuno di tornare al gusto di relazioni
costruttive, perché vere, buone e belle. Il Vangelo non è un sospiro, ma un
respiro a pieni polmoni: è quel silenzio che sostanzia ogni parola,
quell’appartenenza che porta a riconoscersi comunità, quello sguardo che
abbraccia ogni momento della vita.
[…]