giovedì 15 novembre 2018

Se questo è un uomo


Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
         Considerate se questo è un uomo
         Che lavora nel fango
         Che non conoscere pace
         Che muore per un sì o per un no.
         Considerate se questa è una donna,
         Senza capelli e senza nome
         Senza più forza di ricordare
         Vuoti gli occhi e freddo il grembo
         Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel cuore
Stando in casa e andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
         O vi si sfaccia la casa,
         La malattia vi impedisca,
         I vostri nati torcano il viso  da voi.

Primo Levi


  Lavorando alla mia scrivania d’ufficio ascolto musica o la radio da un lettore mp3. Stamattina parlava un signore che ha scritto un libro su fatti dei nostri tempi. Raccontava di aver udito, in un quartiere cittadino senza problemi di delinquenza di alcun genere, persone anziane che parlando tra loro manifestavano paura nei confronti degli stranieri, in particolare dei neri. Inutile cercare di condurli alla ragione, sosteneva: certe paure rendono insensibili al pensiero critico. L’avversione per gli stranieri è chiamata xenofobia. Ho fatto anch’io l’esperienza di anziani che si manifestano xenofobi, e anche in ambienti religiosi. E’ in genere un  brutto spettacolo, perché da un anziano ci si aspetta la saggezza, senza tener conto però che da anziani ci si fa deboli, fragili: è per questo che si è colpiti da timori che non si aveva da giovani. A volte sono fondati: per un anziano, ad esempio, può essere difficoltoso raggiungere sano e salvo l’altro marciapiedi di una delle nostre trafficate strade cittadine. Altre volte non lo sono: è il caso, appunto, di chi teme gli stranieri vivendo in quartieri dove quelli non hanno mai creato problemi. Mi chiedo se i fedeli anziani che parlano da xenofobi si rendano conto che stanno commettendo, deliberatamente, un peccato molto grave. Un tempo, andando avanti con gli anni, si temeva la punizione nell’al di là e, allora, capitava di rinsavire, certe asprezze di gioventù si attenuavano. E i predicatori puntavano su quello per correggere certe tendenze. Ora sembra diventato diverso. Si cerca misericordia, la si pretende, anzi, nel confessionale, ma si è poco disposti a concederla.
  Nel mio lavoro mi capita di dover esporre in pubblico il caso di certe persone. Me ne è venuto in mente, in particolare, uno  di qualche tempo fa. La persona di cui si trattava era in carcere indiziata di averne uccisa un’altra, nel corso di un litigio banale. Vivevano e lavoravano, l’una e l’altra, in rifugi precari in un bosco nei pressi di una zona cittadina di nuova edificazione, cresciuta intorno ad un centro commerciale. Una vita molto dura la loro. In ricoveri di fortuna, in mezzo ad una sporcizia incredibile, in posti come quelli che di questi tempi si lasciano volentieri all’azione delle ruspe. Eppure quella era la loro vita, l’unica loro vita. Vissuta, lavorando in un'azienda che produceva per il mercato cittadino,  tra tormenti, in una natura fattasi nemica, senza requie, ricavando da un duro lavoro solo ciò che bastava per sostenersi un altro giorno. L’unica consolazione essendo l’alcol: vino, liquori, ma anche quello denaturato, tossico. Esponendo il caso ho fatto notare che, dopo un anno di carcere, la persona in questione non appariva diversa da noi che eravamo cittadini normali. La prima volta che l’avevo vista, lo sembrava. Una volta in carcere, lo stato si era preso cura di lei, come non aveva fatto prima, quando viveva in libertà: pasti regolari, un rifugio per la notte, riposo sufficiente, abiti puliti, cure mediche. Proseguendo la detenzione, quella persona potrà imparare l’italiano, un mestiere, conseguire un titolo di studio, avere tutto ciò che prima non ci si curava di procurarle. Ho osservato che, per essere trattato secondo la dignità di essere umano, aveva dovuto finire in carcere. Questo trattamento è negato a tanti che vivono ancora come lei in libertà, ma nelle baracche,  senza fare nulla di male, se non esistere in vita, e questo a volte ci sembra male. Ma che libertà è quella? Vivono da schiavi, innanzi tutto del bisogno. E la vita per loro, in quella che chiamiamo libertà, ma che è tanto diversa dalla nostra libertà, si fa più dura quando vengono l’inverno e il freddo. Ci sono persone, anche a due passi da casa nostra, anche nel nostro quartiere, che vivono nel fango, in rifugi precari, non sapendo come sopravvivere giorno per giorno, con la minaccia, ora, delle ruspe, di un improvviso sgombero violento che, in pochi istanti, cancelli ciò a cui affidavano la propria sopravvivenza. Un fatto che, se attuato senza curarsi di fornire un’opportunità abitativa alternativa, violerebbe gli obblighi assunti dall’Italia nello stipulare, nel 1950, la Convenzione Europea per la salvaguardia  dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata con la legge n. 858 del 1955. Questo è stato deciso dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (che non è un organo dell’Unione Europea, ma un giudice collegiale istituito da quella Convenzione), in particolare in una sentenza del 2012 che riguardava una situazione creatasi in Bulgaria. La Corte osservò che poiché i ricorrenti, nomadi minacciati di sgombero forzato, avevano vissuto con le loro famiglie in  abitazioni improvvisate per molti anni, tali abitazioni erano divenute le loro case, indipendentemente dal fatto che essi le avessero occupate legalmente o meno. Se i ricorrenti fossero stati espulsi dal loro insediamento e dalla loro comunità, la loro casa, come la loro vita privata e familiare, sarebbe stata gravemente compromessa. La Corte ritenne legittimo che le autorità, ai fini dello sviluppo urbano, cercassero di recuperare una zona occupata illegalmente. Tuttavia la Corte rilevò come per molti decenni le autorità avessero tollerato gli insediamenti illegittimi. Benché dalla Convenzione non discenda un obbligo di fornire alloggi ai ricorrenti, dall’art. 8, in casi eccezionali, può discendere l’obbligo di garantire riparo a soggetti vulnerabili. La Corte osservò che la normativa allora in vigore non richiedeva alle autorità comunali di considerare la proporzionalità della misura in rapporto ai vari interessi coinvolti e rilevava che il Governo non aveva dimostrato che fossero stati seriamente studiati metodi alternativi (come la regolarizzazione delle case ove possibile, la costruzione di una fognatura pubblica e impianti di alimentazione dell’acqua, la fornitura di assistenza per trovare abitazioni alternative) per affrontare e risolvere il problema. Pertanto non ritenne credibile l’affermazione del Governo secondo cui lo sgombero fosse la soluzione più appropriata. La Corte sottolineò che alla luce dell’art. 8 della Convenzione, la situazione dei ricorrenti, appartenenti ad un gruppo socialmente svantaggiato, nonché le loro particolari necessità, avrebbero dovuto essere considerate nella valutazione della proporzionalità della misura. L’articolo 8 della Convenzione è quello che stabilisce che ogni persona ha diritto al rispetto della vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza.
  Considerate  se questo è uomo, colui che, per essere trattato da essere umano, deve commettere un fatto per cui venga punito e messo in carcere. Solo allora ce ne prendiamo cura   Quando consideriamo certi insediamenti di baracche, come ve n’erano  negli anni ’70 anche vicino a noi, abitate da nostri connazionali, nel luogo detto Fosso di Sant'Agnese  sulle sponde dell’Aniene, e come ci sono tornate ad essere sempre lì anche oggi, ma abitate da stranieri, non riusciamo a concepire il sistema di relazioni solidali che, anche in posti come quelli, si creano. Un tessuto umano prezioso, importante per la sopravvivenza, Affetti familiari, amicizie tra sventurati. Lì dove, con il mantenimento di una umanità, si crea anche un costume etico, senza il quale rimarrebbe la lotta di tutti contro tutti, quella che può trasformare gli umani in belve, rendendoli veramente pericolosi. E’ questo tessuto che, con le povere cose alle quali erano affidate le povere vite degli sventurati, viene spazzato via dando il via libera alle ruspe. Che diremmo se capitasse a noi? Ci sentiamo al sicuro, nelle nostre tiepide case, eppure, io lo so bene avendo consuetudine per ragioni professionali con certi ambienti, è facile scivolare al margini della società: una malattia, la perdita improvvisa del lavoro, disastri familiari, ed ecco che non si riesce più a reggere il ritmo della vita degli altri, i soldi non bastano più, e ad un certo punto ci si siede ai margini di una strada e la vita incomincia a scorrere intorno senza che ne si sia più parte. Si diventa invisibili per le altre persone. E anche fastidiosi in ogni manifestazione della propria vita, ad esempio quando si rovista nei contenitori della spazzatura per cercare qualcosa di utile o anche qualcosa da mangiare. L’ho visto fare anche da italiani quando i supermercati qui intorno ancora lasciavano la verdura di scarto in cassonetti su strada.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli