Se questo è un uomo
Voi che vivete
sicuri
Nelle vostre tiepide
case,
Voi che trovate
tornando a sera
Il cibo caldo e visi
amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conoscere pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo
è stato:
Vi comando queste
parole.
Scolpitele nel cuore
Stando in casa e
andando per via,
Coricandovi
alzandovi;
Ripetetele ai vostri
figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi
Lavorando alla mia scrivania d’ufficio
ascolto musica o la radio da un lettore mp3. Stamattina parlava un signore che
ha scritto un libro su fatti dei nostri tempi. Raccontava di aver udito, in un
quartiere cittadino senza problemi di delinquenza di alcun genere, persone
anziane che parlando tra loro manifestavano paura nei confronti degli
stranieri, in particolare dei neri. Inutile cercare di condurli alla ragione,
sosteneva: certe paure rendono insensibili al pensiero critico. L’avversione
per gli stranieri è chiamata xenofobia.
Ho fatto anch’io l’esperienza di anziani che si manifestano xenofobi, e anche
in ambienti religiosi. E’ in genere un
brutto spettacolo, perché da un anziano ci si aspetta la saggezza, senza
tener conto però che da anziani ci si fa deboli, fragili: è per questo che si è
colpiti da timori che non si aveva da giovani. A volte sono fondati: per un
anziano, ad esempio, può essere difficoltoso raggiungere sano e salvo l’altro
marciapiedi di una delle nostre trafficate strade cittadine. Altre volte non lo
sono: è il caso, appunto, di chi teme gli stranieri vivendo in quartieri dove
quelli non hanno mai creato problemi. Mi chiedo se i fedeli anziani che parlano
da xenofobi si rendano conto che stanno commettendo, deliberatamente, un
peccato molto grave. Un tempo, andando avanti con gli anni, si temeva la
punizione nell’al di là e, allora, capitava di rinsavire, certe asprezze di
gioventù si attenuavano. E i predicatori puntavano su quello per correggere
certe tendenze. Ora sembra diventato diverso. Si cerca misericordia, la si
pretende, anzi, nel confessionale, ma si è poco disposti a concederla.
Nel mio lavoro mi capita di dover esporre in
pubblico il caso di certe persone. Me ne è venuto
in mente, in particolare, uno di qualche tempo fa. La persona di cui si trattava era in carcere
indiziata di averne uccisa un’altra, nel corso di un litigio banale. Vivevano e
lavoravano, l’una e l’altra, in rifugi precari in un bosco nei pressi di una
zona cittadina di nuova edificazione, cresciuta intorno ad un centro
commerciale. Una vita molto dura la loro. In ricoveri di fortuna, in mezzo ad
una sporcizia incredibile, in posti come quelli che di questi tempi si lasciano
volentieri all’azione delle ruspe. Eppure quella era la loro vita, l’unica loro
vita. Vissuta, lavorando in un'azienda che produceva per il mercato cittadino, tra tormenti, in una natura fattasi nemica, senza requie,
ricavando da un duro lavoro solo ciò che bastava per sostenersi un altro giorno.
L’unica consolazione essendo l’alcol: vino, liquori, ma anche quello
denaturato, tossico. Esponendo il caso ho fatto notare che, dopo un anno di
carcere, la persona in questione non appariva diversa da noi che eravamo
cittadini normali. La prima volta che l’avevo vista, lo sembrava. Una volta in
carcere, lo stato si era preso cura di lei, come non aveva fatto prima, quando
viveva in libertà: pasti regolari, un rifugio per la notte, riposo sufficiente,
abiti puliti, cure mediche. Proseguendo la detenzione, quella persona potrà
imparare l’italiano, un mestiere, conseguire un titolo di studio, avere tutto
ciò che prima non ci si curava di procurarle. Ho osservato che, per essere
trattato secondo la dignità di essere umano, aveva dovuto finire in carcere.
Questo trattamento è negato a tanti che vivono ancora come lei in libertà, ma nelle baracche, senza fare nulla di male, se non esistere in vita, e questo a volte ci sembra
male. Ma che libertà è quella? Vivono da schiavi, innanzi tutto del bisogno. E
la vita per loro, in quella che chiamiamo libertà, ma che è tanto diversa dalla
nostra libertà, si fa più dura quando vengono l’inverno e il freddo. Ci sono persone,
anche a due passi da casa nostra, anche nel nostro quartiere, che vivono nel
fango, in rifugi precari, non sapendo come sopravvivere giorno per giorno, con
la minaccia, ora, delle ruspe, di un
improvviso sgombero violento che, in pochi istanti, cancelli ciò a cui
affidavano la propria sopravvivenza. Un fatto che, se attuato senza curarsi di
fornire un’opportunità abitativa alternativa, violerebbe gli obblighi assunti
dall’Italia nello stipulare, nel 1950, la Convenzione Europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e
delle libertà fondamentali, ratificata con la legge n. 858 del 1955. Questo è
stato deciso dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (che non è un
organo dell’Unione Europea, ma un giudice collegiale istituito da quella
Convenzione), in particolare in una sentenza del 2012 che riguardava una
situazione creatasi in Bulgaria. La
Corte osservò che poiché i ricorrenti, nomadi minacciati di sgombero forzato,
avevano vissuto con le loro famiglie in abitazioni improvvisate per molti
anni, tali abitazioni erano divenute le loro case, indipendentemente dal fatto
che essi le avessero occupate legalmente o meno. Se i ricorrenti fossero
stati espulsi dal loro insediamento e dalla loro comunità, la loro casa, come
la loro vita privata e familiare, sarebbe stata gravemente compromessa. La
Corte ritenne legittimo che le autorità, ai fini dello sviluppo urbano,
cercassero di recuperare una zona occupata illegalmente. Tuttavia la Corte
rilevò come per molti decenni le autorità avessero tollerato gli insediamenti
illegittimi. Benché dalla Convenzione non discenda un obbligo di fornire
alloggi ai ricorrenti, dall’art. 8, in casi eccezionali, può discendere
l’obbligo di garantire riparo a soggetti vulnerabili. La Corte osservò
che la normativa allora in vigore non richiedeva alle autorità comunali di
considerare la proporzionalità della misura in rapporto ai vari interessi
coinvolti e rilevava che il Governo non aveva dimostrato che fossero stati
seriamente studiati metodi alternativi (come la regolarizzazione delle case ove
possibile, la costruzione di una fognatura pubblica e impianti di alimentazione
dell’acqua, la fornitura di assistenza per trovare abitazioni alternative) per
affrontare e risolvere il problema. Pertanto non ritenne credibile
l’affermazione del Governo secondo cui lo sgombero fosse la soluzione più appropriata.
La Corte sottolineò che alla luce dell’art. 8 della Convenzione, la situazione
dei ricorrenti, appartenenti ad un gruppo socialmente svantaggiato, nonché le
loro particolari necessità, avrebbero dovuto essere considerate nella
valutazione della proporzionalità della misura. L’articolo 8 della
Convenzione è quello che stabilisce che ogni persona ha diritto al rispetto
della vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza.
Considerate se questo è uomo, colui che, per essere
trattato da essere umano, deve commettere un fatto per cui venga punito e messo
in carcere. Solo allora ce ne prendiamo cura Quando consideriamo certi insediamenti di baracche, come ve n’erano negli anni ’70 anche vicino a noi, abitate da nostri connazionali, nel luogo
detto Fosso di Sant'Agnese sulle sponde dell’Aniene, e come ci sono
tornate ad essere sempre lì anche oggi, ma abitate da stranieri, non riusciamo
a concepire il sistema di relazioni solidali che, anche in posti come quelli, si creano. Un
tessuto umano prezioso, importante per la sopravvivenza, Affetti familiari,
amicizie tra sventurati. Lì dove, con il mantenimento di una umanità, si crea
anche un costume etico, senza il quale rimarrebbe la lotta di tutti contro
tutti, quella che può trasformare gli umani in belve, rendendoli veramente
pericolosi. E’ questo tessuto che, con le povere cose alle quali erano affidate le
povere vite degli sventurati, viene spazzato via dando il via libera alle
ruspe. Che diremmo se capitasse a noi? Ci sentiamo al sicuro, nelle nostre tiepide case, eppure, io lo so bene
avendo consuetudine per ragioni professionali con certi ambienti, è facile
scivolare al margini della società: una malattia, la perdita improvvisa del
lavoro, disastri familiari, ed ecco che non si riesce più a reggere il ritmo
della vita degli altri, i soldi non bastano più, e ad un certo punto ci si
siede ai margini di una strada e la vita incomincia a scorrere intorno senza
che ne si sia più parte. Si diventa invisibili per le altre persone. E anche
fastidiosi in ogni manifestazione della propria vita, ad esempio quando si rovista
nei contenitori della spazzatura per cercare qualcosa di utile o anche qualcosa
da mangiare. L’ho visto fare anche da italiani quando i supermercati qui intorno ancora lasciavano la verdura di scarto in cassonetti su strada.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli