sabato 24 novembre 2018

Il prossimo, la compassione e le lingue taglienti


Il prossimo, la compassione e le lingue taglienti

  L’altro giorno in radio, rispondendo ad una domanda di un ascoltatore, un giornalista ha criticato il Papa perché si occupa poco di spiriti e troppo di esortare ad aiutare chi sta peggio. Insomma: poca spiritualità e troppa filantropia.  E poi è al prossimo che si dovrebbe  pensare prima di tutto , vale a dire a chi ci sta più vicino, ha concluso quel giornalista,  così interpretando il comando biblico dell’amore del prossimo come di se stessi.  Molti la pensano come lui, da quello che sento in giro. Questo spiega perché sembra che di cristiani ce ne siano di meno di una volta. Magari lo sono, ma non parlano come tali, e non ci vedono nulla di male.
   Chi è assiduo alla predicazione ecclesiale sa bene, infatti, che l’insegnamento del Maestro è diverso. Il problema non è individuare il nostro prossimo  tra i sofferenti del mondo e quindi di partire da quelli che ci stanno più vicini, ma di farsi prossimi ai sofferenti indipendentemente da dove stanno. Questo principio etico è contenuto nella parabola cosiddetta del  Buon Samaritano, che trascrivo dal WEB, dalla traduzione italiana della Bibbia del 2008 (CEI) pubblicata sul sito <http://www.vatican.va/archive/ITA0001/_INDEX.HTM>:
[dal Vangelo secondo Luca 10, 25-37]
25] Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". 
[26] Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". 
[27] Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". 
[28] E Gesù: "Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai". 
[29] Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". 
[30] Gesù riprese: 
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 
[31] Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 
[32] Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 

[33] Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 
[34] Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 
[35] Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 
[36] Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". 
[37] Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso".
  La domanda è quella che ci interessa: “Chi è il mio prossimo?”. Il senso comune ci spinge a rispondere: “Chi  è più vicino a noi”.  L’insegnamento della parabola è diverso. E’: “Farsi  prossimi, con la compassione”. Così posta, la questione non è più di vicinanza  geografica o sociale. Si parte dalla sofferenza altrui e ce se ne fa prossimi spinti dalla compassione, facendo ciò che occorre,  prendendosi cura. Questo ha spinto i cristiani fino agli estremi confini della Terra. Non è questione di essere o meno spirituali e di occuparsi di spiriti, ma di eseguire un comando del Maestro. Questa è la prospettiva che determina anche il magistero dell’attuale Papa, come accaduto, per la verità, per ogni Papa, fin dalle origini. La diversità della situazione contemporanea è che la grande facilità delle comunicazioni sociali ci rimanda notizia di sofferenze molto lontane. Ogni società è oggi più o meno organizzata per prendersi cura dei propri sofferenti, ma, al di là di questo, nella dimensione personale, e possiamo anche dire  spirituale, è la compassione a spingere, e può portare molto lontano e anche in situazioni pericolose.  E’ stata la vita di sempre dei missionari. Ma oggi è forte anche il movimento di coloro che si fanno prossimi  dei lontani spinti solo o prevalentemente da compassione umanitaria, che, comunque, ha pur sempre anche un senso religioso. Chi vede nei sofferenti stranieri una minaccia ne sarà contrariato, e questo spiega certe uscite cattive verso chi fa il bene, che, con l’arma del discredito sociale, colpiscono più duramente dei banditi che travagliano la vita dei volenterosi della compassione. Del resto è convinzione antica che:
18] Molti sono caduti a fil di spada, 
ma non quanti sono periti per colpa della lingua.
[dal libro del Siracide 28, 18 - traduzione CEI 2008].
  Dunque, certe chiacchiere  non sono solo chiacchiere. La chiacchiera cattiva è un peccato, ne ha parlato recentemente il Papa, ma se poi produce sofferenza, o addirittura morte, è molto più grave. Una cosa, ad esempio, è sparlare di chi cerca di venire incontro alla sofferenze di quelli ai quali  è capitato di essere prigionieri negli inferni del mondo o da lì cercano di spostarsi per salvarsi. Ma se, con quelle chiacchiere cattive, si dà l’assenso politico a misure che poi concretamente provocano sofferenza e morte, se ne è eticamente responsabili, anche dinanzi agli spiriti, per così dire. Quando verrà il momento di rendere conto, e in religione si è convinti che ad un certo punto venga, ci si difenderà, forse, dicendo che erano tutte chiacchiere, come in genere fanno già, sempre,  coloro che quaggiù vengono presi per un orecchio e tratti davanti a chi di dovere, ma allora ci verranno mostrati coloro che ci hanno rimesso la pelle proprio per quelle chiacchiere che, cumulandosi in un grande chiacchiericcio, hanno poi determinato certe politiche di esclusione, discriminazione e respingimento che, ad esempio, negli Stati Uniti d’America sembra che portino l’amministrazione a voler usare armi letali contro i disperati che bussano alle porte dello stato più ricco, armato e interventista del mondo.
  La parabola del Buon Samaritano  è ambientata tra gente in viaggio. Quando si viaggia si è tra estranei. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”: di che nazionalità, religione, città era? Non è specificato. “Incappò nei briganti”: può accadere a tutti, ma in particolare a chi viaggia, e anche a chi viaggia per far del bene. Nelle settimane scorse si è avuta notizia di diversi assassini tra i nostri missionari. E sappiamo della cooperante che qualche giorno fa è stata rapita. Qual è il dovere verso chi è lasciato a mal partito dai briganti? “E n'ebbe compassione.  Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.  Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.” Alcuni, oggi, direbbero che sono soldi buttati. Che se quell’uomo non si fosse messo in viaggio non gli sarebbe accaduto di cadere nelle mani dei briganti. Da ultimo: i predicatori (e di omelie su quella parabola nel ho sentite almeno una all’anno da ormai tanti anni) osservano che è un samaritano, un nemico religioso degli antichi ebrei come il Maestro, che viene posto a modello di chi  si fa prossimo. Qualche volta sembra che non ci si renda conto del tanto bene che ci può venire da chi superficialmente riteniamo nemico solo perché non fa parte della nostra cerchia. La parabola contiene quindi, esplicitamente, anche la critica di una certa religiosità senza cuore, incapace di compassione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli