venerdì 23 novembre 2018

Cultura, popolo e nazione

Cultura, popolo e nazione

   Impariamo dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) la definizione di cultura:
  Con il termine generico di « cultura » si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l'uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l'andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano.
  Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale e la voce « cultura » assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano. Così pure si costituisce l'ambiente storicamente definito in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà.
[dalla Costituzione pastorale La gioia e la speranza  - Gaudium et spes, n.53]
   Il popolo è l’ambiente umano da cui scaturiscono le culture, in un complesso sistema di relazioni sociali che coinvolge coloro che vivono in un certo ambiente, ma anche le generazioni del passato, attraverso una  tradizione. Storicamente le tradizioni culturali nacquero come orali. L’acquisizione cultura della scrittura consentì di tramandarle molto più efficacemente ed anche di riscoprirle  all’occorrenza. Al giorno d’oggi tradizioni orali e scritte coesistono, ma una tradizione non si ritiene al sicuro se non la si fissa in testi scritti. Le nostre Scritture sacre sono il prodotto di un processo simile. La loro traduzione in lingue diverse da quelle da cui originarono le tradizioni orali che le costituirono, a partire da quella in greco antico fatta intorno all’anno 200 dell’era antica, ne consentì il trasferimento in altre culture. Così in Italia preghiamo seguendo tradizioni create nell’antica Palestina, un ambiente culturale molto diverso dal nostro.
  Cultura  e popolo  possono essere considerati elementi naturali, nel senso che, quando dall’evoluzione biologica in  un processo di milioni di anni si formarono le strutture celebrali base della mente consentendo relazioni sociali di tipo culturale, le società umane sono caratterizzate da culture. Anche queste ultimi sono stata connotate da un processo di evoluzione causato dal mutamento degli usi e costumi e da quello degli ambienti umani di riferimento. Società confinate in ambienti poco permeabili con ciò che c’è intorno mutano meno rapidamente. Al contrario, società aperte tendono a evolvere molto rapidamente, così come accade nel mondo globalizzato di oggi. La globalizzazione  significa la rimozione tendenziale di ogni barriera che si frappone alle relazioni tra culture, che comprendono anche quelle economiche, relative alla produzione e al commercio,  e sociali. Di queste ultime fanno parte anche quelle religiose.
  Quella di nazione  è invece un elemento culturale. Ne ha trattato il sociologo Zygmut Bauman (1922-1917) nel libro divulgativo Retropia, del 2017, edito in traduzione italiana da Laterza, che ho sintetizzato alcuni giorni fa. Ma anche lo storico Eric John Ernest Hobsbawm (1917-2012) in Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà, edito in traduzione italiana da Einaudi (può essere compreso da chi abbia finito le superiori). L’identità nazionale viene proposta come naturale, ma è essenzialmente un elemento politico. In questo senso Hobsbawn sostiene che il nazionalismo viene prima della nazione, citando l’antropologo e sociologo Ernest Gellner (1925-1995):
«Le nazioni quali modo naturale e di derivazione divina di classificare  gli uomini, come destino politico […] intrinseco sono un mito; il nazionalismo, che talvolta si appropria delle culture precedenti per trasformale in nazioni, che talvolta se le inventa, che spesso oblitera le culture precedenti; questa è la realtà».
 Secondo Hobsbawn, si parla di nazioni  nel significato odierno del termine dal Settecento, salvo rare anticipazioni. Da quest’epoca l’idea di nazione  è stata utilizzata come fonte di legittimazione del potere politico: nazione,  in questa prospettiva, è un popolo  che nella sua cultura  ha la volontà dell’unità politica. Nei due secoli precedenti quest’ultima era invece data da una dinastia sovrana che, per legittimazione sacrale, quindi religiosa, intendeva esprimere pastori  o padri  per un certo popolo definito da elementi cultura: di questo era fatta la nazione. Dal Settecento ci cercò di sostituire la legittimazione  nazionale  a quella sacrale; questo però, facendo emergere il popolo, perché il nazionalismo è un elemento culturale, segnò la crisi delle dinastie sovrano e l’evoluzione verso regimi politici diversi, tendenzialmente a base sociale più ampia anche quando effettivamente autocratici, come quelli fascisti. Il nazionalismo finì per connotare le concezioni di cultura  che si avevano, presentando le culture  umane come un insieme organico, basato innanzi tutto su lingua e religione, due degli elementi culturali la cui evoluzione è più lenta, quanto alla lingua per ragioni di struttura della mente, quanto alla religione per l’importanza che per la sua autorevolezza ha l’antichità delle tradizioni. L’ambizione del nazionalismo, come di ogni politica, è quella di frenare l’evoluzione della cultura sulla quale il proprio potere si fonda, ancorandosi ad elementi culturali a più lenta evoluzione. In questo modo, fino ad epoca recente, la religione è stata ancora utilizzata, in vari modi,  a sostegno di un potere politico.
  La costruzione culturale di un nazionalismo è piuttosto complicata in ambienti sociali come quello italiano e quello tedesco caratterizzati da una grande varietà culturale, sensibile addirittura nello spostarsi geograficamente di poche decine di chilometri. Il nazionalismo italiano, in particolare, che nell’Ottocento realizzò l’unità nazionale nel corso di aspri e sanguinosi conflitti, aventi carattere di guerre civili tranne che per la guerra contro l’Impero austriaco, non era basato su reali affinità culturali e, in particolare, avendo mire politiche sul piccolo regno dei Papi nell’Italia centrale, non poté avvalersi della religione come fattore di coesione, visto che in Italia era maggioritaria quella cattolica, asservita al Papato. Questo lo rese fragile e piuttosto diverso da quello che caratterizzò processi di unificazione politica di altri stati. I sociologi osservano che l’unità culturale su base nazionale iniziò a realizzarsi  effettivamente sotto l’azione della televisione di stato, dagli scorsi anni Cinquanta, e in particolare per influsso della pubblicità, per quel processo che i sociologi chiamano imitazione acquisitiva. Il primo canale televisivo italiano si chiamò  Nazionale. A quel tempo e fino agli anni Ottanta, la radiotelevisione fu riservata ad un organismo di stato. Il pluralismo televisivo che si produsse dalla metà degli anni Ottanta suscitò anche, nel giro di dieci anni e in concomitanza con evoluzioni storiche a livello mondiale, un sensibile rivolgimento politico: per circa un trentennio la politica italiana venne caratterizzata da maggiore imprenditore della televisione privata in Italia. Il partito politico da lui fondato, fu inizialmente organizzato da personale proveniente da una grande impresa operante nel ramo della pubblicità televisiva.
  L’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi (1928-2015) diceva  che, se si escludevano pastasciutta e religione cattolica, non c’erano altri elementi su cui sostenere il nazionalismo italiano. In realtà in Italia si mangiano moltissimi tipi di pastasciutta e dagli anni Sessanta la nostra religione iniziò a mutare velocemente. Dunque anche questo delude, come in genere deludono gli elementi culturali quando li si vuole considerare naturali.  Naturale  è la cultura, nel senso che le società umane ne sono caratterizzate, ma poi le culture sono tante quanto le società umane, che in genere non coincidono con le nazioni, e soprattutto evolvono  più o meno rapidamente. In definitiva, quello di Biffi era un buon modo di demitizzare  il nazionalismo, in particolare quello italiano, verso il quale, per le ragioni che ho ricordato, la Chiesa cattolica ha avuto sempre forti riserve.
  Il nazionalismo italiano più nobile, perché più disinteressato, fu quello del politico rivoluzionario Giuseppe Mazzini (1805-1872). Fu scritto dal mazziniano Goffredo Mameli, autore del testo del guerresco  Fratelli d’Italia  o Canto d’Italia, che  è il nostro inno nazionale:
Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Uniamoci, amiamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
  La lirica chiama alla  solidarietà  che c’è tra i combattenti. L’esigenza di combattere, in questa prospettiva, nasce dalla costatazione che «Noi fummo da secoli, calpesti, derisi», in quanto divisi, in quanto  non popolo. E’ quel noi  che però era problematico, proprio perché  non si era popolo, gli elementi culturali di unità erano piuttosto deboli e, più  che altro, basati su tradizioni colte, letterarie. Fatta l’Italia, si dovette poi tentare di fare  gli Italiani: ciò che il fascismo mussoliniano pensò di realizzare attraverso la guerra, come già avevano pensato i nazionalisti interventisti che avevano spinto il Regno d’Italia ad intervenire nella Prima guerra mondiale, in sostanza aggredendo il vicino Impero austriaco. Ma ciò che le guerre mondiali del Novecento in cui fu gettata l’Italia non riuscirono a produrre, fu fatto dalla televisione di stato, in particolare consolidando la lingua nazionale, che fino alla metà del Novecento fu essenzialmente un parto letterario.
  Ai tempi nostri rinasce la proposta del nazionalismo italiano, dopo un trentennio di aspra polemica contro di esso, con la proposta di secessione  del Nord dal Sud. Su che cosa fondarlo, a parte la guerra, considerato che pastasciutta, religione e altro hanno deluso e la pratica della lingua italiana, anche ai più alti livelli, è quella che è? Come osservato da Bauman, lo si sta facendo, in Europa e negli Stati Uniti d’America,  costruendo il mito dell’invasione dei migranti, quindi su una guerra essenzialmente attuata con misure di polizia e con l’ostilità interculturale verso chi ha scarse possibilità di difesa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli