martedì 16 ottobre 2018

Un dio tutto nostro


Un dio tutto nostro

Uguaglianza - canto

Ti ho visto lì per terra
al sole del mattino
le braccia e gambe rotte dal dolore.
Dicevan che eri matto
ma devo ringraziare la tua pazzia.

Ti ho visto lì per terra
poi ti ha coperto il viso
la giacca del padrone che ti ha ucciso.
T'hanno coperto subito
eri ormai per loro da buttar via.

Ci dicon Siamo uguali
ma io vorrei sapere
 uguali davanti a chi?
uguali per che per chi?

E' comodo per voi
dire che siamo uguali
davanti a una giustizia partigiana.
Cos'è questa giustizia
se non la vostra guardia quotidiana.

Ci dicon siamo uguali...

E' comodo per voi
che avete in mano tutto
dire che siamo uguali davanti a Dio.
un Dio tutto vostro,
 è un Dio che non accetto e non conosco.

Dicevi questo ed altro
e ti chiamavan matto
ma quello in cui credevi verrà fatto.
Alla legge del padrone risponderemo con Rivoluzione.

Paolo Pietrangeli - 1969

   Sentivo le canzoni di Paolo Pietrangeli quand’ero ragazzo, e mi facevano paura. Le risento oggi, da anziano, dopo aver partecipato ad una lunga storia, e arrivo a comprenderle, pur avendo scelto con decisione quella della non violenza come l'unica vera via rivoluzionaria.
  L’accusa più dura, e più dura perché più vera, alle persone religiose è quella di essersi costruite una divinità, e quindi una religione, a misura dei loro interessi, “un dio tutto loro”. Gran parte del lavoro che si fa da persone religiose è quello di redimersene. E lo si fa facendo spazio agli altri. Questo significa essere missionari.
   Nel lessico di papa Francesco se ne parla come di organizzare un  ospedale da campo, che significa farsi carico delle sofferenze altrui. Nello stesso tempo egli tiene a precisare che non si è, in religione, una Onlus, un ente benefico. Quel lavoro che si fa è molto più che filantropia e non basta andare in soccorso di chi è caduto. Bisogna cambiare la macchina sociale che produce i sofferenti. Che cos’è il  cambiare il mondo, perché proprio di questo si tratta, se non  rivoluzione? E infatti questa parola, che ancora fa tanta paura, ricorre negli scritti del Papa. Ma in un senso molto più radicale da come di solito la si intende, vale a dire il contrapporre violenza a violenza per  rivoltare  un certo ordine sociale. Perché la nostra rivoluzione si fa seguendo il nostro Maestro e comporta anche il ripudio della violenza sopraffattrice, di un mondo che si regge sulla violenza. La storia ha dimostrato chiaramente, per chi abbia tempo e modo di studiarla, che nessun ordine che dipenda dalla violenza per instaurarsi e resistere è veramente rivoluzionario: prosegue solo la desolante serie del passato. E’ per questo che il Papa, volendo rendere l’idea di una rivoluzione secondo la nostra fede, ha abbandonato l’immagine del  soldato di Cristo,  tanto  utilizzata nel passato, per ricorrere a quella dell’ospedale  allestito in emergenza sui campi di battaglia, l’ospedale da campo, appunto. Si evoca con questo una società che si pensa pacifica, pacificata e pacificatrice e invece è in guerra, molto violenta. Quella che produce gente da buttar via, scarti nel lessico del Papa, e che respinge.
 «Il dovere che la Chiesa ha di chinarsi su tutte le ferite dell’umanità e di operare perché nessuno possa risultare uno scarto non le deriva da qualche forma di neutrale filantropia: è esigenza del Vangelo della misericordia, che è chiamata ad annunciare.
 Esso, proprio perché è annuncio del cuore di Dio che si china sulle miserie -compreso il peccato e ogni divisione  degli uomini tra loro- non può essere ridotto  all’individuale rapporto del singolo con Dio o a qualcosa che rimandi ad un aldilà che nulla avrebbe a che fare con l’aldiqua di una vita, spesso misera degli uomini. Il Papa lo chiarifica mettendo in evidenza la portata sociale dell’evangelizzazione, rilevando che il Vangelo implica il regnare di Dio nel mondo, permettendo così che la vita sociale diventi “uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti”»
[da: Roberto Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana, 2017, pag.87-88].
   Quell’idea di evangelizzazione, oggi come negli anni ’60 quando cominciò a  diffondersi, è ai tempi nostri duramente contestata da ogni tipo di reazionari, quelli che vorrebbero che si tornasse come si era prima. Si reclama a gran voce una religione che torni a sacralizzare  le società degli europei così come sono, violente e ingiuste come sono,  a ridar loro  sovranità  non solo sui corpi ma anche sulle anime. Per rassicurarle, ad esempio, che è giusto, che anche  dio  lo vuole, levar di mezzo i soccorritori da un tratto di mare molto pericoloso come quello tra le nostre coste e quelle libiche mentre tanta gente, spinta dal bisogno, cerca di attraversarlo con mezzi precari. E’ questa la tremenda realtà che sta mettendo in luce la  missione  Mediterranea di Nave Jonio, che potete seguire anche sul nostro Avvenire. E' stato voluto, è stato deciso, ne portiamo tutti la responsabilità etica, politica e storica, perché in democrazia tutti sono responsabili di tutto. C’è nostalgia, insomma, di quando c’era un dio tutto nostro. Perché c’è stato, indubbiamente. E noi europei ne abbiamo anche fatta evangelizzazione, lo abbiamo addirittura imposto con la violenza, distruggendo le culture altrui per insediarlo al loro posto. Prima di ricominciare, noi stessi, a rievangelizzarci alla sequela del vero Maestro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli