Un dio tutto nostro
Uguaglianza - canto
Ti ho visto lì per terra
al sole del mattino
le
braccia e gambe rotte dal dolore.
Dicevan che eri matto
ma devo ringraziare la tua pazzia.
Ti ho visto lì per terra
poi ti ha coperto il viso
la giacca del padrone che ti ha ucciso.
T'hanno coperto subito
eri ormai per loro da buttar via.
Ci dicon Siamo uguali
ma io vorrei sapere
uguali davanti a chi?
uguali per che per chi?
E' comodo per voi
dire che siamo uguali
davanti a una giustizia partigiana.
Cos'è questa giustizia
se non la vostra guardia quotidiana.
Ci dicon siamo uguali...
E' comodo per voi
che avete in mano tutto
dire che siamo uguali davanti a Dio.
un Dio tutto vostro,
è
un Dio che non accetto e non conosco.
Dicevi questo ed altro
e ti chiamavan matto
ma quello in cui credevi verrà fatto.
Alla legge del padrone risponderemo con
Rivoluzione.
Paolo Pietrangeli - 1969
Sentivo le canzoni di Paolo Pietrangeli
quand’ero ragazzo, e mi facevano paura. Le risento oggi, da anziano, dopo aver
partecipato ad una lunga storia, e arrivo a comprenderle, pur avendo scelto con decisione quella della non violenza come l'unica vera via rivoluzionaria.
L’accusa più dura, e più dura perché più
vera, alle persone religiose è quella di essersi costruite una divinità, e
quindi una religione, a misura dei loro interessi, “un dio tutto loro”. Gran
parte del lavoro che si fa da persone religiose è quello di redimersene. E lo
si fa facendo spazio agli altri. Questo significa essere missionari.
Nel lessico di papa
Francesco se ne parla come di organizzare un ospedale da campo, che
significa farsi carico delle sofferenze altrui. Nello stesso tempo egli tiene a
precisare che non si è, in religione, una Onlus,
un ente benefico. Quel lavoro che si fa è molto più che filantropia e non basta
andare in soccorso di chi è caduto. Bisogna cambiare la macchina sociale che
produce i sofferenti. Che cos’è il cambiare il mondo, perché proprio di
questo si tratta, se non rivoluzione? E infatti questa parola, che
ancora fa tanta paura, ricorre negli scritti del Papa. Ma in un senso molto più
radicale da come di solito la si intende, vale a dire il contrapporre violenza a violenza per rivoltare un certo ordine sociale. Perché la nostra
rivoluzione si fa seguendo il nostro Maestro e comporta anche il ripudio della
violenza sopraffattrice, di un mondo che si regge sulla violenza. La storia ha
dimostrato chiaramente, per chi abbia tempo e modo di studiarla, che nessun
ordine che dipenda dalla violenza per instaurarsi e resistere è veramente rivoluzionario: prosegue solo la
desolante serie del passato. E’ per questo che il Papa, volendo rendere l’idea
di una rivoluzione secondo la nostra fede, ha abbandonato l’immagine del soldato di Cristo, tanto
utilizzata nel passato, per ricorrere a quella dell’ospedale allestito in
emergenza sui campi di battaglia, l’ospedale
da campo, appunto. Si evoca con questo
una società che si pensa pacifica, pacificata e pacificatrice e invece è in
guerra, molto violenta. Quella che produce gente
da buttar via, scarti nel lessico
del Papa, e che respinge.
«Il
dovere che la Chiesa ha di chinarsi su tutte le ferite dell’umanità e di
operare perché nessuno possa risultare uno scarto non le deriva da qualche
forma di neutrale filantropia: è esigenza del Vangelo della misericordia, che è
chiamata ad annunciare.
Esso,
proprio perché è annuncio del cuore di Dio che si china sulle miserie -compreso
il peccato e ogni divisione degli uomini
tra loro- non può essere ridotto all’individuale
rapporto del singolo con Dio o a qualcosa che rimandi ad un aldilà che nulla
avrebbe a che fare con l’aldiqua di una vita, spesso misera degli uomini. Il
Papa lo chiarifica mettendo in evidenza la portata sociale dell’evangelizzazione,
rilevando che il Vangelo implica il regnare di Dio nel mondo, permettendo così che
la vita sociale diventi “uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di
dignità per tutti”»
[da: Roberto
Repole, Il sogno di una Chiesa
evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana,
2017, pag.87-88].
Quell’idea di evangelizzazione, oggi come
negli anni ’60 quando cominciò a
diffondersi, è ai tempi nostri duramente contestata da ogni tipo di
reazionari, quelli che vorrebbero che si tornasse come si era prima. Si reclama
a gran voce una religione che torni a sacralizzare
le società degli europei così come
sono, violente e ingiuste come sono, a
ridar loro sovranità non solo sui corpi ma anche sulle anime. Per
rassicurarle, ad esempio, che è giusto, che anche dio lo vuole, levar di mezzo i soccorritori
da un tratto di mare molto pericoloso come quello tra le nostre coste e quelle
libiche mentre tanta gente, spinta dal bisogno, cerca di attraversarlo con
mezzi precari. E’ questa la tremenda realtà che sta mettendo in luce la missione Mediterranea di Nave Jonio, che potete seguire
anche sul nostro Avvenire. E' stato voluto, è stato deciso, ne portiamo tutti la responsabilità etica, politica e storica, perché in democrazia tutti sono responsabili di tutto. C’è nostalgia, insomma, di quando c’era un dio tutto nostro. Perché c’è stato, indubbiamente.
E noi europei ne abbiamo anche fatta evangelizzazione, lo abbiamo addirittura
imposto con la violenza, distruggendo le culture altrui per insediarlo al loro
posto. Prima di ricominciare, noi stessi, a rievangelizzarci alla
sequela del vero Maestro.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli