lunedì 15 ottobre 2018

Fede bimba


Fede bimba

  Parlo con chi si è allontanato e ci tiene subito a rinfacciarmi i divieti che sembrano connaturati alla nostra religione. Vorrebbe quasi che me ne facessi difensore d’ufficio. Non ci penso proprio!
  Vuoi diventare una persona di fede o vuoi farti anche prete, frate o suora? Se ti basta essere una persona di fede (a volte nel clero e tra i religiosi si incontrano difficoltà ad esserlo), non mi tirare di mezzo i divieti: fa quello che ti consiglia la tua coscienza. Ne sei responsabile: decidi tu.  Ti vuoi cacciare in mezzo all’organizzazione clericale? Allora è un altro discorso. Lì avrai dei superiori, come al militare. Pensaci bene. Si fa un lavoro utile, ma molto duro, e c’è la disciplina, un insieme stringente di doveri. Non è per tutti. Io non lo sopporterei. Due le cose che mi urterebbero: appunto l’avere superiori tra il clero e il dovere sforzarsi di esser buono pena l’ipocrisia. Quest’ultima è la controindicazione più forte alla vita ecclesiastica: per non avere guai ci si concede un po’ di ipocrisia, per poi rendersi conto che essa tende a dilagare. Allora si fanno gli esercizi spirituali  per rimettersi in linea, ma insomma… I costumi curiali sono spesso pieni di ipocrisia, di falsa bontà: altrimenti, sembra di capire, non si resisterebbe. Va così in molti altri ambienti. Ma in questi ultimi l’ipocrisia, il mostrarsi quello che non si è,  di solito non riguarda direttamente la bontà, ma, ad esempio, la competenza professionale, la ricchezza, il successo e via dicendo. Ma perché, allora, ci si caccia in un’impresa simile, ci si fa preti o religiosi? Per alcuni è una professione come le altre, ma ci sono quelli che vi avvertono qualcosa che altrove non c’è, la possibilità di essere strani, controcorrente, impunemente. Un certo senso di libertà, proprio mentre sembra che la si ripudi in certe altre cose. Ma a te che non vuoi farti prete o suora, che importa?
  Hai ancora una fede bambina.
  La fede bimba è primitiva. C’è molta immaginazione accreditata dai genitori e dai loro luogotenenti. L’autorità dei genitori è la prima ad essere sacralizzata: sembra che se vai contro di loro, vai contro il Cielo. Questo significa sacralizzare.  Si fanno le prime Confessioni e si spifferano la marachelle contro mamma e papà. Crescendo deve diventare tutto  diverso. Francesco d’Assisi combinò una scenata in piazza contro il padre e l’hanno fatto santo subito.
 Per molti, però, la fede rimane così, bimba, da bimbo, o ritorna così in certi frangenti. Ci si crede in pericolo e si prega di scamparne. Si invoca il prodigio. Questa è una fede primitiva: quella mediante la quale si cerca di ammansire potenze superne capricciose. Per carità, nulla di male. Succede a tutti. Anch’io ho nel cuore preghiere così. Perché, però, il Cielo dovrebbe venire in soccorso a me e non ad un altro? Lui, il Giusto.  Su questo ragionò Primo Levi in alcuni suoi scritti. Sosteneva, se ben ricordo, non ho sotto mano il testo, che, al posto di Dio, avrebbe vomitato quella preghiera egoistica. Quando si mise molto male per me, come sembrava stesse mettendosi per lui, me ne ricordai e  anch’io, ad un certo punto non riuscii più a pregare in quel modo. E sono rimasto così. Ho ripudiato una certa idea del soprannaturale. Ho la fede, ma non seguo la religiosità dei miracoli. Non è obbligatorio, del resto. Non me ne faccio nulla dell’immagine di un dio volubile e venale, da ammansire,  come si pensava che fossero gli dei dell’antichità.
  Mi rinfacciano  che Dio non c’è, che nessuno l’ha mai visto. Neanch’io, che credete? Dio nessuno l’ha mai visto, è scritto. Ma per me l’esistenza di Dio non è un problema, anzi non è il  problema. Si cresce e si scopre il soprannaturale in noi. Capiamo che siamo più di ciò che appare: mente, ciccia e ossa. Il centro di tutto è agàpe, noi quando ci vogliamo bene, non noi da soli, ma noi e/con  gli altri: anche lì c’è più di quello che appare. Quello che gli antichi pensavano nel più alto dei Cieli, lo pensiamo tra noi. S’è fatto come noi, sosteniamo: per questo condivide l’agàpe, è  addirittura  agàpe e la diffonde, l’anima. Sta scritto anche questo. Vediamo il volto divino nell’altro che ci avvicina? E’ principio di ogni sapienza, ci insegnano i saggi. Trattiamo gli altri come animali, come anche persone religiose fecero e fanno ancora? Stolti che siamo! Dobbiamo temere la Nèmesi, il castigo, il contrappasso: chi mostro si fa, cadrà in mano dei mostri che lui stesso ha evocato. Le società mostrificate non generano il santo, abortiscono, anche se promettono gloria o semplicemente la salvezza a spese di altri.  Non è una favola: è storia, è accaduto veramente, accade e accadrà. Le nostre Scritture, ragionando su storia molto antica, trattano proprio di questo. «La storia insegna che l’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare» ha detto l’altro giorno il Presidente Sergio Mattarella, persona che si è formata umanamente nella nostra fede. La storia è piena di questi mostri ebbri, ed anche quella biblica ne narra per sventare il rischio di imitarli o di farcene seguaci.
  Abbiamo imparato il senso religioso della giustizia dall’antico ebraismo, ma siamo andati veramente  molto più in là. Abbiamo esteso fino ai confini della Terra, ad ogni volto umano, l’idea di popolo, di un popolo che riesce ad essere santo in quanto giusto, non comprando i favori e la complicità di un qualche dio. Non abbiamo una terra santa  a cui tornare, un nostro popolo da separare dagli altri. La famiglia umana: l’umanità come un’unica famiglia. Questo è il popolo che riteniamo pieno di santità, già costituito, solo da radunare. La santità non nasce dalla terra come le zucchine. Per questo ogni terra che si voglia santa è, in fondo,  un inganno.  La santità è in ogni anima umana. Noi ce ne facciamo cercatori. Questa è l’intuizione all’origine della nostra  vita religiosa. Quella che ci ha spinti fino agli estremi confini della Terra. Tutto il resto è contorno, compresa la lunga serie di doveri religiosi. Non è per spirito di dovere  che si cerca quella giustizia che la religione ci insegna. E’ per quel soprannaturale che è in noi.  
 In un suo film, il regista Woody Allen impersona un uomo che, disperato, tenta varie religioni e anche la nostra. Parla col prete, ma gli viene detto che ci vorrà tempo, dovrà leggere dei libri, partecipare ad incontri. Allora lui va in un negozio di ricordini religiosi, come quelli che ci sono qui a Roma intorno al Vaticano, e compra un Crocifisso che muove gli occhi, la foto del Papa e qualche santino, una cioccolata e un liquore fatti dai monaci: questo è appunto il contorno.  Il contorno non lo soddisfa. Non ha tempo per il resto. Passa oltre. Non è per disperazione che si diventa religiosi. La religione non è medicina per la disperazione, non serve a questo. Serve quando arde il cuore.
  Ho letto che Donald Trump, nel suo fortunato show The apprentice,  esteso ormai a una nazione intera sembra e, attraverso essa, al mondo intero, sosteneva che un buon contratto, un buon accordo commerciale, è quello in cui lui si avvantaggia molto di più dell’altro contraente, ha la meglio, ricava di più e al prezzo più basso, e l’altro ci rimette. Gli antichi giuristi romani predicavano invece l’equità, il dare a ciascuno il suo, una certa proporzionalità, insomma, tra ciò che si prende e ciò che si dà. Per un figlio, però, si è disposti anche a dare la propria vita, purché lui sia salvo. Che cosa è questo? E per un fratello che si farebbe, e si fa? Accade tutti i giorni. Io sono uno che è stato salvato da suo fratello, anche a rischio della sua vita. Abbiamo visto i Vigili del Fuoco a Genova appesi nel vuoto sul moncone del grande ponte diruto, e per molti, ne sono sicuro, è stato  come se ardesse loro  il cuore nel petto. Non è così? Ma i genitori di quei Vigili, vedendoli in pericolo, che avranno pensato? Che pensa un padre o una madre quando il figlio rischia la vita per gli altri, o anche solo per un altro fratello? Che cosa ci spinge ad accettare che siano messi in pericolo coloro che ci sono più cari e ad esserne, alla fine anche orgogliosi, se va bene. E se va male?  Di qualcosa del genere parla un brano evangelico che ti propongo nella traduzione in Italiana fatta per la Conferenza Episcopale Italiana e pubblicata nel 2008. E’ tratta dal Vangelo di Luca, dal versetto 13 al 23 del capitolo 24 [lo trovi sul WEB all’indirizzo http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVK.HTM ]

«Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. 
 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 
  Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?".  Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;  come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso.  Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.  Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 
 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto". 
  Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 
 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?".  E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 
Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro. 
 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 
 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 
  Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?". 
 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro.
»

 Quell’ardere del cuore  è l’inizio  della nostra fede. Ad un fedele viene evocato anche da quel brano evangelico. Lo legge e la fede gli si rianima. E’ così per tutti gli altri brani biblici. E’ per questo che teniamo sempre la Bibbia vicino a noi. Per inciso: diffondere e spiegare la Bibbia è parte del lavoro  del clero e dei religiosi. A me l’hanno spiegata loro e non solo spiegata, ma anche, per così dire, nonostante i tanti problemi della vita curiale,  impersonata.  Anche altri hanno però collaborato. Io ci ho messo un po’  di buona volontà, di quando in quando. Quando ho sete, attingo. Tu, hai sete di cose come queste?
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli