A
chi si è allontanato
Riprende il catechismo per i più giovani. Per molti rimane l’unico per
tutta la vita. Si vuole spiegare il senso della nostra fede e farne iniziare l’esperienza.
Dalla metà degli scorsi anni ’70 è un po’ meno strutturato come una lezione
scolastica. Ma dovrebbe essere approfondito crescendo. E’ qualcosa di più del
semplice annuncio, ma per certe
nozioni si è troppo piccoli; occorre, in particolare, fare più esperienza di
vita per capirle. Un tempo la storia sacra veniva raccontata come una favoletta
e, alla fine, poteva essere scambiata per quella. Adesso ci si concentra di più
su alcuni episodi, ma si perde un po’ il senso generale della narrazione, la
continuità che si vorrebbe far vedere nei fatti raccontati, quella che i teologi chiamano storia della salvezza. Il problema è che,
quando sarebbe il momento di iniziare ad approfondire, si lascia. La fede,
però, non si spegne subito, rimane come sottotraccia. E’ ancora possibile, per
un po’, suscitarla di nuovo. Questo si
fa più difficile se perdura l’allontanamento dalle consuetudini religiose. Di
solito la religione non viene sostituita da altro, ma da un tempo vuoto. Quindi,
poi, ad una certa età se ne sente la mancanza, ma da soli non si riesce più a
tornare. Del resto non si tratta nemmeno più di tornare. La fede da bimbi non serve più a quel punto, va stretta.
Serve riprendere un discorso, delle consuetudini, delle amicizie, riallacciare relazioni che aiutino a trovare la via. La fede è un lavoro collettivo.
La catechesi si dovrebbe fare non in nome
proprio, ma per conto della Chiesa, sotto la direzione del Vescovo. Questo
richiederebbe una formazione dei catechisti che non mi pare che in genere si
faccia. La catechetica è diventata una vera disciplina scientifica, che si
avvale di tante altre scienze, ad
esempio della psicologia e della pedagogia. Nelle parrocchie, però, si fa di
necessità virtù. Si cerca di fare con quelli che si mostrano disponibili, anche
se non formati a sufficienza, perché bisogna iniziare e i preti non bastano.
Accade, però, che poi ognuno tenda a mettere nella sua catechesi i propri personali punti
di riferimento, che possono essere insufficienti o inadatti.
La cosa più difficile è la mediazione tra
fede e vita: far capire che la fede serve alla vita e che quest’ultima interroga la fede e, in
qualche modo, così la orienta. Non è la stessa cosa vivere la fede in uno dei
tanti inferni della terra e nel nostro quartiere, dove ci sono tante situazioni
di sofferenza, ma che non è (ancora) un inferno. Quest’opera di mediazione è di
solito l’aspetto più critico della catechesi. Non si riesce più a convincere dell’utilità della
fede. Quest’ultima, ad un certo punto,
viene proposta anche come medicina dell’anima, come una specie di sostegno
psicologico, ma a questo scopo, non illudiamoci, serve a poco. Può solo
funzionare, e questa è stata una delle critiche più serie a certi tipi di
religiosità, temporaneamente come anestetico, ma nulla di più.
C’è però chi riesce a trasferire la propria
fede dall’età più giovane a quella adulta, facendo quegli approfondimenti che
servono, che comprendono anche una critica della fede bambina. Quest’ultima, a
volte, riesce ancora buona per i più anziani, per i quali gli orizzonti si
restringono. Chi conquista una fede adulta, che prima o poi finisce per
manifestarsi agli altri, si trova di fronte alla difficoltà di renderne ragione
con chi ha lasciato. Questi ultimi, di
solito, tengono a precisare che hanno lasciato, come a scansare tentativi di
proselitismo. C’è sempre il sospetto che chi ancora crede tenti di conquistare
gli altri alla religione, e certe volte è effettivamente così. Io, ad esempio,
non sono di quelli. A chi mi espone i motivi per cui non crede, rispondo che è
vero, ha ragione, e aggiungo che ce ne sono molti altri. La nostra fede, in
fondo, è inverosimile. E’ più o meno così
per tutte le religioni storiche. Ma, se da ragazzo, negli anni 70, mi avessero
parlato degli smartphone, li avrei considerati inverosimili. Eppure,
eccoli nelle nostre mani. Funzionano, ma
non sappiamo come. C’è negli e tra gli esseri umani più di ciò che appare. Uno
però può ritenere di non aver bisogno di scoprire altro oltre ciò che appare.
Di solito però è la vita a proporre certi interrogativi. Se ci si mette alla
ricerca di una risposta, prima o poi si incontra la fede. La grande riflessione
biblica è tutta centrata su questo. Ecco perché, ad esempio, Aldo Moro, quando
era prigioniero nella piccola cella allestita per lui dalle brigate rosse che
lo tenevano in loro potere, chiese di avere una Bibbia. Ma aveva avuto una lunga
formazione per trarre beneficio dai tesori nascosti in quel testo. Dico “nascosti”,
perché a molti di quelli che lo prendono in mano appare solo una raccolta di
favole. Alla riflessione biblica occorre infatti essere introdotti e guidati. C’è
necessità di qualcuno che spieghi. La prima figura che tenta di farlo è il prete,
a Messa, e poi c’è il catechista. Sembra strano, data l’importanza della
liturgia, ma spesso a Messa ci si distrae. Lo scrittore Bruce Marshall
sosteneva che l’effetto di una buona predica dura per non più di dieci minuti
in chi la ascolta e circa due minuti in chi la fa. Nella Messa per i più
piccoli, allora, il celebrante cerca di coinvolgere l’attenzione dei bambini
usando il metodo interattivo, a domande e risposte. Ma il catechista può fare
di più.
All’adulto che ha lasciato faccio osservare
che c’è un mondo da salvare. Se condivide quest’idea, significa che empatizza
con chi soffre: è sulla buona strada. La nostra fede essenzialmente è, infatti,
compassione, o, altrimenti detto, misericordia. Ci sentiamo tutti uniti: questo
sentimento nel greco evangelico è detto agàpe,
che traduciamo di solito con amore,
ma che è sostanzialmente misericordia,
compassione. E’ molto importante,
perché nella fede crediamo che il Fondamento sia agàpe, è scritto.
Oltre duemila persone sono affogate dall’inizio
dell’anno nel mare tra le nostre coste e quelle dell’Africa. C’è chi rimane
indifferente, e quello è perso per la fede. O chi addirittura dice “duemila di meno”, e per lui è ancora
peggio. Perché, appunto, la nostra è una fede di misericordia universale.
Perché, però, si dovrebbe averla? Chi sente
dentro di sé sentimenti di misericordia, può cominciare a ragionarci sopra e
questo è l’inizio della nostra fede. E’ quella voce che, in religione, crediamo
di udire dal Cielo. Non è, come si vede,
questione di formulette, ma di vita e di morte. La fede è per la vita, anche al di là di ogni
ragionamento, pur se cerca di rendere ragione delle proprie convinzioni. Ragiono,
ma non è per la ragione che sto incondizionatamente per la vita. Se la ragione
mi dimostrasse che ci sono parassiti umani da sterminare, regioni o quartieri da bonificare da esseri umani dannosi, o persone la cui morte deve lasciare
indifferente perché di nessuna o di scarsa utilità sociale, io per la mia fede
ripudierei quella ragione. Questo è l’assoluto della fede, è la religione.
Credo per arrivare a capire o capisco per credere? Come è stato detto: entrambe
le cose. La fede senza la ragione è cieca, ma la ragione senza la fede può
essere senza cuore. Unire le due cose è, allora, rendere ragione della propria fede: una delle
attività fondamentali del catechismo. Non è tanto questione di formule, di
parole, ma di mostrare, vivendo prima che ragionando, ma poi anche ragionando, che è possibile, bello e utile vivere la fede e, approfondendo la questione, addirittura indispensabile per mantenere la propria umanità in ogni circostanza, anche quando, ad esempio, la paura, la rabbia e l'avidità, insomma quei radicati sentimenti da antiche belve nascosti in noi e che ereditammo dai nostri avi ancestrali, ci spingono a diventare mostri umani, appunto belve come quelle dalle quali discendiamo biologicamente.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli