Metamorfosi
delle verità
Le verità, le convinzioni socialmente
condivise, mutano con il cambiare delle società in cui sono diffuse. Le società
cambiano per successioni delle generazioni o per commistioni con altre società.
La formulazione delle verità, in riti e ideologie, segue il loro affermarsi in
società e, in generale, le istituzioni che hanno il compito sociale di
formalizzare le verità resistono al cambiamento.
L’idea di un’umanità tutta compresa in un’unica
famiglia è molto antica nella nostra fede e corrisponde alla situazione sociale
in cui si affermò alle origini: quella di un grande impero multinazionale.
Tuttavia essa subì delle metamorfosi al variare della situazione politica
europea. La fede si venne nazionalizzando, venendo a legarsi con società meno
aperte, ad etnie e regni. Il processo seguì la divisione sociale. La divisione
comportava la guerra, ma quest’ultima era considerata come un fatto naturale,
come i terremoti e i cicloni atmosferici. Ogni società si costruiva così il suo
dio, ma la teologia non vedeva contraddizione con una fede di impronta
universalistica. Le conquiste europee in Africa, America ed Asia crearono
problemi più seri. In particolare, in Africa e in America, si venne a contatto
con culture molto distanti da quelle europee e anche con culture primitive. La
comune umanità, che era evidente, faticò ad essere affermata culturalmente,
anche in religione. Convissero varie formulazioni teologiche, quelle
universalistiche, quelle nazionalistiche, quelle di impronta razzista basate su
un primato etnico. Queste ultime furono alla base della colonizzazione
religiosa degli europei.
La nostra teologia si mostrò piuttosto
duttile alle esigenze sociali. Così, ciascun popolo, ciascuno stato, poteva immaginare di avere un proprio dio e, a livello mondiale, gli europei di
avere un diritto di dominio di origine divina, come strumento per l’evangelizzazione.
La situazione cominciò a mutare a partire dalla fine del Settecento,
con l’affermarsi delle democrazie di popolo. Si compresero le origini sociali
delle sofferenze sociali, compresi i conflitti e, pertanto, anche delle guerre.
Lo sfruttamento sociale dei ceti più poveri e il razzismo cominciarono ad
essere intesi come peccati sociali, colpe da cui redimersi. A partire dalla
Prima Guerra Mondiale la riflessione coinvolse il problema della guerra e di un
ordine internazionale pacifico. Anche la guerra cominciò ad essere pensata come un peccato collettivo, non più quindi come un fenomeno naturale, ma come un prodotto sociale che, con giuste riforme, poteva essere evitato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il medesimo orientamento coinvolse anche la valutazione del colonialismo europeo. Il pensiero sociale cristiano in materia precedette,
e determinò, le pronunce del nostro Magistero, in particolare di quello dei
Papi. Riprese vigore, a partire dagli anni Sessanta, la teologia
universalistica delle origini, ma intesa secondo le esigenze sociali del
momento e il mondo nuovo che si era creato. La globalizzazione della nostra
fede precedette di molto quella dell’economia e, in un certo, senso la prefigurò
e sostenne. Questo orientamento si manifestò in maniera spettacolare nel
magistero di san Karol Wojtyla, il quale arrivò a proporre l’immagine di radici cristiane dell’Europa che ne avrebbero imposto
la pacificazione in un nuovo ordine internazionale per preservare la pace.
Questa visione non aveva in realtà riscontri storici: la storia europea, fin
dall’affermarsi della nostra fede sul continente, dal Quarto secolo, era stata un lungo seguito di
conflitti, anche a sfondo religioso. La possiamo immaginare come una retropia, l’immaginare un passato
migliore, ma mai esistito, a cui tornare. Un passato alternativo. Il fatto che,
nel corso del Novecento, si fosse affermata una frattura tra società in cui la
fede religiosa era tra le verità ammesse e altre in cui essa era vivamente
contrastata e ridotta al rango di credenza tollerata, quindi tra regimi di
democrazia capitalista e regimi comunisti, non poteva cambiare la realtà di un
passato aspramente conflittuale nel quale la comune fede religiosa non era stata mai un deterrente
sufficiente alle guerre e, anzi, spesso era stata all’origine di esse.
La dottrina sociale ancora corrente sulla pace iniziò a
essere diffusa nel 1939, al manifestarsi della minaccia di una nuova guerra
mondiale, e da allora non ha mai cessato di esserlo. Essa corrispondeva a una
situazione sociale che considerava la pace un valore importante. Ai tempi
nostri la situazione sta cambiando. Sembra che risorgano gli dei nazionali. Si
sta proponendo una corrispondente teologia, che, anch’essa, cerca in passati
immaginari degli esempi sociali a cui tornare. L’epoca dei sovrani assoluti, da essa mitizzata, non fu infatti propizia per l’affermazione della nostra fede, perché fu caratterizzata da
aspri conflitti religiosi e quindi da valori e fatti contrastanti con quelli evangelici, che pure venivano proclamati. Ma la si propone come più religiosa di quella delle democrazie, basata sulla
libertà di coscienza, disperando di ottenere l’unità delle anime altro che con
la forza, la coercizione. Questa è la posizione di quei neo-fascismi di egoismo
nazionale che vanno sotto il nome di sovranismi, i quali hanno come slogan quello antievangelico “Prima
noi!”. Essi sono insofferenti dell’attuale teologia universalistica e del
suo principale esponente vivente, il Papa regnante. Con fatti concludenti e con
la battaglia delle idee cercano di contrastarla e di ottenerne delle
metamorfosi, innanzi tutto cercando da sradicarla dai corpi sociali di
riferimento. Utilizzano a questo fine la paura ancestrale di un’invasione
aliena. Cercano inoltre di modificare politicamente la legislazione sociale e le istituzioni ispirate ai suoi principi umanitari. Si tratta, in particolare, della Costituzione italiana vigente e dell'Unione Europea, con la sua Carta dei diritti, nella cui realizzazione sono stati fortemente impegnati quelli della nostra fede, sull'ispirazione della dottrina sociale diffusa dagli anni '40 del secolo scorso. Avevano l'obiettivo di un ordine internazionale pacifico, che in effetti si è prodotto a lungo. Chi ora le critica è consapevole che, cambiando orientamenti, torneranno le guerre? Esse sono inevitabili quando si scontrano diversi Prima noi! nazionalistici: dalle parole si passa, allora, prima o poi, ai fatti. Vediamo attiva questa dinamica nel conflitto in Ucraina, tra nazionalisti sovranisti ucraini e movimenti sovranisti filorussi, in un contesto in cui, cessato il regime comunista ateistico sovietico che le dominava entrambe reprimendone i nazionalismi, compresi quelli a sfondo religioso, Ucraina e Russia vengono considerate nazioni cristiane.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli