sabato 22 settembre 2018

Lotte sociali

Lotte sociali

  Da che se ne hanno notizie affidabili, le società degli esseri umani sono state travagliate da lotte per il predominio e la distribuzione delle risorse. Da un certo punto in poi i racconti si sono fatti più precisi, ne sono state narrate delle vere  e proprie storie: abbiamo delle cronache piuttosto attendibili. Ne troviamo anche nelle nostre Scritture.  A tutto ciò le religioni non sono mai state estranee, neanche la nostra. Gli antichi dei avevano però connotati  soprannaturali  molto diversi da quelli pensati nei maggiori attuali monoteismi. Non li si pensava come onnipotenti. Si immaginava avessero sentimenti umani. Per questo anche un re poteva essere considerato una divinità: significava solo che aveva fatto grandi cose. Gli dei combattevano tra di loro: ogni nazione ne aveva alcuni di prediletti e pensava di essere da loro prediletta. Gli dei erano, così, funzionali alle lotte sociali. Le guerre erano senz’altro un tipo di lotta sociale, ma ve ne erano altre che si sviluppavano all’interno di una stessa società, tra diversi suoi gruppi. Per circa cinque secoli, nell’era antica, il sistema politico di Roma fu travagliato da lotte di questo tipo, tra gli appartenenti alla più antiche famiglie e tutti gli altri cittadini, la plebe. Ne rimanevano fuori gli schiavi. Eppure si ricordano lotte sociali delle quali questi ultimi furono protagonisti: la più nota è quella animata dal gladiatore Spartaco, originario della Tracia (una regione che oggi è divisa tra la Grecia e la Turchia), nel primo secolo dell’era antica. Venne la nostra fede, fondata sull’idea di paternità e dunque di fraternità universale: le lotte continuarono, ma si iniziò a vergognarsene. Chi uccideva si immedesimava in Caino e sentiva dentro di sé il tremendo appello divino.
  Le metamorfosi politiche prodottesi nell’età contemporanea, vale a dire negli ultimi due secoli circa, sono state potentemente influenzate da lotte sociali, rese possibili dall’affermazione dei principi democratici, con la conseguente maggiore libertà di espressione del pensiero. Il pensiero sociale cristiano vi ha potentemente contribuito e, in esso, la dottrina sociale. Possiamo riconoscere che i principi ideologici dell’Unione Europea, come anche della nostra Costituzione repubblicana, recano importanti tracce di quest’ultima.
 Il pensiero sociale cristiano ha preso realisticamente atto della realtà conflittuale della società, ma, muovendosi all’interno di un’ideologia di fraternità universale, ha studiato come comporre le controversie in modo che non divenissero distruttive e, alla fine, fossero composte in modo equo, con una certa proporzione tra dare e avere,  senza che nessuno prevalesse su un altro in modo ingiusto, senza proporzione, in particolare togliendogli ciò che a nessuno può essere tolto, innanzi tutto la dignità, la salute, la vita. In questo lavoro, si è confrontato culturalmente  con i più importanti movimenti di riforma sociale della nostra era: innanzi tutto con l’assolutismo, che tanto ha permeato l’organizzazione della nostra Chiesa, poi con il liberalismo, i principi politici e sociali democratici, il capitalismo, il socialismo, il fascismo, le democrazie avanzate della seconda metà del Novecento, il nuovo capitalismo globale instauratosi dagli scorsi anni Novanta, e ora con i neo-nazionalismi europei, detti  sovranismi. La prima enciclica sociale dell’era contemporanea, la  Le novità – Rerum novarum, diffusa nel 1891 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci – Leone 13°, è centrata sulla critica del socialismo, innanzi tutto, e poi del capitalismo, nelle relazioni sociali. Nella seconda metà dell’Ottocento, il pensiero sociale cristiano cominciò a riflettere su un possibile nuovo ordine sociale di tipo  corporativo, fondato sulla collaborazione, e non sullo scontro, delle classi sociali. Nella sua realizzazione avrebbero dovuto avere un ruolo molto importante non solo le istituzioni pubbliche, ma gli stessi cittadini. E’ questa la soluzione proposta dal papa Pecci nell’enciclica  Le novità. Una delle sue principali caratteristiche fu quindi quella di chiamare pressantemente all’azione sociale  i fedeli e tutte le persone di buona volontà. In passato, questioni come queste erano state trattate dal Papato con i  governanti  del momento. E’ proprio questa azione sociale che, sopita durante il lungo regno di san Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, non si riesce a rianimare tra noi.
  Paradossalmente, realizzare un ordine realmente pacifico richiede attori sociali conflittuali in grado di competere per limitarsi reciprocamente. Se invece uno di loro prevale, si avrà solo il predominio del più forte, che tenderà espandere senza limite il proprio potere. Il conflitto non sarà risolto, ma solo sopito. Coverà, per esplodere quando i soccombenti troveranno l’occasione favorevole per riprendere la lotta. Neanche il corporativismo animato dai buoni sentimenti della fede ha dimostrato di poter funzionare, se non vi è la possibilità di un reale conflitto sociale. Questa fu l’intuizione di una grande pensatore sociale come Giuseppe Toniolo. La democrazia consente, appunto, l’espressione del conflitto sociale, evitandone le degenerazioni distruttive.  Al di fuori del metodo democratico, il conflitto diviene invece rapidamente  distruttivo.
  Nella società italiana contemporanea, attualmente, uno dei principali campi di conflitto sociale è quello, suscitato dalla politica, tra gli  italiani delle classi più povere e gli  stranieri poveri che giungono da altri continenti. In quanto manifestazione di avversione agli stranieri  è xenofobo, che appunto significa avversione contro lo straniero. Ma ha anche chiari connotati razzisti, perché si è diffusa la convinzione che gli stranieri che arrivano da civiltà africane, asiatiche o latino-americane, tendano per la propria indole a delinquere, e quindi siano un pericolo sociale (indipendentemente da come effettivamente sono e si comportano). L’insofferenza razzista si manifesta, ad esempio, nell’avere un’idea molto esagerata del numero degli stranieri tra noi, almeno quattro volte il dato reale dicano le statistiche demoscopiche.  Questo conflitto si svolge al di fuori del metodo democratico, perché gli stranieri  che ne sono oggetto non hanno modo di far sentire la propria voce. Essi, nonostante i pregiudizi contro di loro, non hanno per ora animato conflitti violenti, come purtroppo  può capitare (ed è capitato ad esempio negli Stati Uniti d’America degli scorsi anni Sessanta) se una classe sociale è colpita, ma neanche hanno espresso una reale forza di opposizione sociale, come invece è accaduto in nazioni del Nord Europa. Si tratta di un conflitto che ha ucciso,  e non mi riferisco solo agli episodi di aggressione di chiaro stampo razzista avvenuti negli ultimi anni, ma in particolare a tutta la gente che negl ultimi  mesi è stata lasciata morire in mare, tra le vicine coste africane e le nostre e nei campi di detenzione libici, mentre cercava di arrivare in Europa. Il numero delle vittime non è conosciuto, così come i loro nomi. Tutto si è consumato non lontano da noi, ma fuori dei nostri confini. Dunque non ce se ne si sente responsabili. La dottrina sociale corrente invece ci ammonisce che dovremmo ritenerci tali. E’ una colpa sociale, collettiva, che però grava sulla coscienza di ciascuno, nella misura in cui ha contribuito all’effetto, anche solo non opponendosi validamente.
 I più grandi progressi sociali per i lavoratori dell’Europa occidentale si ebbero in un’epoca, di circa trent’anni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in cui i loro stati si sentivano minacciati da quelli, ad economia comunista, dell’alleanza dominata dall’Unione Sovietica (regime politico affermatosi nei territori dell’antico impero russo tra il 1917 e il 1991). La critica comunista ai regimi occidentali era basata sul rilievo dello  sfruttamento ingiusto delle classi più povere, innanzi tutto quelle dei lavoratori dipendenti. Queste ultime erano fortemente sindacalizzate e i regimi democratici impedivano conseguenze sfavorevoli per i lavoratori aderenti ai sindacati. L’esigenza di creare un forte consenso sociale intorno ai regimi politici che si opponevano al blocco comunista, portò negli stati occidentali, in un contesto conflittuale in cui nessuna delle parti sociali poteva prevalere a scapito dell’altra, a misure di miglioramento delle condizioni delle classi inferiori, con una vasta legislazione in merito e orientamenti governativi conseguenti. La situazione è iniziata a mutare con il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale.  La situazione si è fortemente sbilanciata a favore dei detentori del potere economico, che hanno trovato nuove opportunità nella nuova economia globalizzata, con la possibilità di incrementare il profitti d’impresa producendo e vendendo dove era più conveniente, spesso posti diversi per produrre e vendere. Il  valore reale delle risorse che andavano alle classi inferiori è invece rimasto più o meno lo stesso nell’arco di ventennio, o addirittura si è ridotto. Le condizioni di  lavoro sono peggiorate, in particolare divenendo meno stabile il rapporto di lavoro,  avvicinandosi progressivamente a quelle asiatiche, meno tutelate dal punto di vista sociale. Tuttavia le classi inferiori hanno continuato a fruire di un certo benessere, acquistando a prezzi bassi da noi merci prodotte soprattutto in Asia, praticamente tutte le cose di uso comune, prezzi, consentiti dallo sfruttamento dei lavoratori dipendenti di laggiù. Quindi si è aperto un altro fronte di conflitto sociale, tra i nostri lavoratori e il lavoratori stranieri, persone, gli uni e gli altri,  che non si conoscono tra loro e che sono accumunate dall’avere la peggio un sistema di produzione a livello globale. Lavoratori che sfruttano altri lavoratori, ma che non hanno coscienza di farlo.
  Le situazioni di conflitto a cui ho accennato hanno questa caratteristica: possono essere descritte come  guerre tra poveri, tra vittime di un medesimo sistema sociale.
  Ma c’è un altro tipo di conflitto sociale che si sta manifestando: tra coloro che in qualche modo sono ancora integrati nel sistema economico nazionale e quelli che ne sono stati  scartati, perché improduttivi per vario titolo, per ragioni di salute, perché troppo anziani, perché incapaci di fare qualcosa che abbia un valore economico. Occuparsi degli scartati è ritenuto socialmente uno spreco. Con sempre più difficoltà si è disposti a versare tasse a quello scopo. Però non si tiene conto che l’area degli scartati  tende ad ampliarsi, ad esempio perché si danno troppo poche risorse al nostro sistema di istruzione pubblica e di avviamento al lavoro, e la preparazione scolastica è insufficiente. Bisogna tener conto, poi, che l’affermarsi di processi produttivi dominati dall’intelligenza artificiale, aumenterà fatalmente il numero degli scartati. Che ne sarà di loro? Una volta ce se ne occupava comunque, perché potevano votare e quindi esprimere una forza di opposizione sociale. Ma ai tempi nostri si è riusciti ad organizzare il consenso politico in modo che cose come quelle non siano determinanti, neanche per le vittime del sistema. Uno dei metodi che oggi va per la maggiore è di attribuire la colpa di tutto agli  stranieri  che vogliono venire da noi. L’attuale dottrina sociale ci mette in guardia: non è questa la causa delle sofferenze sociali degli scartati.
  Ho parlato di dottrina sociale  e magari se ne ha un’idea vaga. Forse si dispera di poterne sapere di più. E’ un bel guaio! Siamo troppo superficiali. Ci distraiamo con troppa facilità. Eppure abbiamo davanti un testo che riassume molto bene il quadro sociale in cui ci dobbiamo muovere. E’ l’enciclica Laudato si’  diffusa da papa Francesco nel 2015. La potete leggere sul WEB a questo indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html
 così come tutti  i documenti della dottrina sociale diffusi dal Papato nell’era contemporanea.
 In una realtà sostanzialmente dominata da un unico attore sociale, tanto che si parla di pensiero unico  per riferirsi alla  dottrina  da esso diffusa, vale a dire dall’impersonale conglomerato di interessi che domina l’economia mondiale, non si tratta più di questa o quell’impresa o di questo o quell’imprenditore, è un sistema di interessi che protegge e cerca di ampliare il potere dei più forti, la dottrina sociale è diventata un’ideologia conflittuale e in grado di animare il conflitto sociale, nel senso che esprime un critica, piuttosto fondata, con argomenti molto estesi e ragionevoli, e si propone di suscitare un movimento per il cambiamento, una forza sociali in quel senso, della quale noi tutti fedeli siamo  chiamati  a far parte. Non è una situazione nuova: la nostra Chiesa ha sempre detto in politica, e rivendica il diritto di continuare a farlo. Un tempo ci ha chiamato addirittura alle Crociate! La novità è questo appello sociale all’azione collettiva in società, all'interno di essa, non contro un nemico esterno, a partire dalle realtà di base. Qui, però, incontra molte difficoltà. Fondamentalmente perché, come molti in Occidente, ad un certo punto ha pensato che le cose, nell’economia come in politica e, in generale, in società, si sarebbero alla fine aggiustate da sole, perché le democrazie, che sembrava stessero affermandosi a livello globale dopo la caduta dei regimi comunisti, avrebbero impedito il predominio di classe. Errore! Ora sono le stesse democrazie ad avere meno credito. E anche di questo ci si dovrebbe occupare, e innanzi tutto preoccupare. Al di fuori del metodo democratico, il conflitto sociale, come ho osservato, diviene distruttivo. Alcune democrazie europee si stanno trasformando in democrature, una specie di sintesi tra democrazia e dittatura, in cui la gente affida, democraticamente, tutto il potere a piccole oligarchie, con l’incarico di risolvere i problemi per le spicce, a livello nazionale, conglobando, a danno di quelli intorno, l’egoismo sociale dei ricchi e dei poveri, al grido di “Prima noi!”.  E dove finisce la fraternità  sociale insegnata dalla dottrina?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli