Lotte sociali
Da che se ne hanno notizie affidabili, le società degli esseri umani sono
state travagliate da lotte per il predominio e la distribuzione delle risorse.
Da un certo punto in poi i racconti si sono fatti più precisi, ne sono state
narrate delle vere e proprie storie:
abbiamo delle cronache piuttosto attendibili. Ne troviamo anche nelle nostre
Scritture. A tutto ciò le religioni non
sono mai state estranee, neanche la nostra. Gli antichi dei avevano però
connotati soprannaturali molto diversi da quelli pensati nei maggiori
attuali monoteismi. Non li si pensava come onnipotenti. Si immaginava avessero
sentimenti umani. Per questo anche un re poteva essere considerato una
divinità: significava solo che aveva fatto grandi cose. Gli dei combattevano
tra di loro: ogni nazione ne aveva alcuni di prediletti e pensava di essere da
loro prediletta. Gli dei erano, così, funzionali alle lotte sociali. Le guerre
erano senz’altro un tipo di lotta sociale, ma ve ne erano altre che si
sviluppavano all’interno di una stessa società, tra diversi suoi gruppi. Per
circa cinque secoli, nell’era antica, il sistema politico di Roma fu
travagliato da lotte di questo tipo, tra gli appartenenti alla più antiche
famiglie e tutti gli altri cittadini, la plebe.
Ne rimanevano fuori gli schiavi. Eppure si ricordano lotte sociali delle quali
questi ultimi furono protagonisti: la più nota è quella animata dal gladiatore
Spartaco, originario della Tracia (una regione che oggi è divisa tra la Grecia
e la Turchia), nel primo secolo dell’era antica. Venne la nostra fede, fondata
sull’idea di paternità e dunque di fraternità universale: le lotte
continuarono, ma si iniziò a vergognarsene. Chi uccideva si immedesimava in
Caino e sentiva dentro di sé il tremendo appello divino.
Le
metamorfosi politiche prodottesi nell’età contemporanea, vale a dire negli
ultimi due secoli circa, sono state potentemente influenzate da lotte sociali,
rese possibili dall’affermazione dei principi democratici, con la conseguente
maggiore libertà di espressione del pensiero. Il pensiero sociale cristiano vi
ha potentemente contribuito e, in esso, la dottrina sociale. Possiamo
riconoscere che i principi ideologici dell’Unione Europea, come anche della
nostra Costituzione repubblicana, recano importanti tracce di quest’ultima.
Il pensiero sociale cristiano ha preso
realisticamente atto della realtà conflittuale della società, ma, muovendosi all’interno
di un’ideologia di fraternità universale, ha studiato come comporre le
controversie in modo che non divenissero distruttive e, alla fine, fossero
composte in modo equo, con una certa proporzione tra dare e avere, senza che nessuno prevalesse su un altro in
modo ingiusto, senza proporzione, in particolare togliendogli ciò che a nessuno
può essere tolto, innanzi tutto la dignità, la salute, la vita. In questo
lavoro, si è confrontato culturalmente con i più importanti movimenti di riforma
sociale della nostra era: innanzi tutto con l’assolutismo, che tanto ha
permeato l’organizzazione della nostra Chiesa, poi con il liberalismo, i
principi politici e sociali democratici, il capitalismo, il socialismo, il
fascismo, le democrazie avanzate della seconda metà del Novecento, il nuovo
capitalismo globale instauratosi dagli scorsi anni Novanta, e ora con i
neo-nazionalismi europei, detti sovranismi. La prima enciclica sociale dell’era
contemporanea, la Le novità – Rerum novarum, diffusa nel
1891 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci – Leone 13°, è centrata sulla critica
del socialismo, innanzi tutto, e poi del capitalismo, nelle relazioni sociali. Nella
seconda metà dell’Ottocento, il pensiero sociale cristiano cominciò a
riflettere su un possibile nuovo ordine sociale di tipo corporativo, fondato sulla
collaborazione, e non sullo scontro, delle classi sociali. Nella sua
realizzazione avrebbero dovuto avere un ruolo molto importante non solo le
istituzioni pubbliche, ma gli stessi cittadini. E’ questa la soluzione proposta
dal papa Pecci nell’enciclica Le novità. Una delle sue principali
caratteristiche fu quindi quella di chiamare
pressantemente all’azione sociale i fedeli e tutte le persone di buona volontà.
In passato, questioni come queste erano state trattate dal Papato con i governanti del momento. E’ proprio questa azione sociale
che, sopita durante il lungo regno di san Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°,
non si riesce a rianimare tra noi.
Paradossalmente, realizzare un ordine realmente pacifico richiede attori
sociali conflittuali in grado di competere per limitarsi reciprocamente. Se invece
uno di loro prevale, si avrà solo il predominio del più forte, che tenderà
espandere senza limite il proprio potere. Il conflitto non sarà risolto, ma
solo sopito. Coverà, per esplodere quando i soccombenti troveranno l’occasione
favorevole per riprendere la lotta. Neanche il corporativismo animato dai buoni
sentimenti della fede ha dimostrato di poter funzionare, se non vi è la
possibilità di un reale conflitto sociale. Questa fu l’intuizione di una grande
pensatore sociale come Giuseppe Toniolo. La democrazia consente, appunto, l’espressione
del conflitto sociale, evitandone le degenerazioni distruttive. Al di fuori del metodo democratico, il
conflitto diviene invece rapidamente distruttivo.
Nella società italiana contemporanea, attualmente, uno dei principali
campi di conflitto sociale è quello, suscitato dalla politica, tra gli italiani delle classi più povere e gli stranieri poveri che giungono da altri
continenti. In quanto manifestazione di avversione agli stranieri è xenofobo, che appunto significa avversione contro lo straniero. Ma ha
anche chiari connotati razzisti,
perché si è diffusa la convinzione che gli stranieri che arrivano da civiltà
africane, asiatiche o latino-americane, tendano
per la propria indole a delinquere, e quindi siano un pericolo sociale
(indipendentemente da come effettivamente sono e si comportano). L’insofferenza
razzista si manifesta, ad esempio, nell’avere un’idea molto esagerata del
numero degli stranieri tra noi, almeno quattro volte il dato reale dicano le
statistiche demoscopiche. Questo
conflitto si svolge al di fuori del metodo democratico, perché gli stranieri che ne sono oggetto non hanno modo di far
sentire la propria voce. Essi, nonostante i pregiudizi contro di loro, non
hanno per ora animato conflitti violenti, come purtroppo può capitare (ed è capitato ad esempio negli
Stati Uniti d’America degli scorsi anni Sessanta) se una classe sociale è
colpita, ma neanche hanno espresso una reale forza di opposizione sociale, come
invece è accaduto in nazioni del Nord Europa. Si tratta di un conflitto che ha
ucciso, e non mi riferisco solo agli
episodi di aggressione di chiaro stampo razzista avvenuti negli ultimi anni, ma
in particolare a tutta la gente che negl ultimi
mesi è stata lasciata morire in mare, tra le vicine coste africane e le
nostre e nei campi di detenzione libici, mentre cercava di arrivare in Europa. Il
numero delle vittime non è conosciuto, così come i loro nomi. Tutto si è
consumato non lontano da noi, ma fuori dei nostri confini. Dunque non ce se ne
si sente responsabili. La dottrina sociale corrente invece ci ammonisce che
dovremmo ritenerci tali. E’ una colpa sociale, collettiva, che però grava sulla
coscienza di ciascuno, nella misura in cui ha contribuito all’effetto, anche
solo non opponendosi validamente.
I più grandi progressi sociali per i
lavoratori dell’Europa occidentale si ebbero in un’epoca, di circa trent’anni,
tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in cui i loro stati si sentivano
minacciati da quelli, ad economia comunista, dell’alleanza dominata dall’Unione
Sovietica (regime politico affermatosi nei territori dell’antico impero russo
tra il 1917 e il 1991). La critica comunista ai regimi occidentali era basata
sul rilievo dello sfruttamento ingiusto
delle classi più povere, innanzi tutto quelle dei lavoratori dipendenti. Queste
ultime erano fortemente sindacalizzate e i regimi democratici impedivano
conseguenze sfavorevoli per i lavoratori aderenti ai sindacati. L’esigenza di
creare un forte consenso sociale intorno ai regimi politici che si opponevano
al blocco comunista, portò negli stati occidentali, in un contesto conflittuale
in cui nessuna delle parti sociali poteva prevalere a scapito dell’altra, a
misure di miglioramento delle condizioni delle classi inferiori, con una vasta
legislazione in merito e orientamenti governativi conseguenti. La situazione è
iniziata a mutare con il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale. La situazione si è fortemente sbilanciata a
favore dei detentori del potere economico, che hanno trovato nuove opportunità
nella nuova economia globalizzata, con la possibilità di incrementare il
profitti d’impresa producendo e vendendo dove era più conveniente, spesso posti
diversi per produrre e vendere. Il
valore reale delle risorse che andavano alle classi inferiori è invece rimasto
più o meno lo stesso nell’arco di ventennio, o addirittura si è ridotto. Le
condizioni di lavoro sono peggiorate, in
particolare divenendo meno stabile il rapporto di lavoro, avvicinandosi progressivamente a quelle
asiatiche, meno tutelate dal punto di vista sociale. Tuttavia le classi
inferiori hanno continuato a fruire di un certo benessere, acquistando a prezzi
bassi da noi merci prodotte soprattutto in Asia, praticamente tutte le cose di
uso comune, prezzi, consentiti dallo sfruttamento dei lavoratori dipendenti di
laggiù. Quindi si è aperto un altro fronte di conflitto sociale, tra i nostri
lavoratori e il lavoratori stranieri, persone, gli uni e gli altri, che non si conoscono tra loro e che sono
accumunate dall’avere la peggio un sistema di produzione a livello globale.
Lavoratori che sfruttano altri lavoratori, ma che non hanno coscienza di farlo.
Le situazioni di conflitto a cui ho accennato hanno questa
caratteristica: possono essere descritte come guerre tra poveri, tra
vittime di un medesimo sistema sociale.
Ma c’è un altro tipo di conflitto sociale che si sta manifestando: tra
coloro che in qualche modo sono ancora integrati nel sistema economico
nazionale e quelli che ne sono stati scartati, perché improduttivi per vario
titolo, per ragioni di salute, perché troppo anziani, perché incapaci di fare
qualcosa che abbia un valore economico. Occuparsi degli scartati è ritenuto
socialmente uno spreco. Con sempre più difficoltà si è disposti a versare tasse a quello scopo. Però non si tiene
conto che l’area degli scartati tende ad ampliarsi, ad esempio perché si danno
troppo poche risorse al nostro sistema di istruzione pubblica e di avviamento
al lavoro, e la preparazione scolastica è insufficiente. Bisogna tener conto,
poi, che l’affermarsi di processi produttivi dominati dall’intelligenza
artificiale, aumenterà fatalmente il numero degli scartati. Che ne sarà di loro? Una volta ce se ne occupava
comunque, perché potevano votare e quindi esprimere una forza di opposizione
sociale. Ma ai tempi nostri si è riusciti ad organizzare il consenso politico
in modo che cose come quelle non siano determinanti, neanche per le vittime del
sistema. Uno dei metodi che oggi va per la maggiore è di attribuire la colpa di
tutto agli stranieri che vogliono venire da noi. L’attuale dottrina
sociale ci mette in guardia: non è questa la causa delle sofferenze sociali
degli scartati.
Ho parlato di dottrina sociale e magari se ne ha un’idea vaga. Forse si
dispera di poterne sapere di più. E’ un bel guaio! Siamo troppo superficiali.
Ci distraiamo con troppa facilità. Eppure abbiamo davanti un testo che riassume
molto bene il quadro sociale in cui ci dobbiamo muovere. E’ l’enciclica Laudato si’ diffusa da papa Francesco nel 2015. La potete
leggere sul WEB a questo indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html
così come tutti
i documenti della dottrina sociale
diffusi dal Papato nell’era contemporanea.
In una realtà sostanzialmente dominata da un unico
attore sociale, tanto che si parla di pensiero
unico per riferirsi alla dottrina da esso diffusa, vale a dire dall’impersonale
conglomerato di interessi che domina l’economia mondiale, non si tratta più di
questa o quell’impresa o di questo o quell’imprenditore, è un sistema di interessi che protegge e
cerca di ampliare il potere dei più forti, la dottrina sociale è diventata un’ideologia
conflittuale e in grado di animare il
conflitto sociale, nel senso che
esprime un critica, piuttosto fondata, con argomenti molto estesi e
ragionevoli, e si propone di suscitare un movimento per il cambiamento, una
forza sociali in quel senso, della quale noi tutti fedeli siamo chiamati a far parte. Non è una situazione nuova: la
nostra Chiesa ha sempre detto in politica, e rivendica il diritto di continuare
a farlo. Un tempo ci ha chiamato addirittura alle Crociate!
La novità è questo appello sociale all’azione collettiva in società, all'interno di essa, non contro
un nemico esterno, a partire dalle realtà di base. Qui, però, incontra molte
difficoltà. Fondamentalmente perché, come molti in Occidente, ad un certo punto
ha pensato che le cose, nell’economia come in politica e, in generale, in
società, si sarebbero alla fine aggiustate da sole, perché le democrazie, che
sembrava stessero affermandosi a livello globale dopo la caduta dei regimi
comunisti, avrebbero impedito il predominio di classe. Errore! Ora sono le
stesse democrazie ad avere meno credito. E anche di questo ci si dovrebbe
occupare, e innanzi tutto preoccupare. Al di fuori del metodo democratico, il
conflitto sociale, come ho osservato, diviene distruttivo. Alcune democrazie
europee si stanno trasformando in democrature,
una specie di sintesi tra democrazia e dittatura, in cui la gente affida,
democraticamente, tutto il potere a piccole oligarchie, con l’incarico di
risolvere i problemi per le spicce, a livello nazionale, conglobando, a danno
di quelli intorno, l’egoismo sociale dei ricchi e dei poveri, al grido di “Prima noi!”. E dove finisce la fraternità sociale insegnata
dalla dottrina?
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli