Programmi
«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di
cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi
pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da
comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non
come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite
per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli,
nessuno escluso (cfr Mt 22,9).
Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi,
ciechi, sordi» (Mt 15,30).
Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali
da campo.»
Papa Francesco.
Dal discorso pronunciato il 10-11-15 nella Cattedrale di Santa Maria in Fiore a
Firenze, nel corso dell’incontro con in rappresentanti del 5° Convegno
nazionale della Chiesa Italiana, durante la visita pastorale a Prato e a
Firenze.
La nostra Chiesa ha attraversato molti cambiamenti d’epoca nella sua lunga storia. Tra un’epoca e l’altra
ci sono stati tempi di cambiamento.
Se si è convinti che oggi non siamo
in un’epoca di cambiamento, ma che c’è stato un cambiamento d’epoca, si vuol dire che il nuovo c’è già. Il tempo
del cambiamento è stato molto veloce? In realtà è durato più o meno una generazione,
dall’inizio degli anni ’90 ad oggi. La nostra Chiesa, però, non si è allarmata
più di tanto: tutto sommato pensava al nuovo come ad un ambiente favorevole.
Invece le cose stanno prendendo una brutta piega. E’ con il regno di papa
Francesco che ha iniziato a manifestare di doversi ricredere. A lungo si è
mirato, sostanzialmente, a lasciare le cose come stavano. Ora è difficile
reagire. La Chiesa appare ancora, nel complesso, come la Bella Addormentata della favola, preda di un incanto di inazione.
Reagire poteva significare contrasti, lotte,
divisioni. Si è preferito riuscire a
mantenere un’immagine di pace uniforme, a prezzo di quell’incantamento. Molte
energie, così, sono andate disperse. In particolare in periferia: le parrocchie
funzionano più che altro come scuola di morale per i più giovani, da dopolavoro
per gli adulti e da centro anziani per gli altri. Certe organizzazioni
religiose hanno assorbito le funzioni di club
dei maggiorenti che in passato
vennero svolte da varie confraternite. La storia nazionale ci avverte però che
tra l’Ottocento e il Novecento il movimento religioso italiano fu molto più di
questo. Progettò la riforma sociale. Formulò valori politici che poi seppe
tradurre in realtà sociali. La nostra nuova democrazia repubblicana è anche
opera sua. In questo fu partecipe di un
moto che si sviluppò a livello europeo fin
da metà Ottocento. Il Papa, probabilmente, pensa a qualcosa di simile per
affrontare l’epoca nuova in cui siamo finiti. Ma manca la formazione necessaria
e quindi la capacità. Chi, al di fuori dell’Azione Cattolica, ha parlato più di
certe cose alla gente?
Di solito le analisi finiscono a questo punto:
si disegna un quadro e si sta lì a rimirarlo. Come cambiare, se si vuole farlo?
Cambiare è sempre possibile, ma richiede
impegno. Di questo si è meno capaci. Ci si disamora facilmente. Magari le si
sparano grosse, ma poi? Si frequenta e poi, di punto in bianco, si sparisce,
senza dare spiegazioni. Non parlo sulle generali. Parlo proprio a te, che sei
sparito. E che ne sarà di quelli che contavano su di te?
Allora poi quegli altri, quelli che si
inquadrano in schemi paternalistici molto rigidi per resistere, hanno buon
gioco a criticare chi la pensa diversamente. Eppure, onestamente dovranno
riconoscere che capita anche tra i loro.
"Chi me lo fa fare?", ci si dice. Ecco, quelli della mia
generazione più raramente la pensano così.
Si partecipa distrattamente: cerchiamo di
fare più attenzione! Cerchiamo di fare programmi e di rispettarli! Ne sappiamo
troppo poco di tutto. Così, stiamo a ricasco dei preti, che, ad un certo punto,
si disamorano, non ce la fanno più. Non si impara nulla! Da anziani imparare è
più difficile. Ma da giovani?
Vogliamo decidere di studiare con un po’ più
di pervicacia il pensiero sociale ispirato alla fede? Come si potrebbe, poi,
uscirsene con certe avvilenti banalità xenofobe e razziste? Si avrebbe qualcosa
da dire in società, per rendere ragione,
per spiegare perché noi non siamo xenofobi e razzisti, non lo vogliamo
diventare, e facciamo blocco contro chi si propone di farci degradare in quel
modo.
Impegniamoci, dai!, a ragionare su quello che il
Papa ha detto ieri:
«Viviamo tempi in cui sembrano riprendere
vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di
sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui
o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale
o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare
pienamente alla vita della società.
Questi
sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza,
discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone
coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e
all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della
politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive
difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi
interessi elettorali.
La
gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti
chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto
della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia –
luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione,
dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari
contesti sociali in cui operiamo.
Penso,
anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato
impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di
formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle
diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i
pregiudizi.
In
un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è
sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che
operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi
al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire
la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto
delle diversità.
Coloro,
poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero,
in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema
di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e
proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza,
nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle
scelte che hanno operato.
Di
fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni
hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi
e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge
morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti che contribuiscano a
costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul
rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza – che va
ben oltre la tolleranza – e sulla solidarietà.
In particolare, possano le Chiese
cristiane farsi testimoni umili e operose dell’amore di Cristo. Per i
cristiani, infatti, le responsabilità morali sopra menzionate assumono un
significato ancora più profondo alla luce della fede.
La comune origine e il legame singolare con
il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e
sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione
biblica.
La dignità di tutti gli uomini, l’unità
fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano
conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona
Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che –
come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non
c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
In questa
prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua
intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In
Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e
solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei
nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero,
con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il
Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt25,43). Ma già oggi ci interpella:
“sono straniero, non mi riconoscete?”.
E
quando Gesù diceva ai Dodici: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20,26), non si riferiva
solamente al dominio dei capi delle nazioni per quanto riguarda il potere
politico, ma a tutto l’essere cristiano. Essere cristiani, infatti, è una
chiamata ad andare controcorrente, a riconoscere, accogliere e servire Cristo
stesso scartato nei fratelli.
Consapevole
delle molteplici espressioni di vicinanza, di accoglienza e di integrazione
verso gli stranieri già esistenti, mi auguro che dall’incontro appena concluso
possano scaturire tante altre iniziative di collaborazione, affinché possiamo
costruire insieme società più giuste e solidali.»
Ecco qua la ragione teologica per cui non si
può essere xenofobi e razzisti:
La comune origine e il legame singolare
con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli
e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione
biblica.
La dignità di tutti gli uomini, l’unità
fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano
conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona
Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che –
come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non
c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
In questa prospettiva, l’altro è non solo un
essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un
fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore
fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei
confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere
il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno
del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi
avete accolto» (Mt25,43). Ma
già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.
Cerchiamo di
tenerlo a mente.
«Essere cristiani, infatti, è una
chiamata ad andare controcorrente»: questo comporta lottare, non facciamoci
illusioni. Bisogna sbarrare la strada alla xenofobia e al razzismo, non dar
loro tregua, fare barriera, culturale,
ma anche fisica, mettendosi di mezzo,
innanzi tutto per proteggere chi è minacciato e umiliato. Qualche volta si è
tentati di mettersi in mezzo, sì, ma nel senso di indifferenti, tra chi
perseguita e chi è oltraggiato. Come ci
fosse un giusto mezzo tra giustizia e ingiustizia. “Non esiste il centro tra
giustizia e ingiustizia”, sosteneva
il democristiano cileno Rodomiro Tomic.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli