venerdì 21 settembre 2018

Programmi

Programmi

«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.»
Papa Francesco. Dal discorso pronunciato il 10-11-15 nella Cattedrale di Santa Maria in Fiore a Firenze, nel corso dell’incontro con in rappresentanti del 5° Convegno nazionale della Chiesa Italiana, durante la visita pastorale a Prato e a Firenze.

  La nostra Chiesa ha attraversato molti cambiamenti d’epoca  nella sua lunga storia. Tra un’epoca e l’altra ci sono stati tempi di cambiamento. Se si è convinti che oggi non siamo in un’epoca di cambiamento,  ma che c’è stato un cambiamento d’epoca, si vuol dire che il nuovo c’è già. Il tempo del cambiamento è stato molto veloce? In realtà è durato più o meno una generazione, dall’inizio degli anni ’90 ad oggi. La nostra Chiesa, però, non si è allarmata più di tanto: tutto sommato pensava al nuovo come ad un ambiente favorevole. Invece le cose stanno prendendo una brutta piega. E’ con il regno di papa Francesco che ha iniziato a manifestare di doversi ricredere. A lungo si è mirato, sostanzialmente, a lasciare le cose come stavano. Ora è difficile reagire. La Chiesa appare ancora, nel complesso, come la Bella Addormentata della favola, preda di un incanto di inazione.
  Reagire poteva significare contrasti, lotte, divisioni.  Si è preferito riuscire a mantenere un’immagine di pace uniforme, a prezzo di quell’incantamento. Molte energie, così, sono andate disperse. In particolare in periferia: le parrocchie funzionano più che altro come scuola di morale per i più giovani, da dopolavoro per gli adulti e da centro anziani per gli altri. Certe organizzazioni religiose hanno assorbito le funzioni di club  dei maggiorenti che in passato vennero svolte da varie confraternite. La storia nazionale ci avverte però che tra l’Ottocento e il Novecento il movimento religioso italiano fu molto più di questo. Progettò la riforma sociale. Formulò valori politici che poi seppe tradurre in realtà sociali. La nostra nuova democrazia repubblicana è anche opera sua.  In questo fu partecipe di un moto che si sviluppò  a livello europeo fin da metà Ottocento. Il Papa, probabilmente, pensa a qualcosa di simile per affrontare l’epoca nuova in cui siamo finiti. Ma manca la formazione necessaria e quindi la capacità. Chi, al di fuori dell’Azione Cattolica, ha parlato più di certe cose alla gente?
 Di solito le analisi finiscono a questo punto: si disegna un quadro e si sta lì a rimirarlo. Come cambiare, se si vuole farlo?
  Cambiare è sempre possibile, ma richiede impegno. Di questo si è meno capaci. Ci si disamora facilmente. Magari le si sparano grosse, ma poi? Si frequenta e poi, di punto in bianco, si sparisce, senza dare spiegazioni. Non parlo sulle generali. Parlo proprio a te, che sei sparito. E che ne sarà di quelli che contavano su di te?
  Allora poi quegli altri, quelli che si inquadrano in schemi paternalistici molto rigidi per resistere, hanno buon gioco a criticare chi la pensa diversamente. Eppure, onestamente dovranno riconoscere che capita anche tra i loro.
 "Chi me lo fa fare?", ci si dice.  Ecco, quelli della mia generazione più raramente la pensano così.
  Si partecipa distrattamente: cerchiamo di fare più attenzione! Cerchiamo di fare programmi e di rispettarli! Ne sappiamo troppo poco di tutto. Così, stiamo a ricasco dei preti, che, ad un certo punto, si disamorano, non ce la fanno più. Non si impara nulla! Da anziani imparare è più difficile. Ma da giovani?
 Vogliamo decidere di studiare con un po’ più di pervicacia il pensiero sociale ispirato alla fede? Come si potrebbe, poi, uscirsene con certe avvilenti banalità xenofobe e razziste? Si avrebbe qualcosa da dire in società, per rendere ragione, per spiegare perché noi non siamo xenofobi e razzisti, non lo vogliamo diventare, e facciamo blocco contro chi si propone di farci degradare in quel modo.
 Impegniamoci, dai!, a ragionare su quello che il Papa ha detto ieri:
«Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società.   
  Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali.
  La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo.
  Penso, anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i pregiudizi.
  In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità.  
  Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato.
  Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti che contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza – che va ben oltre la tolleranza – e sulla solidarietà.
In particolare, possano le Chiese cristiane farsi testimoni umili e operose dell’amore di Cristo. Per i cristiani, infatti, le responsabilità morali sopra menzionate assumono un significato ancora più profondo alla luce della fede.
  La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.
  La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.
  E quando Gesù diceva ai Dodici: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20,26), non si riferiva solamente al dominio dei capi delle nazioni per quanto riguarda il potere politico, ma a tutto l’essere cristiano. Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente, a riconoscere, accogliere e servire Cristo stesso scartato nei fratelli.
  Consapevole delle molteplici espressioni di vicinanza, di accoglienza e di integrazione verso gli stranieri già esistenti, mi auguro che dall’incontro appena concluso possano scaturire tante altre iniziative di collaborazione, affinché possiamo costruire insieme società più giuste e solidali.»
   Ecco qua la ragione teologica per cui non si può essere xenofobi e razzisti:
  La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.
  La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
  In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.
 Cerchiamo di tenerlo a mente.
  «Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente»: questo comporta lottare, non facciamoci illusioni. Bisogna sbarrare la strada alla xenofobia e al razzismo, non dar loro  tregua, fare barriera, culturale, ma anche fisica,  mettendosi di mezzo, innanzi tutto per proteggere chi è minacciato e umiliato. Qualche volta si è tentati di mettersi in mezzo, sì, ma nel senso di indifferenti, tra chi perseguita e chi è oltraggiato.  Come ci fosse un giusto mezzo tra giustizia  e  ingiustizia. “Non esiste il centro tra giustizia e ingiustizia”,  sosteneva il democristiano cileno Rodomiro Tomic.

  Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli