sabato 2 giugno 2018

Ripartire


Ripartire

   Di questi tempi si è concluso un ciclo dell’impegno politico dei cattolici italiani, quello in cui diressero la politica italiana esercitandovi un’egemonia. Ebbe inizio nel 1939, sotto il Papato di Eugenio Pacelli - Pio 12°, con il contributo determinante di Giovanni Battista Montini nel suo servizio nella Segreteria di Stato della Santa Sede, dal 1937 al 1954.
  Quest’anno Montini sarà proclamato santo. Nel ricordarne la vita si porrà l’accento sui suoi aspetti religiosi, in particolare sul lavoro che Montini fece da papa durante il Concilio Vaticano 2° e negli anni successivi in cui si cercò di attuare i principi conciliari. Ma il suo impegno politico fu fondamentale per la creazione e il radicamento della nuova democrazia repubblicana in Italia, prima, negli anni ’30, con la formazione di una nuova classe dirigente a partire dagli universitari cattolici, e poi, appunto durante l’impegno nella Segreteria di Stato, con il ribaltamento della tradizionale dottrina papale indifferente, se non ostile, alla democrazia. Montini contribuì a costruire i presupposti ideologici per un governo con la partecipazione determinante di una classe dirigente cattolica, secondo i principi della dottrina sociale. Ciò in particolare, approssimandosi la Seconda guerra mondiale, il 24 agosto 1939, nella stesura del  radiomessaggio del papa Eugenio Pacelli - Pio 12° ai governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra e poi in quella di una  serie di radiomessaggi natalizi di quel Papa tra il 1941 e il 1944, l’ultimo dei quali esplicitamente dedicato al tema della democrazia.
  La dottrina sociale, proclamata dai papi e dai vescovi,  origina storicamente dal pensiero sociale e quest’ultimo da concrete esperienze sociali. Ma l’egemonia politica dei cattolici italiani non sarebbe stata possibile senza un particolare impulso del Papato. Quest’ultimo storicamente aveva sempre ritenuto indispensabile per la sua alta missione religiosa un particolare legame con la politica italiana. La ragione dell’aspro conflitto che lo oppose alla politica democratica del nuovo Regno d’Italia tra il 1864 e il 1913 fu la volontà politica del governo nazionale di allora di tagliare quel legame politico. Quell’orientamento si espresse in modo molto deciso nel rifiuto del nuovo stato unitario di mantenere al Papato un piccolo regno indipendente a Roma e dintorni, a cui pose fine con una conquista militare. Ma la questione,  definita Questione romana, era molto più profonda e riguardava il contrasto tra i principi politici liberali e la profonda sfiducia in essi da parte del Papato, che considerava empia la persona che pretendeva di autodeterminarsi liberamente, vale a dire senza tenere in debito conto la tradizione religiosa e sentirsene obbligata. In religione si pensava che questo avrebbe condotto al peccato.
  Il lavoro che dovette fare Montini, per l’assimilazione culturale dei principi democratici da parte del pensiero religioso, riguardò in particolare l’atteggiamento nei confronti della libertà della persona, che è indispensabile per l’affermazione di una democrazia di popolo, vale a dire di massa, in cui si cerca di costruire al massimo grado l'eguaglianza senza escludere nessuno. Una considerazione positiva della libertà, vista non solo come ribellione, si ottenne inquadrandola nella coscienza di una persona non più considerata come individuo desiderante, ma inserita in un contesto di relazioni vitali benevole, per le quali, nell’esercizio della propria libertà, tiene conto anche degli altri. Non più, quindi, secondo l’impostazione liberale,  individui limitati  nella proprie libertà dalle libertà altrui, in un contesto nel quale la libertà di ciascuno finiva dove iniziava quella di un altro e di tendenziale ma solo formale eguaglianza in dignità e facoltà, ma, secondo ciò che effettivamente avviene sempre in società, persone inserite  in una collettività indispensabile per una vita felice, con relazioni umane che integrano e  potenziano le libertà individuali, consentendo di superare  i limiti individuali realizzando una effettiva, sostanziale, eguaglianza, perché tutti sono ugualmente necessari alla felicità comune. Una collettività che, in quanto animata da quelle relazioni positive, amichevoli, tende a farsi  comunità, perché, vivendo insieme e cercando insieme la felicità, scopre l’importanza di perseguire un bene comune, quindi di trasformarsi per la felicità di tutti. Il processo democratico doveva appunto servire a questa trasformazione, secondo valori, i grandi principi politici che riguardano la definizione del bene comune. La comunità politica così trasformata avrebbe dovuto distanziarsi dal modello dispotico, totalitario, che si era venuto affermando in Europa dopo i grandi sconvolgimenti sociali seguiti alla Prima guerra mondiale. Quello secondo il quale l’individuo era fatto schiavo della collettività, quindi sacrificabile per fare più potente quest’ultima. Ma anche da quello, liberale, che lasciava prevalentemente all’iniziativa individuale il perseguimento della felicità, trascurando gli aspetti comunitari dell’esistenza umana.
 Il particolare legame politico del Papato con l’Italia iniziò a venir meno sotto il pontificato di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°. Dagli anni ’80 il Papato sviluppò  una politica con prevalente respiro prima europeo e poi mondiale, nel contesto della quale l'Italia era solo una nazione tra tante. Questo orientamento è proseguito con i pontificati di Joseph Ratzinger - Benedetto 16° e Jorge Mario Bergoglio - Francesco, ma in particolare negli anni di quest’ultimo, un Papa venuto veramente da molto lontano, da una realtà politica che non aveva mai vissuto un’esperienza come quella dei cattolici italiani, un uomo che, forse, non l’aveva ancora compresa a pieno. Fatto sta che negli ultimi mesi, nei rilevanti rivolgimenti della politica italiana, nessuno di partecipanti al dibattito politico ha inteso fare il minimo riferimento alla dottrina sociale, sostanzialmente ignorandola, venendo in definitiva ricambiati con la stessa moneta. Un episodio segnalò il nuovo clima: nel settembre del 2015 si tenne a Filadelfia, negli Stati Uniti d’America, un incontro mondiale delle famiglie. Andò il Papa. Andò anche il Sindaco di Roma, un cattolico, su invito di quello di Filadelfia, come dichiarò. Chiesero al Papa se sapesse della visita del sindaco romano. Rispose, apparentemente infastidito: Io non ho invitato il sindaco, chiaro? E neppure gli organizzatori, ai quali l'ho chiesto, lo hanno invitato. Si professa cattolico, è venuto spontaneamente". 
  Però la dottrina sociale c’è ancora e come gente di fede siamo chiamati pressantemente a impegnarci ad attuarla, nella vita sociale e politica. E’ un appello che sembra in genere cadere nel vuoto, anche tra i credenti, come tanti altri che ci vengono dai nostri maestri religiosi. Bisognerebbe, quindi, ripartire. Ma il contesto è quello che è, e non cambierà. Non si ritornerà ai tempi di Pacelli e Montini. Per il Papato l’Italia non ha un’importanza maggiore di altre nazioni e, per di più, fa parte del mondo più ricco, che è più ricco a spese delle nazioni più povere. Per chi prende sul serio la scelta preferenziale dei poveri, che fa parte della dottrina sociale contemporanea, consegue che l’Italia non ha particolari motivi per essere  preferita  dal Papato con un’attenzione particolare. Del resto, anche tra i cattolici, si era divenuti piuttosto insofferenti di essa.
  Da dove e da chi  e come ripartire?
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli