Cose
da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 3 -
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| 8 dicembre 1965 - Papa Paolo 6° consegna il Messaggio del Concilio alle persone di cultura e agli scienziati al filosofo francese Jacques Maritain |
1. Di fronte alla
brutalità semplificatrice che si osserva in alcune manifestazioni della
politica italiana di oggi, la fatica di accostarsi agli ultimi due millenni di
storia europea, per capire il nostro mondo,
può sembrare inutile. Eppure è proprio da essa che cominciò, negli anni
’30, la formazione, nel Movimento Laureati Cattolici, all’epoca componente
dell’Azione Cattolica, di una nuova classe politica democratica, e questo negli
anni del trionfo del regime fascista storico, che di una brutalità analoga a
quella di oggi aveva fatto una propria connotazione. Ciò si fece, ad esempio,
accostando il libro del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), Umanesimo Integrale, del 1936, che fu
tradotto in quegli anni da Giovanni Battista Montini, dal 1963 papa con il nome
di Paolo 6°. Un libro di non facile lettura, impegnativo. Progettando una
rigenerazione della politica europea, minacciata all’epoca dagli opposti
totalitarismi fascista e comunista, e diffidente verso le manifestazioni
religiose nell’altra parte, Maritain pose al centro della sua riflessione l’umanesimo, inteso in senso largo come
orientamento diretto a riconoscere la dignità dell’essere umano. Scriveva
nell’introduzione:
“[…] l’umanesimo occidentale ha sorgenti religiose e
‘trascendenti’ senza le quali è incomprensibile a se stesso - chiamo ‘trascendenti’ tutte le forme di pensiero, comunque
possano essere diverse sotto altri aspetti, le quali pongono al principio del
mondo uno spirito superiore all’uomo; nell’uomo uno spirito il cui destino va
al di là dei tempi; e una pietà naturale
e sovrannaturale al centro della vita morale”.
[pag.60
dell’edizione in traduzione italiana edita da Borla, 2009, tuttora in
commercio].
Maritain, l’8 dicembre 1965, ricevette dal
papa Montini il messaggio del Concilio Vaticano 2° alle persone di cultura e
agli scienziati.
Un saluto tutto speciale a voi, ricercatori
della verità, a voi, uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo,
dell’universo e della storia, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce,
e anche a quelli che si sono fermati nel cammino, affaticati e delusi da una
vana ricerca.
Perché un saluto speciale
per voi? Perché qui tutti noi, Vescovi, Padri del Concilio, siamo in ascolto
della verità. Che cosa è stato il nostro sforzo durante questi quattro anni, se
non una ricerca più attenta e un approfondimento del messaggio di verità
affidato alla Chiesa, se non uno sforzo di docilità più perfetta allo Spirito
di verità?
Noi dunque non potevamo non incontrarci con voi. Il vostro cammino
è il nostro. I vostri sentieri non sono mai estranei ai nostri. Noi siamo gli
amici della vostra vocazione di ricercatori, gli alleati delle vostre fatiche,
gli ammiratori delle vostre conquiste e, se occorre, i consolatori dei vostri
scoraggiamenti e dei vostri insuccessi.
Anche per voi abbiamo
dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza stancarvi, senza
mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici,
sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il
desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la
continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri.
Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore
sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza
della luce!
Ma non dimenticatelo: se
il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi
chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità:
guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono,
l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano! Qual è il principio di base per
uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare giustamente?
Per questo, senza turbare
i vostri passi, senza accecare i vostri sguardi, noi vogliamo offrirvi la luce
della nostra lampada misteriosa: la fede. Colui che ce l’ha affidata è il
Maestro sovrano del pensiero, colui di cui noi siamo gli umili discepoli, il
solo che abbia detto e potuto dire: “Io sono la luce del mondo, io sono la via,
la verità e la vita”.
Questa parola vi riguarda.
Forse mai, grazie a Dio, è apparsa così bene come oggi la possibilità d’un
accordo profondo fra la vera scienza e la vera fede, l’una e l’altra a servizio
dell’unica verità. Non impedite questo prezioso incontro! Abbiate fiducia nella
fede, questa grande amica dell’intelligenza! Rischiaratevi alla sua luce per
afferrare la verità, tutta la verità! Questo è l’augurio, l’incoraggiamento, la
speranza che vi esprimono, prima di separarsi, i Padri del mondo intero,
riuniti in Concilio a Roma.
La politica brutale che oggi infesta quella
buona come la zizzania il buon grano nella parabola evangelica è ancora
ingenuamente fascinata dalla cultura. Ingenuamente
perché non l’apprezza veramente e
non l’apprezza perché non la capisce, e soprattutto non ne capisce il valore e
l’utilità. Se ne vorrebbe servire al più come di un marchio d’impresa, per dare
lustro ad una confezione che rimane quella che è, creata con l’apporto
determinante di incolti brutali. Era fatta sostanzialmente di questo l’ideologia
del fascismo storico, che pure riuscì a coinvolgere anche persone di vero
valore intellettuale, come il filosofo Giovanni Gentile. Quest’ultimo aderì
fondamentalmente perché disperava che la guida delle masse incolte potesse
farsi altro che con il metodo politico brutale del fascismo. Pensava inoltre
alla religione come ad una forma di filosofia di basso livello destinata agli
incolti. Montini e Maritain la pensavano all’opposto. Così come tutti gli
autentici democratici.
Per imparare la democrazia e farne tirocinio
occorre dunque iniziare dall’umanesimo, dai valori: dal capire quale modello di
essere umano c’è dietro ogni politica. E’ ciò che insegnò Maritain in Umanesimo integrale.
Quanto disprezzo per gli esseri umani c’è
dietro le politiche brutali che sembrano oggi affascinare gli italiani,
compresi i cattolici! Un umanesimo inumano lo definì Montini nel 1967 in uno dei più
emozionanti documenti della dottrina sociale, l’enciclica Lo sviluppo dei popoli -
Populorum progressio:
42. È un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò,
se non lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini? Un umanesimo chiuso,
insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe
apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma "senza
Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo
esclusivo è un umanesimo inumano" (1). Non v’è dunque umanesimo vero se non
aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea
vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non
realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’espressione così giusta di
Pascal: "L’uomo supera infinitamente l’uomo".
(1)
citazione dal libro del filosofo francese Henri-Marie de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo, del 1945.
2. Sembra naturale sgomitare tra gli altri e discriminare i
deboli che chiedono aiuto giungendo da noi dagli inferni del mondo che noi, per
il nostro benessere, abbiamo contribuito a creare e depredare. Non è così che è
organizzata la natura, dove il grosso prevale sul piccolo e se lo mangia? Che male c’è?, si dice in giro. Tutti fanno così, si aggiunge. Se
non facciamo così, gli altri ci si mangiano, ci si giustifica. Facciamolo noi, prima che altri lo facciano a noi. Questo
ragionamento, terra terra, che sembra alla portata di tutti, che pare
rispondere meglio di ogni altro all’animo nostro, nasconde appunto l’umanesimo inumano, ateo, empio. Ci si può cadere dentro quando si
rifiuta la fatica del pensiero e l’insegnamento dei veri maestri, quelli con curricoli che resistono ad ogni verifica, come sono stati storicamente i papi,
pur con tutte le loro miserie umane che condividono con ciascuno di noi. Essi
si sforzarono di superarle, questo significa trascendere, fissando gli occhi su ciò che
non passa, verso il Cielo. Alla scuola dei papi un cattolico dovrebbe essere in
grado di riconoscere le idee malvagie, frutto di un umanesimo inumano, ateo, ribelle al Cielo, quando con esse lo si
tenta al male.
E noi?
Noi abbiamo molto sbagliato di questi tempi.
Abbiamo disertato, abbiamo seguito cattivi maestri. Non abbiamo fatto ciò che
da noi ci si attendeva. Abbiamo ignorato gli insegnamenti del Papa, dei vescovi
e dei nostri preti.
Questo il senso delle parole pronunciate ieri dal cardinal Gualtiero
Bassetti ai vescovi riuniti nell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale
Italiana:
Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni?
Perché il dibattito tra noi è così stentato? Di che cosa abbiamo timore? Gli
spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno aperti sono enormi – come
ribadiva ieri sera il Santo Padre – ma sono spazi vuoti se non li abitiamo. E
spazi dottrinali vuoti o pieni di pia retorica non sono sufficienti a contenere
le tragedie di questa umanità in mezzo alla quale la misericordia del Signore
ci ha posto.
Cari amici, la
fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo che,
con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida
del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e,
soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che
sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti,
sono pochi? Ancora una volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e
sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive ne animano la vita
spirituale e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più.
Abbiamo mancato molto proprio noi
cattolici, che, per le lunghe vicende della storia nazionale, abbiamo una
responsabilità altissima verso il Paese, come aveva ricordato lo stesso cardinal
Bassetti l’anno scorso:
I cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo,
perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla. Occorre
difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità. Perché il
futuro del Paese significa anche rammendare
il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità.
[prolusione ai lavori del Consiglio
permanente della Conferenza Episcopale Italiana del 25-9-17]
Che
fare ora? Ciò che ogni volta si deve, quando si cade. Pentimento e conversione.
Allontanarsi dal male e dai malvagi. Rinunciare a tutte le loro opere, alle
loro seduzioni, al loro disumano umanesimo, come preghiamo nella liturgia battesimale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
