martedì 22 maggio 2018

Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 2 -


Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 2 -

1. La democrazia è pensiero e azione e riguarda tendenzialmente ogni aspetto della vita sociale. Non è lo stesso, naturalmente, il governo di uno stato o quello di un’associazione privata o di un piccolo gruppo. Man mano che vengono coinvolte collettività sempre più ampie si perde la possibilità di relazioni molto intense tra le persone e questo dipende da un limite biologico della nostra specie. Gli antropologi ritengono che ciascuno possa averle con circa 150 altre persone e non di più. Ma anche all’interno di gruppi che non superino quel numero di membri non si è sempre, costantemente, connessi con gli altri. Si può arrivare ad avere un’idea di come la pensino,  conoscere gli impegni che hanno presi e  i loro orientamenti generali, sapere che dovrebbero fare e dove dovrebbero essere in un certo momento della giornata o dell’anno, ma molto di loro ci sfugge. Questo può guastare i rapporti personali anche in gruppi molto piccoli, come quelli parrocchiali. Possiamo constatare queste dinamiche anche nei racconti evangelici della prima collettività formatasi intorno al Maestro e in quelle che, dopo Pentecoste, iniziarono a formarsi seguendo il suo insegnamento.
 Che cos’è che può consentire di avere ragione di questa complessità, riunendo in unità d’azione i molti, come se fossero uno solo? In religione si pensa che sia opera soprannaturale, azione dello Spirito, che spirando nei cuori riesce a suscitare l’amore-agàpe, appunto questa intesa benevola tra i molti. Ma si pensa che un ruolo molto importante abbia chi sia chiamato a condurre gli altri al modo di un pastore il gregge, tuttavia in maniera diversa da come lo si fa nella pastorizia in cui il pastore sfrutta il gregge per ricavarne un profitto: appunto si pensa a un buon  pastore, nel  senso di sollecito per la salvezza di coloro che gli si sono affidati fino a punto di dare la vita per loro, con spirito paterno  in realtà. L’immagine del pastore  e del padre  per rendere un’idea del ruolo del capo politico o religioso è una similitudine che serve a definire un orientamento etico, vale a dire quello che si vorrebbe fosse il capo. Da esso discendono delle conseguenze pratiche, nelle scelte particolari. Definisce un  valore. Ecco: la democrazia come oggi la si intende è piena di valori e, in particolare di valori umanitari. E’ umanitario ogni valore che definisce un limite a ciò che si può fare di un essere umano. E la democrazia è un sistema di valori-limite. In questo si differenzia molto dalle democrazia dell’antichità greca, le prime sperimentate dall’umanità e il modello delle prime teorizzazioni della politica, come quelle che fecero i filosofi Platone (5°/4° secolo dell’era antica) e Aristotele (4° secolo dell’era antica) e che ancora vengono prese come riferimento.
2.  Il pensiero religioso ha dato un contributo molto importante alla definizione dei valori-limite  della politica. E il pensiero democratico contemporaneo gli è debitore, anche se spesso ha difficoltà a riconoscerlo.
  I primi quattro secoli della nostra era furono quelli della contrapposizione frontale: una città di Dio   contrapposta alla città del diavolo, il mondo  con tutta la sua malvagità ed empietà. Seguirono tre secoli in cui in religione si fu concentrati su  problemi filosofico-religiosi per la definizione dei principi fondamentali della fede, nei quali le funzioni di pastore-padre  furono svolte da un potere politico imperiale, assoluto secondo la visione tardo romana, che aveva inglobato la nostra religione nella propria ideologia politica. Dall’Ottavo secolo circa i nostri vescovi insegnarono i valori della politica alle genti nuove che, provenendo dal nord Europa, avevano preso il dominio della parte occidentale del continente, costituendo nuovi regni. Esse erano affascinate dallo splendore imperiale e religioso della corte imperiale di Bisanzio, la capitale dell’Impero romano d’Oriente, sopravvissuto fino al 1453, quando fu sottomesso dai turchi ottomani, un popolo islamizzato. Questo spiega perché popolazioni germaniche costituirono nel Decimo secolo un aggregato politico chiamandolo Sacro Romano Impero,  durato otto secoli. Il lavoro sui  valori-limite  fu molto approfondito in ambito religioso in epoca medievale e trova una grande sistemazione nel pensiero del teologo-filosofo Tommaso D’Aquino (13° secolo). Si era a quell’epoca in una società che si era fatta estremamente pluralistica, con il venir meno di un potere centrale che tendesse a controllare tutto. Il sistema feudale, l’ideologia politica portata dalle popolazioni germaniche che avevano conquistato l’Europa occidentale, prevedeva monarchi di vario livello, quei dei livelli inferiori legati da vincoli di sottomissione e fedeltà a quelli superiori ma con ampia autonomia nel territorio che era loro riconosciuto in dominio. Il signore feudale si occupava di ciò che gli occorreva per mantenere il proprio benessere e il proprio potere: una milizia, un sistema di esazione tributaria, un sistema di giustizia per colpire chi deviava. Lasciava il resto a sé stesso, un po’ nella condizione della natura intorno. Gli storici osservano che nel medioevo all’antropocentrismo dell’era antica si sostituì la considerazione che era la natura a dominare gli eventi. Questo dipese anche dalla crisi demografica, dovuta a guerre e pestilenze, che lasciò ampi territori senza governo umano. Si creò la convinzione che la natura aveva propri valori  che si imponevano agli esseri umani, un po’ come gli eventi metereologici o sismici. Non era il potere politico a crearli. Vivevano nella società concepita come fatto naturale e il pensiero doveva individuarli e capirli. Gli stessi sovrani dovevano accettarli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli