Dalla relazione del
card. Gualtiero Bassetti, svolta il 22 maggio 2018 in apertura della seconda giornata
dell’Assemblea generale della Cei (Roma, 21- 24 maggio 2018), sul tema Quale presenza ecclesiale
nell’attuale contesto comunicativo e in preparazione del Sinodo dei Vescovi del prossimo
ottobre, dedicato a I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
[…]
A questo nostro convenire di pastori, che
amano il popolo in mezzo al quale sono stati posti, guarda sicuramente con
attenzione l’intero Paese, specie in una fase delicata come l’attuale.
Non sarebbe difficile, probabilmente, dar fiato a una serie di
preoccupazioni, a fronte delle difficoltà
in cui si dibatte la nostra gente, a causa di una crisi economica decennale che
ha profondamente inciso sulla stessa tenuta sociale.
Non sarebbe difficile nemmeno osservare come a tale stato di prostrazione sia venuto
associandosi un clima di smarrimento culturale e morale, che ha prodotto un
sentimento di rancore diffuso, di indifferenza alle sorti dell’altro, di
tensioni e proteste neanche troppo larvate.
Non sarebbe, infine, difficile riconoscere pure che un simile disagio sociale ha avuto effetti
pesanti anche in politica, effetti visibili nella situazione di stallo e di
confusione di ruoli che ha segnato l’avvio di questa Legislatura.
Ma non
credete, cari Confratelli, che anche nel contesto attuale ci siano ragioni
fondate per dire che la partita non è persa? Non credete che le radici
siano buone e il Paese più sano di come spesso lo si dipinga? Non credete che,
non solo non siamo semplicemente allo sbando o alla deriva, ma ci sia ancora
tanta disponibilità per il bene comune?
Tra pochi mesi celebreremo il centenario dell’appello ai Liberi
e Forti, lanciato da un gruppo di tenaci democratici, riuniti intorno a don
Luigi Sturzo. Fu l’inizio di una storia, quella del cattolicesimo politico
italiano, che ha segnato la nostra democrazia e che ci ha dato una galleria di
esempi alti di dedizione, di umiltà, di intelligenza. Abbiamo vissuto momenti
gloriosi e momenti dolorosi, sperimentato la forza ma anche la debolezza, la
meschineria, il tradimento, la diaspora. Vecchi partiti si sono sgretolati,
nuovi soggetti sono venuti sulla scena, ma nessuno può negare che nelle
migliaia di Comuni italiani ci sono persone che senza alcuna visibilità e senza
guadagno reggono le sorti della nostra fragile democrazia. Chi si impegna
nell’amministrare la cosa pubblica deve ritornare ad essere un nostro figlio
prediletto: dobbiamo mettere tutta la forza che ci resta al servizio di chi fa
il bene ed è davvero esperto del mondo della sofferenza, del lavoro,
dell’educazione. Quello che ha
sempre guidato i cattolici italiani – penso, ad esempio, al beato Giuseppe
Toniolo – è stato un grande bisogno di distinguersi e di portare alta la divisa
evangelica pure in politica. La storia della Chiesa italiana è stata una storia
importante anche per la particolare sensibilità per l’aspetto politico
dell’evangelizzazione: nessuna Conferenza episcopale come la nostra possiede un
tesoro così ricco di documenti e di testimonianze. Dobbiamo esserne fieri, ma
soprattutto è venuto il momento di interrogarci se siamo davvero eredi di
quella nobile tradizione o se ci limitiamo soltanto a custodirla, come talvolta
si rischia che avvenga perfino per il Vangelo.
Dove sono le nostre intelligenze, dove sono
le nostre passioni? Perché il dibattito tra noi è così stentato? Di che
cosa abbiamo timore? Gli spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno
aperti sono enormi – come ribadiva ieri sera il Santo Padre – ma sono spazi
vuoti se non li abitiamo. E spazi dottrinali vuoti o pieni di pia retorica non
sono sufficienti a contenere le tragedie di questa umanità in mezzo alla quale
la misericordia del Signore ci ha posto.
Cari amici, la fede non può essere fumo, ma
fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo che, con lo spirito critico di
sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella
politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare
la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede,
senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Ancora una
volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive
e progredisce se minoranze attive ne animano la vita spirituale e si mettono al
servizio di chi nemmeno spera più.
In questo momento
cruciale della nostra storia, esprimiamo con convinzione la nostra stima al
Presidente della Repubblica per la guida saggia e paziente con cui sta facendo
di tutto per dare un governo all’Italia.
Nel contempo, ricordiamo a tutti come non basti nemmeno
avere un governo per poter guidare il Paese. Occorre – questo Paese –
conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità; bisogna
conoscere il mondo di cui siamo parte e nel quale la nostra Repubblica –
cofondatrice dell’Europa unita – è desiderosa di ritornare a svolgere la sua
responsabilità di Paese libero, democratico e solidale. Anche la nostra Chiesa
è attraversata da un respiro europeo e chi frequenta i nostri confratelli sa
quanto le Chiese del Continente siano alla ricerca di idee e di entusiasmi per
educare e favorire la crescita di un’etica pubblica.
Questi principi fanno parte integrante della
nostra cultura. A questi principi intendiamo dare un contributo reale, convinti
che – come dicevo a inizio d’anno – questo sia un tempo in cui «occorre
ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società».
Prendiamo, dunque, le distanze dal
disincanto, dalla prepotenza e dalla sciatteria morale che ci circondano.
Prendiamo le distanze dalle nostre stesse paure. Facciamolo in nome del Vangelo
e sempre con il sorriso e a voce bassa. Ci troveremo a condividere la strada
con tante persone buone, sincere e oneste.