Popolo e popoli
A che pensiamo quando diciamo “popolo”? Provate a farlo. Pensare il
popolo supera la nostra capacità di immaginazione. Ne abbiamo sempre una
visione indistinta. Ci figuriamo molta gente, ma, per quanto ne pensiamo molta,
non sarà mai, nemmeno lontanamente, ciò che intendiamo per “popolo”, che è
tutta la gente che vive in territori molto vasti e ha certe caratteristiche
etniche e culturali, certe facce, una certa lingua, un certo modo di costruire
gli abitati, e anche certe religioni. Un sociologo cerca di averne una visione
più realistica, usa la statistica e altre forme di osservazione e vede nel
popolo i gruppi sociali che lo animano, costantemente in relazione e anche in
conflitto tra loro. Le relazioni cambiano gli aspetti principali dei popoli, ma
questi ultimi sono fatti di individui che passano e quindi cambiano anche di
generazione in generazione.
Riflettere sull’idea di popolo è importante perché dagli anni ’60 essa è
stata all’origine di importanti riforme religiose.
Nelle Scritture l’immagine del popolo è più presente nei libri più
antichi, quelli che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo. Nei racconti della
vita del Maestro e in quelli che
riguardano la vita delle nostre prime collettività lo sguardo sulla gente è più
ravvicinato, su collettività più piccole. Nei primi scritti, quelli più antichi, l’idea di costituzione e di
restaurazione di un popolo è centrale, diciamo che ci si dirige verso la
Palestina dove ci si propone di farsi popolo, negli altri si viaggia tra i
popoli a partire dalla Palestina, verso gli estremi confini della Terra.
Tuttavia nella nostra religiosità entrambe queste modalità sono compresenti: ci
si fa popolo per andare verso tutti gli altri. In questo modo pensiamo di
diventare strumento di salvezza per tutti gli altri. La teologia ha molto
ragionato su questo e, in particolare, lo ha fatto uno dei teologi più
importanti per il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), il francese Yves Congar
(1904-1995).
Nel secondo millennio della nostra era il popolo si era trovato, di
fatto, fuori della Chiesa. Quest’ultima era considerata come il Papa, i
vescovi, l’altro clero e i religiosi, insomma come fatta da tutti coloro che
indossavano una tonaca. Rimanevano fuori i laici, tutti gli altri, che venivano
pensati come appiccicati alla Chiesa dall’esterno.
Dal Quarto secolo, da quando la nostra religione diventò ideologia
ufficiale dell’Impero romano e dei regni nei quali esso si frazionò a partire
da un secolo dopo, il popolo era la gente soggetta ad un sovrano politico,
pastore del suo popolo e padre anche in senso religioso. E’ per questo che
tutti i Concili ecumenici del primo millennio, quelli che hanno definito il
nostro Credo, i dogmi più importanti, furono convocati, ma anche diretti, dagli
imperatori romani. Da questo dominio volle liberarsi il Papato a partire dall’anno
Mille. A quell’epoca risale la sua attuale struttura gerarchica, ancora
fondamentalmente di tipo feudale, con un forte potere centrale a cui sono
federate autorità locali, con autonomia piuttosto marcata. Dal Cinquecento l’autonomia dei poteri religiosi locali venne sempre più compressa e l’organizzazione gerarchica del clero prese
ad assomigliare sempre più ad una burocrazia molto accentrata sul potere
romano. Con i poteri civili si arrivò ad una specie di condominio. I popoli, la
gente soggetta ai poteri civili e a quello religioso, dovevano una doppia
fedeltà, ai sovrani civili e a quello religioso. La vita buona consisteva nell’obbedire
a quelle autorità. Si era fedeli al sovrano religioso quando se ne osservava la
dottrina. In questo quadro la fedeltà ad ideali religiosi divenne a volte addirittura rivoluzionaria, quando veniva
espressa per sindacare la dottrina, e in
molti casi venne repressa.
Tutto iniziò a mutare dall’Ottocento, con l’emergere dei popoli. A che
cosa fu dovuto? A migliori condizioni di vita, all’istruzione, ma anche a nuove
organizzazioni dell’economia. Furono posti in questione i sovrani civili ai
quali quello religioso si era federato nei rapporti condominiali a cui sopra ho
accennato. La tempesta investì anche il potere romano. Quest’ultimo, allora,
cercò di farsi forza prendendo le parti dei popoli, agitando le masse in
propria difesa. Si presentò come difensore dei popoli contro quelli che
arbitrariamente volevano traviarli con false dottrine. In questo modo, però,
suscitò un protagonismo dei popoli e fece risaltare nuovamente il collegamento
tra l’idea di giustizia e gli ideali religiosi, che nei secoli passati era
stato messo un po’ in secondo piano. Da questo, in un lungo processo storico,
deriva l’idea di riforma che è stata al centro del Concilio Vaticano 2°. La sua
attuazione ebbe un brusco arresto negli anni ’80. Fin dove ci si doveva
spingere? Quanta voce doveva avere il popolo e come? Nel popolo non c’era solo
il bene. Occorreva formarlo, istruirlo, dirigerlo, altrimenti erano guai:
questa l’esperienza dei pastori. E poi: il popolo poteva mettere in questione
la struttura feudale del potere nella Chiesa? Tutti questi problemi sono
rimasti ad oggi irrisolti. Si riuscì però, in qualche modo, a posticiparne i
tentativi di soluzione. Viene ricordata, come evento significativo di questo
corso, l’assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi del dicembre 1985 sul tema “20°
anniversario della
conclusione del Concilio Vaticano II”, in cui si evidenziò che il popolo
religioso è fondato sulla comunione, che significa fedeltà agli ideali
religiosi. Potenzialmente questo era in grado di rimettere in gioco la fedeltà
alla dottrina come fattore costitutivo del popolo in senso religioso: nei primi
secoli l’idea di comunione era servita infatti, paradossalmente, per sancire le
divisioni, scambiandosi con alcuni e negando ad altri le lettere di
comunione, con le quali i capi religiosi riconoscevano di pensarla nello
stesso modo. Servivano, sostanzialmente, a mantenere la disciplina. Nei confronti dei dissenzienti si lanciavano scomuniche, li si poneva fuori della comunione. A decidere erano i capi religiosi. Di fatto questo accadde negli anni '80: l’idea
di comunione fu utilizzata come limite a ciò che l’esperienza popolare poteva
produrre. Che l’intenzione di padri sinodali fosse proprio questa traspare da
alcuni incisi del Messaggio che
rivolsero al popolo a conclusione della loro assemblea, nei quali, nel riferirsi al moto di riforma innescato dal Concilio
Vaticano 2°, invitarono a non fermarsi “agli errori, alle confusioni, ai difetti che, a causa del peccato
e della debolezza dell'uomo, [erano] stati occasione di sofferenze in seno al popolo di Dio.” e scrissero di essersi proposti di “evitare le cattive interpretazioni
sociologiche o politiche sulla natura della Chiesa.”, un intento disciplinare insomma.
L’attuale Papato appare impegnato a rimettere in moto l’attuazione del
moto di riforma conciliare, non tanto mediante l’azione di riorganizzazione
della Santa Sede, che appare tutto sommato ancora modesta, ma mediante vibranti
appelli alla coraggiosa azione sociale diretti al popolo religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli